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GKN-Melrose, battaglia epocale: “Non è una trattativa classica” Breaking news, Economia

Firenze –  Il vero interogativo che pone la vicenda GKN, o meglio, come precisa il presidente Eugenio Giani, il fondo finanziario Melrose, riguarda l’intero approccio che politica, società e sindacati hanno nei riguardi delle questioni economiche. Infatti, come specifica lo stesso presidente toscano, davanti a noi non si trovano più i cosiddetti “padroni” singoli o collettivi, ma un fondo finanziario che segue ovviamente logiche altre rispetto a quelle tradioznali di mercato. In altre parole, come emerge al margine della conferenza stampa odierna, parlando col consigliere per il lavoro della presidenza regionle Valerio Fabiani, il vero momento di passaggio è capire in cosa e perché l’affaire GKN-Melrose introduce una sorta di rivoluzine nei rapporti fra istituzioni, lavoro, sindacati ed economia. Della questione sono ben consapevoli gli stessi lavoratori, i cui rappresentanti Rsu non mancano di ribadire che “non si tratta di una trattativa classica”.

Sul tavolo stavolta non ci sono infatti, come spiega Fabiani, equazioni economiche riconoscibili come ad esempio, la logica del mercato, basata su domanda-offerta, siti produttivi in crescita o in crisi. La logica dell’econmia finanziaria sfugge a queste forme tradizionali. I dati resi pubblici dalla Cna regionale, i cui vertici oggi sono andati a portare la propria solidarietà ai lavoratori in lotta, lo fotografano con chiarezza: “Una chiusura che contrasta con quanto contenuto nel bilancio GKN dello scorso aprile – si legge nella nota della Cna – i primi mesi dell’esercizio 2021 hanno confermato il trend positivo in termini di consolidamento dei volumi rispetto a quanto consuntivato nell’ultima parte dell’esercizio 2020. Il primo trimestre ha evidenziato infatti un incremento del fatturato complessivo del 7% rispetto al periodo precedente e del 14% rispetto al budget. Questo consolidamento è in particolare riferibile alle vendite verso clienti terzi che incrementano del 17% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente e dell’11% rispetto al budget. Anche la marginalità lorda risulta in consolidamento, attestandosi al 15,4% dei ricavi (facendo segnare +1,1% rispetto al budget e +1,4% rispetto allo stesso periodo dell’esercizio precedente” (pag. 33). E ancora: “il mese di marzo stand alone ha fatto registrare una buona performance delle vendite rispetto alle previsioni di budget (+19%), ed un significativo incremento (+95%) rispetto a marzo 2020” (pag 47).

La sensazione, in presenza dello schiaffone tirato in faccia alla Toscana a partire dai suoi vertici politici, ai lavoratori alle organizzazioni sindacali e persino, come ricorda Fabiani, a Confindustria che aveva stipulato non più tardi di giugno un accordo con le parti sociali riguardo allo sblocco dei licenziamenti, è quella di una totale impotenza di fronte a una nuova logica economica che sfugge alle vecchie canalizzazioni e che non si sente obbligata nè da accordi, nè da tavoli, nè da protocolli. Tantomeno dai diritti dei lavoratori. Quanto a questi ultimi, inoltre, se non basta più neppure la performance positiva degli indicatori di produzione per rassicurarli nel mantenimento del posto di lavoro, allora cosa devono attendersi, nel futuro?

La domanda si fa angosciante. Nella rivoluzione accelerata dal covid, in cui a mettere la quinta è la dematerializzazione del lavoro in favore di logiche di carta in cui non contano più la famosa domanda-offerta che avrebbe dovuto regolare il mercato (secondo la logica neo-liberista che ha affossato lo stato sociale nella maggioranza dell’Europa costringendo i lavoratori a diventare un’indifferenziata marea di bisogno), sperare di tirare il freno con le contrattazioni di vecchio stampo o legislazioni del secolo scorso è probabilmente un esercizio doloroso e inutile. Come è senz’altro vero che l’apertura del portone dei licenziamenti non sia stato valutato fino in fondo alla luce delle nuove logiche in cui chi comanda è la Finanza.

Tuttavia, secondo Valerio Fabiani, qualche possibilità per frenare davvero la nuova valanga rimane. “In particolare – dice il consigliere del lavoro della presidenza regionale – basterebbe che le informazioni che dobbiamo strappare noi con fatica dalle interlocuzioni pesantissime con coloro che mostrano la faccia fisica ai tavoli della contrattazione, fossero previste per legge. Voglio fare l’esempio: se una multinazionale o un fondo decidono di andarsene da un territorio, dovrebbero, per legge, rispondere a semplici domande, come: cosa ne fai degli operai che rimangono senza lavoro? Li ricollochi? Li formi? Cosa succede al sito produttivo? Ai macchinari? Come verrà utilizzata la sede della fabbrica? Tutte domande direi banali, ma le risposte alle quali oggi vengono strappate come se fosse normale eluderle”. In concreto, si tratta senz’altro di mettere in atto un codice etico che abbia risvolti sanzionatori di penalità per i gruppi che calano sul territorio seguendo logiche che rimangono slegate dal territorio stesso ma anche dal lavoro tout court.

Su questo punto, nonostante la facile connessione che si potrebbe fare con la questione Bekaert, dove trattative infinite non hanno portato ai risultati desiderati, tuttavia si coglie la differenza sostanziale del ragionamento: mentre la multinazionale belga ne ha fatto una questione di costi del lavoro, come tale magari non condivisibile ma sempre collocata all’interno di una normale dialettica fra capitale e lavoro, il licenziamento collettivo della GKN-Melrose non ha avuto nessuna delle cause classiche, più o meno stringenti, ventilate come motivazioni per la chiusura. Per tutto ciò, con questo licenziamento si apre davvero un fronte nuovo e finora sottovalutato del panorama economico italiano.

Tornando al caso toscano, da parte di Fabiani proviene anche un invito a tenere i nervi saldi. “Tutto sommato – dice infatti – sebbene Melrose sia un fondo finanziario, tuttavia ha apici riconoscibili e interpellabili e una sede fisica a Londra”. Il che significa anche che l’ipotesi lanciata da Eugenio Giani di recarsi a Londra sia perlomeno possibile. Ma anche che non è del tutto escluso che in un futuro probabile ci sia la possibilità di contraffacciarsi con fondi finanziari capaci di non rendere noti riferimenti decisionali fisici e magari con sedi che cambiano di sei mesi in sei. Il che vorrebbe dire la fine di ogni contrattazione possibile. Figuriamoci di accordi.

Intanto, stamattina nella fabbrica occupata è giunto Giorgio Cremaschi, ex sindacalista Fiom, di Potere al Popolo, che ha ribadito, insieme al rappresentante sindacale e al delegato RSU Dario Salvetti, sindacalista Fiom, la durezza e la difficoltà della vertenza, pur a fronte della consapevolezza dei lavoratori. Le richieste dei lavoratori sono quelle, dice Salvetti, di tenere aperta la fabbrica che sta andando avanti. “In questo momento serve un cambio di mentalità, di linguaggio – dice Salvetti – non scrivete, non spiegate quanto sono poveri gli operai che vanno a casa. Non è questo che va raccontato. E non va raccontato nemmeno quanto le multinazionali siano feroci. Proviamo, oggi, a raccontare qualcosa di diverso: proviamo a discutere collettivamente, insieme, come si può andare avanti e portare avanti questa battaglia con dignità. Vinceremo? Stiamo facendo di tutto per vincere. Ma sappiamo quanto sia difficile. Quello che invece ci stiamo ripromettendo è di mantenere l’unità, la dignità, la serenità e la testa alta”.

“I messaggi che lanciamo? Siamo la fabbrica – dice Salvetti – la fabbrica non si tocca. Il secondo messaggio è che se sfondano qua, sfondano da tutte le altre parti. Quindi il problema non sono i 500 posti di lavoro di GKN e indotto, ma sono tutti posti di lavoro, quelli spenti silenziosamente durante la pandemia, un milione di posti di lavoro, e quelli che andranno via. Il terzo punto essenziale è che noi oggi non abbiamo una controparte, non è una trattativa classica. Il fondo finanziario che ci ha chiuso, non ha nessun’altra missione di vita che chiudere questo stabilimento e di conseguenza noi non abbiamo una trattativa da fare. Ricade tutto sul governo e sulla politica. Non nel senso che stiamo elemosinando, non facciamo nessun appello al governo, hanno appena sbloccato i licenziamenti, che appello dobbiamo fare? Ma dal momento che la politica si presenta ai cancelli e dice di essere preoccupata, bene, si trovi il modo con gli strumenti legislativi per far sì che questa fabbrica rimanga aperta creando un precedente per il Paese ed evitando un dramma sociale e ambientale. Siamo qua e pagheremo probabilmente anche conseguenze penali, non sappiamo di che tipo, multe o denunce. Presidiamo dei macchinari nuovi che forse, dovremo accertarcene, sono stati costruiti anche con contributi pubblici. A difenderli, sono lavoratori e lavoratrici, donne delle pulizie e tecnici, a fronte di provocatori che girano qua attorno”. Salvetti, lanciando anche l’iniziativa della manifestazione nazionale (da decidere le modalità) del 24 luglio, chiede anche il sostegno di tutti per non sprofondare nell’oblio una volta che si siano spente le luci mediatiche. Infine, conclude Cremaschi ricordando la necessità che la fabbrica venga presa in mano dal governo, se GKN non ha più la volontà di farla funzionare, “come risarcimento dovuto ai lavoratori per lo sblocco dei licenziamenti”. E secondo l’art. 42 della Costituzione Italiana.

 

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