energee3
logo stamptoscana
Edizioni Thedotcompany

GKN, migliaia in corteo, “Sciopero di tutti” Breaking news, Cronaca

Firenze – Il punto è uno solo: ritiro dei licenziamenti, presto una legislazione che non consenta mai più ciò che è successo alla GKN. Ovvero, che 450 persone, oltre un indotto difficilmente quantificabile, possano ritrovarsi da un giorno all’altro senza lavoro. E non è la prima, la GKN, ma forse è la più consapevole, fra le forze operaie, che quello che è sul tavolo è un gioco in cui si vince o si perde.

Il corteo è imponente, le sigle tante. Il caldo mette la sordina, ma le reazioni sono dietro l’angolo: partono gli slogan, i tamburi, i canti. Migliaia di persone, 5mila secondo gli organizzatori ma forse di più, bandiere che vanno dai sindacati di base a qualche gruppetto Cgil, le bandiere dei partiti delle mille sinistre. In cima, lo striscione enorme che dà il senso della lotta, “Insorgiamo”, fra i tanti striscioni di fabbrica in lotta si va dalla Piaggio, all’aeroporto con la questione della vendita dell’handling (altre 400 famiglie in “vendita”, come dicono loro), alle altre questioni aperte, sul territorio e non . Ad esempio, sfilano i lavoratori della Whirpool da Napoli, altri da Milano e Bologna, ci sono gli operai Fca di Melfi in Basilicata e Pomigliano d’Arco in Campania, quelli della Electrolux di Forlì . Fra la folla, il sindaco di Campi Emiliano Fossi, autore di un’ordinanza repentina dopo l’annuncio dei licenziamenti, che impedisce ai Tir di avvicinarsi alla fabbrica per un eventuale tentativo di “svuotamento” e che commenta: “Il Governo dia seguito agli impegni presi, riconvochi il tavolo del Mise e chieda  alla proprietà di presentarsi direttamente”. C’è anche il leader delle Sardine Mattia Santori, a titolo personale, e ancora il vicesindaco di Sesto Fiorentino, Damiano Sforzi, la senatrice Alessia Petraglia e la segretaria nazionale Fiom, Francesca Re David. Appare anche il governatore toscano Eugenio Giani, che parla di atteggiamento “arrogante e non accettabile” della proprietà e assicura che “la Toscana si sta attivando per costringere la proprietà a sedersi ad un tavolo”. Marciano fra la folla l’assessore del Comune di Firenze Benedetta Albanese, assessori regionali Serena Spinelli e Monia Monni. Lo striscione della testa del corteo è disegnato da Zerocalcare.

 

Intanto, il corteo procede, raggiunge la tangenziale che porta da Prato a via Perfetti-Ricasoli, traffico in tilt. Se l’appello postato su Facebook dai lavoratori della GKN aveva l’intenzione di rivolgersi alla comunità nella sua totalità, ebbene, ciò è accaduto. “L’importante – dice un operaio – è che il fronte della lotta si allarghi, perché il problema è sistemico”. La consapevolezza, e la sfida, è immane, ed è tutta qui: la battaglia della GKN non è per un singolo licenziamento collettivo, non si ferma al territorio toscano, ma è una vera sfida al mondo dell’economia globalizzata e finanziarizzata, quella che, per riprendere le parole di Mimmo, un operaio di Melfi, pronunciate in occasione del tavolo della settimana scorsa con tanto di presenza in remoto dell’Ad della GKN, “smaterializza il lavoro e non risponde più neppure alle logiche dell’economia reale”. Quella insomma che licenzia a prescindere, seguendo logiche che non sono più le classiche, semplici, pur rapinose della domanda-offerta, del mercato reale, sia pure globale.

“Il nostro scopo è il ritiro dei licenziamenti”. Michele, operaio della GKN, va dritto al punto. “Siamo consapevoli che questa non è una lotta solo nostra, ma riguarda l’intero mondo del lavoro. Con una consapevolezza:  se sfondano qui, sfondano dappertutto”. Ed ecco, è questa la svolta: non si tratta di una lotta separata, richiusa in un settore o in un ambito territoriale. “Lo sciopero è di tutti, perché la lotta è di tutti”. Una tinta, un significato che dà il senso anche alle bandiere che sono in prima fila, quelle dell’Anpi, sezione Lanciotto, sezione Campi Bisenzio, ancora altre. Si cantano canzoni partigiane e “Insorgiamo” è il grido della liberazione di Firenze.

Si sentono anche posizioni critiche verso i sindacati confederali, che, dice un operaio della Piaggio, “fanno da tappo”. “Ora tentano di prendere in mano la questione della GKN – dice – perché non si muovono per la Texprint, ad esempio, o per tutto il distretto tessile, o per le altre mille condizioni di sfruttamento del lavoro, ben conosciute e comprovate? E’ necessario non fare in nessun modo accordi al ribasso, nè ammortizzatori sociali o altro, niente. La fabbrica deve riaprire: o si nazionalizza o si dà in mano agli operai. Un discorso che riguarda, seppure non in modo così immediato, la Piaggio:  nella nostra realtà ci sono il 40% di contratti a termine, vale a dire 450 persone con il lavoro a termine. Per quanto riguarda quelli “vecchi”, ovvero con contratti vecchio stampo, hanno passato quindici anni precari interrotti dal decreto dignità. Negli anni sono andate via mille persone, e il giochino ricomincia, con tentativi di derogare al decreto dignità a livello territoriale. E’ una storia infinita, il tentativo è sempre quello di ridimensionare il più possibile il lavoro stabile”.

Dove ci si rigira, le storie sono simili. Fra aziende in stato di crisi o in procinto di licenziamenti, quelle dove si è licenziato, quelle dove si tenta di minare il numero dei lavoratori stabili, è il lavoro il grande umiliato della giornata.

“Quando l’assemblea di fabbrica (GKN, ndr) ci dice che se non ci sono gli strumenti internazionali per intervenire devono essere creati, hanno ragione – dice Dmitrij Palagi, Prc –  in realtà noi abbiamo la Costituzione. Se c’è un vuoto legislativo, la Costituzione permette un intervento pubblico nell’economia, la pianificazione pubblica, e non c’è niente di illegale nel sostituire ai privati che non sono in grado di fare impresa, perché questo è un fondo d’investimento che non crea lavoro, che chiude una fabbrica che funziona solo per acquistare valore nei titoli in borsa, un intervento pubblico, rispetto all’illusione di poter governare la globalizzazione seguendo le regole della finanza e delle grandi imprese. Il fondo finanziario ha fatto il suo lavoro, e la classe politica che non riconosce che non è un’eccezione ma è la regola, significa  che non sapremo trovare le risposte. No agli ammortizzatori sociali, no ai ricollocamenti sparsi, questa è una fabbirca e deve continuare a esserlo”.

“Siamo 450 lavoratori dell’handling più circa 200 dell’indotto – dicono sotto lo striscione dell’Usb Aeroporto – siamo in vendita, da parte di una multinazionale. Siamo un’azienda che finora è sempre stata solida. Le similitudini con la GKN sono tante. E’ necessario allargare il fronte di lotta”. “Il punto è che il tessuto industriale dell’Italia sta crollando – dice Cleophe Tolotta, rappresentante nazionale e Usb Alitalia – dal momento che abbiamo un governo che continua a incentivare linee di privatizzazione e liberalizzazione, a cominciare dallo sblocco dei licenziamenti. Togliere tutele, in un momento di questo tipo vuol dire dare le opportunità alle aziende di ristrutturare, ovvero licenziare e mettere fuori la gente. Questo non è più accettabile. Siamo qui oggi perché la battaglia della GKN è la nostra battaglia”.

” Si tratta della battaglia per un territorio – dice Francesca Conti della direzione nazionale di Potere al Popolo – la GKN non è la prima, le vertenze aperte sono tantissime. Quella della GKN è una battaglia simbolo anche per la natura della proprietà. Stiamo lavorando col nostro gruppo legale sulla questione degli strumenti legislativi che ad ora sono inesistenti. Andare avanti in questa direzione, vuol dire svuotare il territorio, condannarlo, desertificarlo”.

Di doverosa solidarietà parla Pablo, del Collettivo di Unità Anticapitalista che aderisce al Fronte di Lotta No austerity. “Quella della GKN è una lotta che potrebbe diventare l’inizio di una grande mobilitaizone, che diventi l’unità di ogni settore di lotta. Solo così possiamo reagire alla barbarie che in questo momento il capitalismo produce. Si tratta di un’azine sistemica, che deve essere messa in discussione. La lotta della GKN è di tutti, in quanto ognuno subisce sulla sua pelle le conseguenze di queste politiche. Ci auguriamo che nessuna burocrazia sindacale si impossessi di questa battaglia, in quanto solo sotto la spinta di chi lavora si può cambiare questo Paese”.

“In questo Paese, il conflitto sociale e la mobilitazione sono stati ridotti – dice Tommaso Fattori, della Sinistra regionale, ex candidato della lista regionale Sì Toscana a Sinistra – quindi bisogna, insieme e costruendo alleanze soiali molto vaste, tornare nelle piazze. Bisogna cambiare i rapporti di forza e lo si fa soltanto se ci uniamo. Quello di oggi può essere un inizio. Il secondo punto è che la politica, in tutti questi anni, sia di destra che di centrosinistra, non ha mai promosso una seria politica industriale, verde, capace di capire quali siano i bisogni e i settori produttivi in cui investire. Si è lasciato tutto al mercato, e in particolare al mercato finanziario. Anziché porre regole alla finanza e alla sua potenza, s sono stesi tappeti rossi . l’economia finanziaria è cresciuta e si sta mangiando tutto, l’economia reale, la gran parte dei fondi che le banche centrali stanno mettendo a disposizione per la ripresa. Una finanza lasciata briglia sciolta dalle politiche di questa classe politica, che ne porta la responsabilità, sta facendo il suo mestiere, in questo caso sta speculando e licenziando lavoratori, dal momento che torna comodo per chissà quale gioco finanziario. Serve una cura dimagrante al sistema finanziario. Non s’è fatta nemmeno una tassa sulle transazioni finanziarie, non si stanno tassando le rendite finanziarie da capitale, nemmeno lontanamente quanto si tassa il lavoro. Non si è fatto niente per contrastare i paradisi fiscali. Ci sono delle responsabilità enormi, di fondo, strutturali, e si arriva a questi punti. Serve una nuova sinistra, a mio parere, in grado di porre queste questioni come centrali”.

“Il problema dal lavoro ha delle conseguenze quotidiane, non meno importanti – dice Marzia Mecocci, Movimento di Lotta per la casa – quando gli operai parlano di un problema del sistema, il significato è anche quello di chiedersi il risvolto che tutto ciò porta su diritti fondamentali come quello dell’abitare, cui si lega quello del sostentamento, dell’istruzione dei figli, in altre parole, delle chances per esistenze cui viene tolto il diritto di pensare al futuro in termini accettabili. Smaterializzare il lavoro, non preoccuparsi o non occuparsi dei tasselli fondamentali per garantire esistenze libere e dignitose, significa alla fine mettere migliaia di persone e famiglie sotto il ricatto di vite segnate solo dai bisogni. Per essere cittadini è necessario sapere dove dormire, creare una famiglia, mangiare, curarsi, avere il tempo e il modo di pensare. Dire che l’economia italiana cresce perché ci sono dei numeri scelti arbitrariamente come riferimento per sostenere questo, significa dimenticare le persone, o almeno renderle sacrificabili. Noi non ci stiamo, per questo riteniamo che la battaglia della GKN sia di tutti. E quindi anche nostra”.

Foto interne, Gabriella Falcone, copertina, Stefania Valbonesi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email
Condividi
Translate »