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GKN, appello al governo di Chiti, Martini e Rossi alla vigilia del nuovo tavolo Breaking news, Cronaca

Firenze – La richiesta è sempre la stessa: la GKN deve ritirare i licenziamenti. A ribadirlo, è il sindaco di Campi Emiliano Fossi, che stamattina ha introdotto l’incontro con la stampa che ha visto, nella sede della Città Metropolitana, in sala Luca Giordano, i tre ex presidenti della Regione Toscana Claudio Martini, Vannino Chiti e Enrico Rossi, illustrare l’appello al Governo (appellogkn.it) lanciato sul caso dei 422 lavoratori dell’azienda licenziati con una mail, il giorno prima (l’incontro si terrà domani sempre a Palazzo Medici-Riccardi) del tavolo aperto dal Mise, cui parteciperà anche la viceministra Todde. Si tratta del secondo incontro. Nel primo, con la proprietà che intervenne da remoto, l’azienda aveva ribadito la sua volontà di continuare nel provvedimento di licenziamento collettivo.  “Questo appello lanciato dagli ex tre presidenti di Regione ha avuto un’importanza e una risonanza molto forte – continua Fossi – che conferma come questa situazione sia sentita fortemente da tante persone, e come ci sia un sentimento di identificazione, dal momento che viene vissuta come un’ingiustizia assoluta. Tutto ciò conferma la grande attenzione che riveste questo caso, e l’iniziativa contribuisce a far tenere i riflettori accesi su questa vicenda, che è una delle componenti fondamentali per arrivare a una soluzione. La richiesta del ritiro dei licenziamenti non è una ripicca, o la necessità di colmare un’ingiustizia, ma il fatto che non ci si può comportare così. Non è che si può subito partire ad analizzare un piano B, cancellando con un colpo di spugna ciò che è stato fatto a 422 persone e a un territorio. Chi viene ad investire non può utilizzare il territorio per fare cassa, spogliare quel territorio e lasciare le macerie. Il ritiro dei licenziamenti è la precondizione assoluta”.

La vertenza Gkn è ormai un caso nazionale ed europeo. All’incontro, ospite di casa, il consigliere metropolitano al lavoro Lorenzo Zambini, che parla di una grande lotta tutti insieme. “Mi sembra che ci sia una grande attenzione a questa vicenda, una vicenda drammatica, come sappiamo, niente a che fare col lavoro e con la produzione, si sta parlando di una speculazione finanziaria che attacca il nostro territorio e i valori che esprime”. In sala anche i rappresentanti delle 3 sigle sindacali, Cgil Cisl e Uil, che hanno messo in evidenza, oltre al sostegno all’appello, la necessità di una legislazione in grado di tutelare il lavoro in questo momento storico.

“Le firme non sono un fatto simbolico – dice Vannino Chiti, riferendosi alle 6mila 500 firme già raccolte dall’appello, con l’obiettivo di arrivare entro pochi giorni a 10mila – vogliono dire che questa vicenda non interessa solo i 422 lavoratori e le loro famiglie, ma interessa il territorio, investe anche un modello di sviluppo. Domani c’è questo incontro, e non è un incontro solo dei sindacati e dei lavoratori;  certo, è loro, ma si deve aver chiaro che c’è la società dietro, che ci sono le persone che, anche se non sono investite di questa vicenda, sentono che li riguarda. Le istituzioni devono battere un colpo forte”, continua Chiti, che esprime il suo apprezzamento per il provvedimento emesso dal sindaco Fossi che vieta ai Tir di avvicinarsi alla fabbrica. “Bisogna inventare qualcosa, ognuno fare un parte superiore a quella che normalmente è prevista. Bisogna che le istituzioni, la Regione, il Comune, la Città Metropolitana si sentano coinvolte con i cittadini per segnare un punto, perché la questione riguarda oltre ai lavoratori della GKN e le loro famiglie, la società toscana e l’Italia. Seconda considerazione: penso che su questa vicenda sia il presidente del consiglio che deve intervenire in prima persona. E’ un punto decisivo perché il presidente del consiglio Draghi ha una grande autorevolezza sia  a livello europeo che internazionale e ci vuole la sua forza, il suo peso politico perché si senta che qui è in gioco qualcosa, e questa è la terza sottolineatura, che va oltre la vicenda pur rilevantissima dei 422 operai della GKN: è il rapporto fra le attività finanziarie e le attività produttive”. La terza riflessione di Chiti prende lo spunto da un intervento del professor Alessandro Volpi dell’università di Pisa, che mette in luce la questione dei paradisi fiscali e legali. “Diciamo la verità- dice Chiti – c’è stato un po’ troppo facile cedimento, da parte del sistema Italia, circa i troppi trasferimenti verso paradisi legali fiscali di imprese che operano in Italia. C’è un problema anche da questo punto di vista, tra produzioni dove si pagano le tasse e regole internazionali che ancora non ci sono. Il secondo aspetto, è che ci sono fondi presso la Bce che vengono messi a disposizione anche delle banche per sostenere la produzione. E qualche volta, come in questa vicenda, invece, questi fondi, che vanno alle banche per sostenere la produzione, vengono presi da chi le utilizza per operare licenziamenti. Questa è una contraddizione pesante: non si possono utilizzare fondi della Bce che si danno per appoggiare lo sviluppo per invece operare licenziamenti. In concreto riguarda il fatto che nella GKN, ad esempio, ci sono diversi fondi che sono notoriamente spregiudicati, che hanno sede a Londra e in vari paradisi fiscali. Uno di questi fondi si chiama Black Rock, che ha un patrimonio di 8mila miliardi di dollari, in Italia possiede il 5,3% di Unicredit, il 5,7% di Mps, il 5% di Intesa San Paolo, il 4,8% di Telecom Italia. Quindi è un fondo che utilizza risorse che vengono dalla Bce e vanno alle banche per favorire lo sviluppo, e invece vengono utilizzate dai fondi facenti parte delle banche per operazioni di tutt’altro tipo. Ecco perché la GKN è un caso emblematico – conclude Chiti – ce ne sono stati altri, di questi casi? Ceto che sì. Ma se non si mette a un certo punto la parola fine, stop, cambiare strada, invertire la tendenza, di casi consimili ce ne saranno tanti altri. E si distruggono le basi prouttive dell’Italia e di tutti gli altri Paesi dell’area europea”.

“Sottolineo l’importanza di questo appello – dice Martini – e la speranza che possa diffondersi e avere il sostegno della maggior parte delle associazioni di qualunque tipo e della gente comune. Questa è una battaglia che ha tutte le caratteristiche, politiche, economiche, giuridiche, va sostenuta a livello istituzionale, va combattuta  a livello sindacale, e deve avere alle sue spalle il più ampio sostegno popolare”.

“Voglio ringraziare i lavoratori e le rappresentanze sindacali. Abbiamo pensato che dovevamo fare qualcosa d’intesa con le forze sindacali, e abbiamo lanciato questo appello che è andato anche oltre alle nostre aspettative – dice Rossi, sottolineando la risposta forte che è venuta da pezzi della società civile, dalle istituzioni religiose alle associazioni ai comuni cittadini. “C’è stato il segno di voler partecipare, una parola che sembrava dimenticata e che invece anche in forme nuove può incontrare un bisogno che emerge e che è il senso di voler costruire comunità, legami, rapporti. Siamo qui per dire che domani in queste sale si svolgerà un importante trattativa, e siamo al fianco di coloro che sosterrano le ragioni dei lavoratori, che non sono soli, hanno dietro queste oltre seimila firme, le manifestazioni che si sono svolte,  i cittadini. Credo che l’appello vada rivolto innanzitutto al governo, al presidente Draghi, che nella sua autorevolezza, nella sua conoscenza del mondo della finanza può tentare di intervenire, di capire qual è il modo giusto per risolvere il problema e creare davvero una trattativa che dia piena soddisfazione ai lavoratori, restituisca loro la dignità, non essere calpestati in questo modo, ridia una prospettiva al lavoro e rafforzi il territorio. E’ singolare che dentro lo stabilimento vi siano tecnologie acquistate in parte con i finanziamenti nazionali, mentre la Regione aveva a sua vota contribuito con la formazione degli operai. La Regione ha una legge che fu varata nel 2011, che può essere riattivata e sono certo che verrà fatto, per richiedere la restituzione di questi finanziamenti. Ci permettemmo anche di dire, quando fu fatta la legge contro le delocalizzazioni, che non era sufficente e che era opportuno che si introducesse un congruo termine di avviso prima dell’ “uscita” delle aziende, basandosi su una legge del 1956, in tempi in cui si arrivava alla chiusura di uno stabilimento e al licenziamento in blocco solo in caso di fallimento. Quella legge è ancora alla base di tutto ciò, ma, come rilevato dai lavoratori, ci sono stati poi tutta una serie di dispositivi legislativi che sono alla base della decisione aziendale. Si prenda spunto, come auspicato da più parti, dal caso della GKN, per fare un provvedimento che condizioni le mutinazionali quando decidono di delocalizzare in questo modo per pure ragioni di profitto”.

Da don Giovanni Momigli arriva un messaggio chiaro: “Vogliamo essere presenti con la nostra specificità, perché è facile dire solidarietà, ma solidarietà vuol dire comunanza di intenti e ragioni. Se non stessimo nella presenza, tutto il percorso avviato da Papa Francesco su un nuovo modello di sviluppo sarebbe teoria. Giovanni Paolo II diceva che tutto il capitale che non proviene dal lavoro e non è diretto al lavoro è immorale. Perché rimettere al centro il lavoro significa rimettere al centro la persona e la comunità”. Di “galateo sociale” parla Severino Saccardi di Testimonianze rilanciando l’appello, intendendo una forma basata sul rispetto, per le persone, per l’altro, per le realtà sociali. “C’è un elemento grave di regressione culturale – conclude – rispetto ai sani principi morali e alla dottrina sociale della Chiesa”.

 

 

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