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Gli interrogativi che pesano sul Medio Oriente Middle East Now

In occasione della terza edizione del Middle East Now si è tenuta una conversazione sul Medio Oriente proprio dal titolo “Where do we go now?” Dopo gli sconvolgimenti della Primavera Araba cosa è rimasto di queste rivoluzioni e cosa è effettivamente cambiato. A queste e ad altre domande ha tentato di dare una risposta il gruppo di esperti raccoltosi all'interno del cinema Odeon.
Già il Middle East Now ha tentato di analizzare il problema con alcuni film come The Reluctant Revolutionary di Sean McAllister, in replica all'Auditorium Stensen, che ci ha mostrato la rivoluzione non armata avvenuta in Yemen. Oppure come Back to the Square di Petr Lom che tenta di tirare le somme di ciò che è rimasto dopo l'euforia di Piazza Tahrir un anno fa, proiettato subito dopo l'incontro.
“Il Medio Oriente è profondamente cambiato dopo le rivoluzioni passate, questo è innegabile – ha esordito il moderatore Giacomo Goldkorn – Adesso non si parla più del conflitto Israelo-palestinese ma ci si preoccupa maggiormente della stabilità politica dei paesi che hanno vissuto quella che noi chiamiamo la Primavera Araba. Quali sono le leadership? Chi è che decide in che direzione attuare un cambiamento? Ovviamente non esiste e non può esistere una risposta.”
“Possiamo solo restare a guardare – ha continuato Francesca Caferri – I giovani che hanno fatto la rivoluzione purtroppo non faranno parte del post-rivoluzione. Hanno avuto la forza di opporsi ma adesso mancano della stessa forza per proporsi come una alternativa forte. Ci si presentano così due tendenze: la prima è che trionferanno i gruppi politici già esistenti ma in minoranza o addirittura resi illegali, come i Fratelli Mussulmani. La seconda è che appariranno sempre più elementi estremisti, promossi e finanziati da Qatar e Arabia Saudita, che tenteranno di instaurare regimi filo-religiosi che potranno porsi come esempio per tutta l'area.”
L'inviato di Mediaset Alfredo Macchi ha rincarato la dose: “ Abbiamo osservato la Primavera Araba attraverso le lenti deformate delle nostre aspettative. L'importante per questi paesi è essere riusciti a scardinare quel meccanismo fatto di paura e oppressione. Il popolo è riuscito a guadagnarsi dei diritti e sarà pronto a tornare in piazza nel caso questi vengano nuovamente cancellati.”
Secondo Lucia Goracci, inviata del Tg3: “La forza delle Primavere Arabe è da vedersi nella grande cesura generazionale che si è attuata. Eravamo abituati a vedere un Medio Oriente congelato e chiuso dentro rigidi dettami culturali. I giovani si sono ribellati e hanno deciso di cacciare i propri dittatori. A livello internazionale – ha continuato – c'è stata una grave incapacità di Europa e Stati Uniti di individuare ed aiutare questi grandi cambiamenti. La crisi economica ha chiuso molte nazioni entro i propri confini, annullando quasi di fatto la propria politica estera.”
Si è parlato molto anche della figura della donna, infrangendo anche alcuni luoghi comuni. Per Francesca Caferri “non è vero che la Primavera Araba ha liberato le donne in Medio Oriente. Sono venti anni almeno che si stanno modificando i rapporti all'interno della società. Pensate che il tasso di fecondità femminile è andato gradualmente diminuendo fino all'attuale 2.6 figli per donna. Una media che si avvicina a quella europea. Inoltre in tutto il Medio Oriente più del 60% degli studenti universitari sono donne. Addirittura in Libano si sono istituite le quote azzurre in alcune università.”
“Certo, non si è trattato di una rivoluzione di genere – ha continuato Lucia Goracci – le donne sono scese in piazza per reclamare i loro diritti di cittadine, e non di donne, come gli uomini che stavano al loro fianco. Questo movimento non si fermerà. Anche se adesso potranno vincere i conservatori, le donne riusciranno a guadagnare sempre più importanza con il passare degli anni.”

Infine non sono mancate le domande agli ospiti del festival, tra cui le due artiste Kate Brooks, Newsha Tavakolian come pure i registi Sean McAllister, Guy Davidi, e Alain Suma: “Ho speso la maggior parte della mia vita adulta in medio oriente documentando i conflitti armati – ha detto Kate Brooks, photoreporter i cui lavori sono in mostra alla Thetys Gallery da oggi – Certo sono partita a 23 anni con una grande curiosità verso la guerra, ma posso dire, senza ombra di dubbio, che adesso non ce l'ho più. Anzi è quasi diventata noiosa. A cosa serve fare l'ennesima fotografia di un bambino morto per documentare le atrocità della guerra. È qualcosa che si è già visto e non aggiunge nulla, la guerra rimane sempre quella. È terribile e non cambia.”
“Con la mia mostra – ha dichiarato la fotografa Newsha Tavakolian, in mostra alla galleria OTTO Luogo dell'arte – ho voluto creare qualcosa che potesse essere presentato in Iran. Certo, è bello vedere le proprie opere all'estero, ma il mio interesse principale è presentare i miei lavori in patria e poter toccare quante più persone possibili. Il canto è sempre stata la mia passione ed è così che ho deciso di lavorare con queste sei straordinarie cantanti. Ho voluto omaggiarle presentando questi sei progetti di copertine di CD musicali, dato che loro non potranno mai rilasciarne alcuno, e regalando ottomila dischi, purtroppo finti, all'apertura della mia mostra a Tehran.”
“La gente – ha concluso Sean McAllister – non sa ancora che direzione prendere. Non sanno ancora cosa fare, ma sono felici e orgogliosi di essere riusciti a cacciare dai loro paesi queste famiglie regnanti che da decenni opprimevano i loro popoli. Credo che questo sia ciò che è accaduto durante le Primavere Arabe.”

 

 

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