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Gli esodati non sono uguali: a una parte la pensione e ad altri un nuovo lavoro Opinion leader

Con l'ingorgo "esodati" dovremo convivere per un certo numero di anni. Meglio allora che ci attrezziamo piuttosto che alimentare l'illusione di una soluzione "per tutti e subito" che, comunque, nessuno potrebbe garantire.

L'origine dell'ingorgo (o della bolla, come dice Ichino) è chiara. Non potendo contare su di una rete di Job Centers, come gli inglesi, ne su Centri di formazione finalizzati al reimpiego, come i tedeschi, e, neppure, su efficaci politiche di incontro fra domanda e offerta di lavoro, come i danesi e gli olandesi, i lavoratori italiani hanno affidato sempre di più la difesa del loro posto di lavoro all'Art. 18 e ad una fitta rete di ammortizzatori sociali (Cassa integrazione Straordinaria, Cassa per cessazione, Cassa per crisi e Cassa in deroga) che, utilizzati in sequenza, potevano portarli alla pensione nell'arco di  4 massimo 6/7 anni (caso Alitalia). Più che di essere ricollocato il lavoratore italiano si aspettava e si aspetta, insomma, di essere pensionato.

D'altra parte, come dargli torto? Di politiche attive del lavoro affidate a Centri per l'impiego specializzati o ad Agenzia sia pubbliche che private altamente professionalizzate in Italia si è cominciato a parlare soltanto dopo che la Comunità Europea ci ha costretto a farlo (1997!!). Sino ad allora i sindacati e le principali forze della sinistra hanno difeso ad oltranza il principio del monopolio pubblico del collocamento considerando tutto ciò che non era intermediato dallo Stato alla stregua del caporalato. Di outplacement, di formazione finalizzata al reimpiego, di apprendistato, di lavoro interinale e di stage prima del 97 non si poteva neppure parlare e, comunque, i lavoratori ne diffidavano. E' principalmente da qui, da questo ritardo nel riformare il mercato del lavoro e da questo pregiudizio politico, che origina la carenza di strumenti adeguati a gestire la ricollocazione dei lavoratori che la crisi espelle da ciclo produttivo. A dispetto della retorica sul Lavoro, che in Italia abbonda (dalla Repubblica fondata sul lavoro, al lavoro come diritto) il lavoratore italiano è in realtà il più solo fra i lavoratori europei e lo è proprio nel momento in cui avrebbe maggior bisogno di aiuto, quando, cioè, cerca il suo primo lavoro e quando, avendolo perso, ne cerca uno nuovo.

La riforma Fornero obbliga tutti a misurarsi con questo problema e non ha senso chiedere garanzie su di un numero imprecisato e comunque assai elevato di esodati. Bisogna invece distinguere fra coloro che, avendo già esaurito il periodo di mobilità, rischiano di restare senza alcun reddito e che vanno perciò pensionati e coloro che per alcuni anni possono contare sulla cassa integrazione o sulla mobilità. A questi non dovrebbe essere garantita, ora per allora, la pensione ma andrebbe piuttosto assicurato un impegno forte (anche con incentivi) delle Istituzioni e delle Agenzie del Lavoro per reinserirli nel ciclo produttivo. A 50 /60 anni una persona dovrebbe potere trovare ancora una attività utile da svolgere. In ogni caso, è nella direzione di un deciso potenziamento degli strumenti di reimpiego che si deve andare se si vuole avere un mercato del lavoro efficiente, tanto più che presto dovremo dover gestire qualche cosa di simile anche nel pubblico impiego.

Dalla vicenda "esodati" le forze politiche iItaliane (almeno quelle riformiste) dovrebbero comunque trarre almeno tre lezioni. La prima è che le riforme troppo a lungo dilazionate sono quelle socialmente più costose. La seconda è che le "conquiste storiche" sono tali soltanto se reggono nel medio lungo termine e cosi non è stato per il punto unico di scala mobile, per l'aggancio delle pensioni all'80% del salario, per le pensioni di anzianità e per l'art. 18. La terza lezione è che, come diceva Friedman (ma anche Marx), non esistono pranzi gratis e prima o poi qualcuno il conto lo deve pur pagare. Se a illudersi e a illudere che le cose non stiano cosi sono le forze che più rappresentano il lavoro a pagarne di più le conseguenze saranno, purtroppo i lavoratori. Come scriveva Gramsci dal carcere: la prima vittima della demagogia è il demagogo. E' un ammonimento questo che dovremmo tenere sempre a mente, tutti.

Gianfranco Borghini

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