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Grecia: il fallimento della politica europea si meritava il no Opinion leader

Firenze – La vittoria del Referendum in Grecia da parte dei NO è stata netta. Non c’è molto da dire. Anche chi, come me, sperava in una vittoria dei SI come difficile, ma non impossibile, omaggio al vecchio latino “pacta sunt servanda”, non fa fatica a capire le ragioni del voto greco. E’ un voto del tutto politico. Come del resto non poteva non essere. Credo che la maggior parte degli elettori, in testa si dice i giovani, ha reagito con il voto ad una certa presupponenza delle Istituzioni Europee e Internazionali e ad una gestione economico-finanziaria del debito greco a dir poco fallimentare. Aver costretto l’Europa e i paesi maggiormente in difficoltà ad un rientro in tempi eccessivamente ristretti dal debito e averlo fatto in un clima, causato dall’esterno ma anche dalle stesse politiche europee, di bassa se non inesistente crescita ha creato veri e propri disastri economici e quindi sociali. 

La Grecia dei poveri ha fatto il giro del Mondo. E ha messo davanti agli occhi di tutti i cittadini greci lo spettro di un ritorno all’indietro nel tasso di civiltà e di benessere del paese. Ed è facile che in molti si siano detti:  forse i nostri governi non hanno brillato in questi anni. Forse anche noi come cittadini non abbiamo sempre fatto il nostro dovere. Forse qualcosa deve essere cambiato. Ma è possibile che l’unica strada possibile sia l’impoverimento di gran parte della popolazione e l’umiliazione dei nostri rappresentanti democraticamente eletti? E che tutto ciò non abbia alternative?

Ecco questo si sono chiesti con molta probabilità gli elettori greci.  Ed hanno risposto con un netto no. Ma io non penso che il no greco sia un no alla presa in carico del debito greco. E non penso che sia un no alla necessaria, anche  se dura, politica dei sacrifici. E non penso che sia un no all’esigenza di trovare nuovi equilibri strutturali fra l’economia e il welfare state fino ad oggi realizzato.  Se così fosse, e io non penso che lo sia, la situazione sarebbe davvero drammatica. In primo luogo per la Grecia e i greci, ma anche per il sistema europeo nel suo insieme. Avere una scheggia impazzita nel sistema economico, finanziario e politico europeo, per quanto piccola e di relativa importanza economica, sarebbe un elemento di inevitabile turbolenza.

E invece penso che i greci  hanno dato una risposta emotiva, certo di pancia,  ma anche l’unica risposta che è sembrata dire un no deciso alle attuali politiche dell’Unione europea. In questo senso il no può essere in parte condiviso. Certo prima occorre abbandonare certi slogan e parole d’ordine completamente fuori luogo. Ha vinto la democrazia, si è detto da qualche parte. Cioè un popolo e un governo che lo rappresenta che non mantengono i patti internazionali fra paesi sovrani esprimono una democrazia avanzata? Fare debiti e non pagarli ha sicuramente il pieno appoggio del popolo che quei debiti, pur intermediato dai governi democraticamente espressi, ha fatto. Ma non andrei troppo oltre. Così come fa sorridere la lotta del povero popolo greco contro lo strapotere della Troika. Anche in questo caso le narrazioni da “Davide contro Golia” sono soddisfacenti per una certa vulgata politica, populista e antisistema, ma anche queste lasciano il tempo che trovano.

Ha invece un senso quello che molti commentatori ed economisti hanno ribadito in questi giorni e che sostengono da molto tempo. Se è vero che l’Europa e il Mondo hanno visto crescere nell’ultimo decennio il debito pubblico e quello privato in maniera significativa e questo ha creato un certo allarme fra gli specialisti della finanza, scottati sempre di più da bolle e crack che si susseguono ad intermittenza nel sistema globale, è difficilmente accettabile la cura che specialmente l’Europa ha adottato in questi anni.

E cioè una cura che a fronte di alti debiti diffusi in tutto il sistema (si pensi non solo al debito degli Stati sovrani, ma anche a quello delle banche, delle imprese e delle famiglie) e al crescere del rapporto fra debito e reddito realizzato (il famoso parametro Debito/Pil per gli Stati sovrani) ha puntato in maniera parossistica ad abbassare la crescita del debito annuale (il famoso Deficit/Pil) senza preoccuparsi minimamente della crescita del PIL.  E questo sia in termini reali sia in termini nominali (cioè quella crescita dell’inflazione che come sanno molti  economisti di scuola keynesiana è una sorta di “servosterzo” che aiuta il sistema nelle manovre di aggiustamento dell’economia e della finanza).

Il fallimento di questa impostazione è sotto gli occhi di tutti. In Europa il debito è aumentato ovunque e il rapporto debito/PIL a fronte di basse crescite economiche e a fronte di incrementi di spesa richiesti dagli ammortizzatori sociali ha avuto veri e propri balzi in avanti inducendo, per questa via, ulteriori e sempre più controproducenti tagli di spesa pubblica. Cioè la spesa pubblica, ed in particolare la componente più importante di questa , quella relativa agli investimenti pubblici, è letteralmente crollata, mettendosi in linea con il Pil realizzato e non con quello potenziale.

E un sistema che invece di seguire il percorso del Pil potenziale segue il percorso del Pil realizzato di sottoccupazione (di risorse umane e di impianti) è un sistema dissipativo e che autosostiene il profilo di crisi. Cioè si può dire in maniera abbastanza precisa che la politica europea ha mantenuto la crescita dell’Europa in un equilibrio di crisi con bassa occupazione, basso utilizzo degli impianti e basso tasso di investimento.  Insomma un fallimento  che è sotto gli occhi di tutti e che solo i burocrati di Bruxelles, appoggiati da economisti delle “aspettative razionali” che si rifanno ad una lettura iperliberista del sistema economico, continuano a chiamare riforma del mercato europeo.

Letto sotto questa visione il no greco appare del tutto  condivisibile.  Non più la bizzarria perdente di una sinistra velleitaria,  capace di aggregare dietro di sè il peggio dei movimenti antisistema di tutta l’Europa, ma il gesto certo estremo e disperato di chi non ha molto di più da perdere (o si immagina di non averlo) che però puo’ collegarsi a chi in Europa si batte per un cambio strutturale di politica economica a favore di una maggiore flessibilità finanziaria per la crescita.
Non sappiamo quale sarà l’atteggiamento del governo greco nei confronti dell’Europa dopo l’esito del voto. Le dimissioni di Varoufakis che aveva accentuato l’elemento antisistema della battaglia di Syriza può essere di buon auspicio.

La speranza è che da parte del Governo greco si dimettano i panni delle vittime sacrificali, che si abbandoni l’idea di un proletariato europeo che non ha nulla da perdere se non le proprie catene (parafrasando Marx) e che si tratti, dentro un contesto di gestione  economica più accomodante per tutti e più propenso alla crescita,  un’uscita dalla crisi per una Grecia più efficiente, più rigorosa e con una presenza pubblica  finanziariamente sostenibile.

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