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Governo che viene, Dpcm che resta. Senza Draghi Opinion leader

Firenze – Governo che viene, dpcm che resta. L’ultimo in ordine di tempo è stato quello siglato ieri dal premier Mario Draghi. Il primo della sua era ma l’ennesimo del governo nella lotta alla pandemia. A stupire, stavolta, il fatto che Draghi sia rimasto dietro le quinte preferendo mandare davanti a telecamere e taccuini i ministri Speranza e Gelmini affiancati da due tecnici come Brusaferro e Locatelli.

Non sarebbe stato meglio “metterci la faccia”? Non sarebbe stato opportuno, come ci aveva abituato il predecessore Conte, spiegare direttamente agli italiani le nuove misure straordinarie che ci terranno per un altro mese confinati? Una scelta, è stato suggerito a giustificazione, dettata dal voler sottolineare la collegialità della decisione e la valorizzazione del lavoro di squadra.

Così, anziché la faccia del premier, abbiamo visto i due ministri per la verità apparsi un po’ a disagio nel trovarsi fianco a fianco dopo essersi duramente combattuti fino a ieri. Come due scolari messi a forza dal professore dietro lo stesso banco. Con Speranza a rivendicare la continuità dell’impianto della lotta alla pandemia e la suddivisione dell’Italia a colori (e anche con un accorato ringraziamento al commissario uscente Arcuri) e Gelmini a puntare l’attenzione sul contrario, cioè la discontinuità rappresentata anche dalla scelta che adesso le ordinanze che collocano le regioni nelle diverse fasce entrano in vigore sempre di lunedì e i provvedimenti come i dpcm vengono comunicati con più anticipo (all’osso, un giorno prima per le ordinanze e qualche giorno di anticipo per i dpcm).

In quanto al confronto con le regioni, c’è da dire che non è che non esistesse prima. Semmai adesso appare più agevole dal momento che nel nuovo governo, a forza o meno, ci stanno dentro praticamente tutte le forze politiche con relative articolazioni territoriali. Per il resto, un dèjà vu. Colori delle regioni, restrizioni, divieti, piano vaccinale ancora indecifrabile e ristori ritardati.

Per il decreto che ora si chiama “sostegno” ci sarà da attendere ancora qualche giorno ha spiegato oggi il ministro Gelmini in altra conferenza stampa. Di nuovo c’è che a sparare sui ritardi adesso non c’è nessuno, a parte qualche flebile e roca voce. E per la verità non c’è nessuno neppure a sparare sui dpcm che oggi vengono pacificamente accettati, sic et impliciter, come strumento utile nell’emergenza. Ma tant’è. La pandemia scorre e non è il caso di abbandonarsi a sottigliezze.

Tornando al punto di partenza. Draghi ha fatto bene sì o no a non mostrarsi? La realtà è che il dpcm, lo dice la parola stessa, è un atto proprio del presidente del Consiglio dei ministri che di quell’atto si assume la completa responsabilità (diverso è il caso del decreto legge che è invece un atto collegiale del consiglio dei ministri e che viene promulgato dal presidente della Repubblica in quanto atto avente immediatamente forza di legge).

Non che non si possa delegare l’illustrazione di un provvedimento alla stampa e quindi ai cittadini. Ma forse, vista la straordinarietà di un atto che va a limitare fortemente diritti costituzionalmente garantiti (pensiamo solo alla libertà di movimento o alla libertà di impresa) sarebbe stata l’occasione per presentarsi direttamente agli italiani indicando la rotta, nuova o vecchia che sia.

Nella conferenza stampa dei due ministri è mancata anche la spiegazione in dettaglio delle singole misure e delle deroghe previste. E’ stato detto della chiusura delle scuole e della didattica a distanza nelle zone più a rischio ma si è sorvolato sulla chiusura di barbieri e parrucchieri, l’altra novità rilevante del nuovo dpcm. Si è parlato di varianti, di contagi, di curve epidemiologiche e poco delle misure concrete contenute nel provvedimento.

Che sono poi quelle che vanno a incidere profondamente nella vita quotidiana di ogni cittadino. La storica inviata di La7, Sardoni, ha provato a chiedere se fosse previsto un potenziamento della didattica a distanza, per esempio una migliore connessione. La risposta è stata vaga… ci saranno i congedi parentali. Come se questo non implicasse un maggiore gravame sulle famiglie e sulle donne in particolare e come se gli strumenti necessari alle connessioni, a partire dalla connessione stessa (ancora disastrosa in varie zone d’Italia) fossero un dettaglio di poco conto.

Del resto è anche vero che il condottiero Draghi è stato chiamato alla testa di un esercito le cui fila si erano ormai sfilacciate sotto le sciabolate di Renzi. Con un ruolo probabilmente più da arbitro chiamato a gestire la situazione conflittuale che avrebbe portato inevitabilmente al voto (nei fatti non voluto da nessuno) e dunque fuori dalla contesa politica più spicciola. Un ruolo che servirà comunque da prova generale, come da più parti viene previsto, per l’approdo alla più alta carica della Repubblica.

Foto: Il ministro Speranza a Firenze

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