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Grandi elettori; grave errore politico non avere scelto Renzi Opinion leader

Quindi in sé non è una grande notizia. Era stata avanzata dai vertici del PD toscano e della Giunta regionale, quindi da Enrico Rossi, Andrea Manciulli e Marco Ruggeri l'ipotesi di modificare la prassi consolidata. Ed invece di mandare, per la maggioranza di centrosinistra, le due figure istituzionali di punta della Regione come Ente (il Presidente della Giunta e il Presidente del Consiglio) di scegliere le due figure più “in vista” della regione come comunità, e cioè Enrico Rossi e Matteo Renzi. Ma così non è andata. Ed è stata ripristinata, con un voto a maggioranza del Consiglieri regionali del PD, la prassi consolidata.

Lo ripetiamo. Niente di particolare. Non cambia certo il mondo, e neppure la sorte dell'elezione del capo dello Stato, se invece di Matteo Renzi c'è Alberto Monaci a rappresentare i toscani. E certamente, data la serietà dei due uomini politici, è altamente probabile che il voto dell'uno sarebbe stato uguale al voto dell'altro appunto in linea con i deliberati del PD.
Ma dal punto di vista politico l'evento non può essere fatto passare sotto silenzio, come un contrattempo da derubricare in fretta come frutto di un “errore organizzativo”. Perchè difficilmente si può parlare di errore organizzativo. Ma piuttosto di errore, e grande, di tipo politico.

Intanto il significato tecnico. Il voto che è stato espresso dal gruppo consiliare del PD non è stato un voto a favore del ripristino della prassi. Che avrebbe potuto anche trovare una qualche giustificazione e motivazione su cui far convergere l'intero PD. Il voto ha rappresentato, stante la accertata possibilità istituzionale di non seguire necessariamente la prassi consolidata, una scelta fra due rappresentanti. E quindi il gruppo PD ha espresso una scelta di rappresentanza a favore di Alberto Monaci rispetto a quella, altrettanto possibile, di Matteo Renzi.

E qui si apre il”vulnus politico”. Non c'è bisogno di essere dei politologi per capire chi sia oggi, in Toscana, più rappresentativo, non diciamo in assoluto, ma in termini relativi fra Matteo Renzi e Alberto Monaci. Il primo, sindaco di Firenze, è uno degli uomini politici di centrosinistra più in vista certamente in Toscana ma anche  a livello nazionale che si è posto da tempo alla testa di un movimento di innovazione e di cambiamento del PD e del centrosinistra italiano. Ed è, lo si può dire senza smentita, il leader più apprezzato nei ripetuti e differenti sondaggi  fra gli elettori del centrosinistra, allorquando si parla di un possibile, nuovo, capo del governo. L'altro, Alberto Monaci, è invece un politico a fine carriera, molto coinvolto nel sistema di potere che girava intorno alla senesità del Monte dei Paschi, e del tutto fuori dal dibattito politico sul futuro del centrosinistra sia toscano che italiano. Insomma un vecchio amministratore del PD che non appare certo in linea con l'immagine di rinnovamento della politica italiana e delle istituzioni.

Ebbene fra questi due “campioni”, la scelta di Monaci è apparsa ai più, e certamente all'opinione pubblica toscana e italiana, come un “dispetto” fatto dalla componente bersaniana più “chiusa nel proprio fortino” al leader emergente che potrebbe, alla fine dell'esperienza “governativa” di Bersani, prendere in mano le redini del centrosinistra italiano per guidarlo nella sfida della prossima, non lontana, tornata elettorale.

E allora qui ed ora si pongono due domande. La prima riguarda la scelta del PD di affidare a Renzi la guida del centrosinistra in caso, molto probabile, di ritorno a breve alle urne. E' una scelta fattibile? E' una scelta condivisibile? E' una scelta auspicabile? Con un crescendo di “senso di adesione” da parte del gruppo dirigente del PD? Oppure è una scelta che in molti paventano, che alcuni considerano ineludibile e che solo una parte condivide e supporta? Perchè se ancora oggi, dopo il recente fallimento organizzativo, politico e comunicativo della campagna elettorale del PD, la maggioranza del gruppo dirigente vede e sente ancora Matteo Renzi come un “corpo estraneo”, penso che non c'è prospettiva politica alcuna. Ha ancora un senso andare di nuovo a primarie dove il “vecchio corpo del partito” viene mobilitato dal gruppo dirigente più “stabile” per allontanare “l'alieno”?. Io penso di no. E credo che, se le cose stanno ancora così, la battaglia fra Renzi e un qualche altro “campione” del partito sarebbe soltanto distruttiva e senza sbocco. Anzi potrebbe rinfocolare e riaccendere quelle incomprensioni e quelle rotture, piccole e grandi, che non hanno consentito al PD di fare tesoro di tutto quell'elettorato che si era avvicinato al centrosinistra e al PD nel corso dell'evento delle primarie. E allora meglio separare, anche organizzativamente, le due anime del centrosinistra italiano.

La seconda riguarda invece il diverso “sentimento” che c'è ancora forte nel PD, non soltanto  fra le diverse componenti ma anche fra i diversi militanti, sul bisogno di rinnovamento del paese, del centrosinistra e del PD e sul “poco tempo rimasto a disposizione” per dare alcuni, forti e visibili, segnali di cambiamento. Possibile che ancora oggi troppi dirigenti e militanti del PD non sentano che “il tempo sta scadendo”. E che se tutto continua così (continuano così i tempi e i modi delle istituzioni, continuano così i riti e le liturgie dei partiti, continuano così le motivazioni e i comportamenti delle scelte politiche…e potremmo continuare ancora), quello che è a rischio è il tessuto democratico e civile del paese? Ebbene dietro la scelta di Monaci e l'esclusione di Renzi si può leggere anche questo “ritardo di sentimento”. E dico di sentimento e non di comprensione. Cioè di qualcosa che si capisce, che si analizza fino in fondo con l'arma della logica e della razionalità, ma che si stenta ancora a farla diventare “metro di giudizio, e quindi di comportamento” nella scelta delle diverse alternative politiche.

Lo ripeto, non cambia molto se fra le centinaia di rappresentanti per l'elezione del nuovo capo dello Stato siederà fra i banchi Alberto Monaci invece di Matteo Renzi. Ma il segnale che viene dal PD toscano non è dei più incoraggianti per chi crede che bisogna cambiare. E che bisogna farlo adesso.

Mauro Grassi

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