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Il territorio è legato allo sviluppo non agli slogan Opinion leader

Come non tenere di fronte agli occhi i drammi prodotti in questi anni da alluvioni, esondazioni e frane che hanno colpito al cuore città importanti e piccoli paesi con una virulenza inusitata. Certo una virulenza dovuta  anche a fenomeni naturali “eccezionali”, oramai ordinari  nella nuova era climatica da "effetto serra", ma ulteriormente aggravata dall'incuria, dalla cattiva e insufficiente manutenzione e dalla disattenta pianificazione dei territori. E' chiaro che gli eventi che oggi si susseguono non sono per lo più il prodotto delle politiche recenti. Anzi sui temi della difesa del suolo e della pianificazione in aree critiche si può certamente affermare che, nelle aree più avanzate del paese, è oramai da oltre una decina di anni che esistono leggi, controlli e prassi che hanno eliminato per gran parte i fenomeni di “edificazione selvaggia”. Solo una popolazione esasperata e dei mass media superficiali possono additare  il sindaco o il presidente di Provincia o di Regione di turno come i responsabili principali dei disastri. E scaricare su questi la rabbia di popolazioni che, fuori della emotività degli eventi catastrofici, sono apparse molto spesso più che accondiscendenti verso un certo lassismo delle regole. Ma detto questo, rimane oggi il giusto allarme per la difesa di un territorio in gran parte martoriato e il richiamo ad una maggiore attenzione alla sostenibilità, specie nelle aree ambientalmente sensibili. Una sostenibilità che non deve essere però solo una etichetta da attaccare alla pianificazione e alle progettazioni.  Ma che si deve sostanziare di conoscenze adeguate e non superficiali del territorio fisico, di vincoli ineliminabili, di rigide regole di trasformazione e di prassi e operatività improntate alla qualità degli interventi e al rispetto, scientificamente fondato, delle “regole” della natura.

Siamo oramai tutti d'accordo sul fatto che il territorio deve essere posto al centro di una profonda riforma della cultura e degli strumenti di pianificazione. Non più spazio vuoto “da costruire” ma piuttosto risorsa da usare con attenzione e attraverso interventi oculati e valutati. Sempre più patrimonio da tutelare e da salvaguardare dallo spreco e dalla distruzione. La gestione dell'uso del suolo è oggi un elemento importante del più ampio e complesso tema del governo del territorio. Ma evitiamo che, impauriti da una storia dissennata e concentrati sul problema della sostenibilità “ritrovata” o “da ritrovare”, non si faccia corrispondere il governo del territorio pressoché totalmente con la gestione dell'uso del suolo.

Ed invece nel dibattito odierno qualche dubbio sorge, Cominciamo dagli slogan, che come tutti i “gridi di battaglia”, sintetizzano bene la filosofia di fondo di chi li lancia. Quando si dice che un Piano strutturale deve fondarsi sul principio del consumo di suolo zero, o su principi da questo derivati (espansione zero, mq di edificato zero, etc), vuol dire che si sta abdicando all'idea che un Piano strutturale è un piano di sviluppo, di trasformazione e di governo del territorio che non può essere “guidato” da un vincolo. Il consumo di suolo zero può ricoprire, dal punto di vista della pianificazione, lo stesso ruolo che il pareggio di bilancio ricopre in un progetto industriale. E' un prerequisito strumentale. Ma nulla ha a che dire e a che vedere con la qualità del progetto industriale. Con la sua sostenibilità e durabilità nel tempo. Cose certamente più importanti che possono anche per qualche verso mettere da parte il prerequisito. Quanti progetti, con qualità elevata, rimandano a un pareggio di bilancio non immediato ma protratto nel futuro! E allora ritorniamo a parlare di pianificazione e governo del territorio per lo sviluppo e per la qualità dei luoghi. Infatti la pianificazione ha altri obiettivi oltre quello , sacrosanto ma non esaustivo, della sostenibilità. . E deve fondarsi quindi su altri strumenti diversi da quelli che scaturiscono dalla cultura dello "zero". Ha obiettivi di rafforzare lo sviluppo economico e occupazionale. Ha obiettivi di dare una casa a tutti. Ha obiettivi di fondare una mobilità ribaltando la supremazia dell'auto privata rispetto alla mobilità leggera e pubblica. Ha obiettivi di ricreare, nelle città, luoghi di incontro e di aggregazione che non siano solo centri commerciali, Ha obiettivi di rifondare identità e riconoscibilità per comunità locali, complesse ed eterogenee, ma accomunate dal bisogno di vivere in luoghi e non in semplici spazi.

Tutti obiettivi complessi che rimandano al concetto di trasformazione della città e dello spazio vissuto. Obiettivi che mal si prestano alla semplificazione dello "zero". E che richiedono invece applicazione di competenze diversificate e il supporto di un forte indirizzo politico. Scelte strategiche che devono avere come traguardo città belle, vivibili e ordinate. E che per fare questo devono cercare di liberare energie e imprenditorialità positive e di contro riuscire ad ingabbiare quelle negative, illegali e speculative. E quindi devono porre regole di trasformazione, indirizzi di azione e piani di intervento pubblico convergenti e coerenti con gli obiettivi di qualità. Occorre in sintesi abbandonare la pianificazione degli “indici” e passare, senza ulteriori tentennamenti, alla pianificazione dello sviluppo e della qualità della vita. Le nostre città, i nostri spazi di vita necessitano di progetti di "bellezza e utilità" per recuperare senso. Questi progetti devono essere guidati dalla qualità e dalla loro capacità di evocare suggestioni, di creare identità e di rendere utile per i cittadini la vita dentro una collettività. Cioè per ridare alle città il loro ruolo originario. In questo sforzo di ri-qualificazione non servono i dati sulle quantità ma piuttosto contano gli elementi fondativi della buona pianificazione e della buona progettazione sia urbanistica che architettonica. Ed è lì, su quegli elementi fondativi, che dobbiamo tornare. E' lì che dobbiamo verificare il "senso e l'utilità" delle trasformazioni.

Comprendo che parlare di strategie di sviluppo è più complesso che parlare di indici, di metri quadrati e di quantità di suolo edificato o liberato. Ma non è per questo che vogliamo un paese che si deve affidare ad una politica più “alta” e a un mondo di competenze più qualificate? Quello che vogliamo è una città, un luogo, vivibile, pieno di attività, aperto alle innovazioni tecnologiche e sociali, insomma dove sia bello vivere e muoversi.  Non ci può bastare uno spazio dove siano rispettate le regole "auree" degli indici di sostenibilità ispirate a semplicistiche "suggestioni naturalistiche". Credo che sia ora di ridare la progettazione delle città in mano a soggetti e competenze in grado di antevedere il futuro, con la complessità che questo comporta, e non a pianificatori impauriti del presente e proiettati all'indietro verso il recupero di un'Arcadia che non è mai esistita.

 

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