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Il governo del territorio dà un “senso” alle comunità Economia, Opinion leader, Politica

Si tratta di una discussione non priva di complessità. E questo per due ordine di motivi o, sarebbe meglio dire, di evidenze e attualità. La prima evidenza è che il governo del territorio è stato, per gran parte del paese, uno strumento fallimentare. Effettivamente la pianificazione delle città e delle regioni, che implica un riferimento ad aree vaste che riguardano non solo il “costruito” ma anche le aree verdi e più in generale le aree vuote da fenomeni di urbanizzazione, non ha dato ovunque e sempre grandi risultati. Che la discussione su questo tema sia forte in particolare nella regione, la Toscana, che è senza dubbio la più “ben” pianificata e la più “ben” salvaguardata d’Italia è una contraddizione di tipo politico e mediatico. Ma ciò nondimeno rimane condivisibile la delusione per come la pianificazione ha operato nel paese. Le città sono cresciute e sono diventate  invivibili e non accoglienti, spesso angustamente progettate e costruite in ristretti e anacronistici confini comunali. Del tutto inadeguati a contenere, e quindi pianificare, le sempre più ampie e diffusive dinamiche economiche, demografiche ed ambientali. Gli spazi vuoti sono stati lasciati a sé stessi, vittime da una parte delle incursioni sempre più frequenti dell’urbanizzazione diffusa e incrementale e dall’altra dalla continua, a tratti inesorabile, crisi della coltura e della cultura agricola che per tanto tempo  hanno  mantenuto un equilibrio soddisfacente fra la città e il mondo rurale.
La seconda evidenza è la fortissima e drammatica crisi economica in cui versa il paese che richiede come risposta strutturale un nuovo rapporto fra le politiche pubbliche, con le loro modalità e tempi, e   le dinamiche economiche  e sociali che certamente mettono in crisi quelle modalità e quei tempi. Cioè in un momento in cui l’economia declina, l’occupazione e i redditi diminuiscono ci si chiede da più parti, non tanto se possiamo continuare con le politiche pubbliche di governo del territorio, quanto se possiamo continuare a proporre quelle politiche che sembrano del tutto esterne alle esigenze di flessibilità e di tempestività richieste dal “mondo reale”.
Questi due tipi di “fallimento” mettono in discussione, anche se da versanti diversi e per alcuni elementi anche opposti, la politica di governo del territorio. Ci parlano di una crisi che, se non risolta in un contesto sia legislativo che operativo, rischia di trascinare con sé nella obsolescenza anche tanti elementi positivi e di successo che, nonostante il quadro generale, hanno caratterizzato gli anni recenti e passati della pianificazione in Italia.
Per il momento ciò che sta prendendo corpo nel dibattito sono, come succede appunto nei momenti di crisi e di difficoltà sia interna alla disciplina sia nei rapporti fra questa e il mondo esterno, due posizioni di fatto opposte e alternative.
La prima potrebbe definirsi come la “chiusura del deluso”. Di fronte ai guasti, visibili e in alcune realtà territoriali del tutto fuori da ogni logica e controllo, prodotti dal tentativo di “governare” il territorio dentro le dinamiche economiche e sociali, si sceglie la via di uscita del “ritiro”. Non si governa più. Le dinamiche esterne alla politica sono troppo forti rispetto alla capacità di resistenza della politica e quindi l’unica possibilità rimane quella di irrigidire il sistema attraverso poche, semplici e immodificabili regole o di ingabbiarlo dentro rassicuranti  indici quantitativi. Non si parla più di governare la città e il suo territorio ma solo di tutelarlo attraverso limiti, divieti e invarianti che sono viste più come strumenti di difesa dall’invasore che come elementi fondamentali su cui costruire e ricostruire la vicenda dell’uomo e delle sua attività sul territorio. L’idea di fondo è che oramai ciò che è stato costruito è più che sufficiente alle esigenze della comunità e che al massimo si deve operare con piccole opere per ricucire e riqualificare il sistema di vita della popolazione.
La seconda posizione, a questa speculare, potrebbe definirsi come la “impazienza del fare”.  C’è la crisi, occorre darci sotto con il lavoro e con l’innovazione. I tempi sono sempre più stretti e la concorrenza con e nel mondo globale spinge alla tempestività delle decisioni e alla velocità delle operazioni. In questo contesto i tempi e i “riti” (perché a volte questa è l’impressione!!!) delle politiche pubbliche, ed in particolare di quelle del governo del territorio, appaiono interminabili e del tutto avulsi dalla realtà di tutti i giorni. I piani vengono sempre più visti come un inutile orpello, specialmente laddove rimandano a procedure interminabili e incomprensibili per la gente “normale” (si pensi alle procedure per la VAS, conosciute e comprese solo da pochi “eletti” e vissute per lo più come un “rito propiziatorio” piuttosto che come uno strumento di “valutazione”), e si richiede sempre di più di adattare la pubblica amministrazione alle esigenze del mondo dell’economia. Pena l’uscita del paese dalla competizione a scala globale e dalla capacità di attrazione degli investimenti nazionali ed internazionali. Chiunque ha avuto modo di sperimentare un caso di “attrazione” di investimenti sul territorio conosce bene la distanza che separa i principi, le modalità e le procedure della PA con lo spirito, le esigenze e i comportamenti degli investitori. E deve purtroppo ammettere, al di là della buona volontà degli interlocutori, l’inconciliabilità dei due mondi.
E queste due posizioni stanno oggi definendo, con interventi di tipo politico e  con trattazioni di tipo tecnico, le diverse piattaforme per una riforma del sistema di governo del territorio del nostro paese. Piattaforme che, partendo da una crisi della pianificazione in termini di performance sia in termini di  “sostenibilità” sia, all’opposto, in termini di  “sviluppo economico”, cercano di superare con un espediente (il vincolo) o con un depotenziamento (la de-pianificazione) il vero obiettivo del governo del territorio. Che è quello di favorire uno sviluppo sostenibile che tenga contemporaneamente conto sia del sostantivo (sviluppo) che dell’aggettivo (sostenibile).
E invece occorre avere la forza di mantenere vivo l’obiettivo. Di non sacrificarlo di fronte né all’insuccesso (che poi non è così completo e assoluto se non si vuol essere superficiali) né alla difficoltà di fronte alle nuove dinamiche economiche e sociali. Ma di rafforzarlo tenendo assieme  la strutturalità dei piani con la flessibilità e l’operatività dei progetti  e tenendo assieme l’economia e l’ambiente non in una sorta di continua e insanabile guerra guerreggiata ma secondo i sani principi della valutazione dei costi e dei benefici (economici, sociali, ambientali e finanziari) degli interventi.
Quindi occorre avere più piano , nel senso di una visione strutturale di lungo periodo, ma anche più flessibilità e semplificazione (cioè adattabilità degli strumenti operativi alle esigenze di un mondo che opera e agisce). E occorre infine che il governo del territorio, e la sua ancella più creativa che è l’urbanistica, ritornino ad essere elementi di innovazione e di creazione di “senso” (quindi di identità, bellezza, funzionalità, etc) dei territori dove si svolge la vita delle comunità. Un “senso” che non dividerà certo il mondo fra cementificatori e ambientalisti, in uno scontro che è tanto povero di contenuti quanto è ricco di invettive, ma piuttosto fra chi si è “ritirato” nel passato e chi si sente ancora, nonostante le difficoltà a governare un mondo “complesso e contraddittorio”, proiettato nel “futuro”.
 

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