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Guala e Beretta, primi grandi manager cattolici del dopoguerra Cultura, Opinion leader

Firenze – Sui tavoli della politica si è ricominciato a discutere di impresa pubblica, di ingresso dello Stato nel capitale azionario di società strategiche come autostrade, trasporto aereo, acciaio. Neo statalismo? L’industria in mano alla burocrazia e alla politica? Torna la “razza padrona”, i grandi manager  delle partecipazioni statali dell’epoca democristiana oggetto dell’inchiesta di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani che nel 1974 sollevò una discussione accesa sul loro potere senza controlli?

Al di là di valutazioni strettamente economico-finanziarie, c’è una questione fondamentale che riguarda l’integrità e lo spirito di servizio di coloro che guidano o che guideranno le grandi società a capitale pubblico, il cui unico e indiscutibile punto di riferimento dovrebbe essere l’interesse pubblico.

Parla di fatti lontani, ma è di grande interesse anche per l’attualità politica, economica e sociale dell’Italia nella grande crisi della pandemia il libro “Giorgio La Pira e Filiberto Guala visti da vicino, Scritti e testimonianze”  (Ancora Editrice) che contiene le riflessioni di Luigi Beretta Anguissola e alcune schede tematiche di Guala raccolte e curate dal figlio di Luigi, Alberto, che è stato docente di letteratura francese e grande studioso di Proust e Racine.

Come spesso accade alle seconde generazioni, alla morte del padre avvenuta nel 2001 a 86 anni, Alberto Beretta ha trovato un ricchissimo archivio di carte autobiografiche e non, di cui non era facile individuare un filo logico. Luigi Beretta è stato uno stretto collaboratore di Amintore Fanfani al ministero del Lavoro e poi di Filiberto Guala, quando questi era responsabile del Comitato INA-Casa e poi amministratore delegato della Rai dal 1954 al 1956. Successivamente Ettore Bernabei lo nominò direttore prima dei servizi giornalistici e poi dei programmi televisivi. La sua carriera si concluse come vicedirettore generale dell’ente radiotelevisivo.

Nel corpus  archivistico ci sono pagine di un libro al quale Luigi aveva messo mano negli ultimi anni di vita con l’obiettivo da una parte di mettere in luce i difetti di un paese che definisce “Sgangheratopoli o Sganghitalia”, in base a precisi e documentati episodi di cui era stato protagonista o testimone, e dall’altra di lasciare testimonianza sui pochi che grazie a una grande fede cristiana e a uno spirito di servizio incurante di ostacoli, inefficienze e attacchi di ogni tipo. “Il filo di Arianna del libro doveva essere una specie di impietosa radiografia delle principali malattie del sistema Italia”, ricostruisce Alberto.

Tra questi grand commis onesti, leali ed efficienti c’era Filiberto Guala che si dimise dal vertice della Rai a seguito di una tempesta giornalistica le cui origini non sono chiare. Luigi parla di “assunzioni e carriere” e poi si ferma. Il casus belli – riferisce con discrezione Alberto – fu con ogni probabilità il fatto di non aver assunto uno stretto collaboratore di uno dei più autorevoli esponenti DC.

Sentendosi abbandonato Guala lasciò la Rai e fece una scelta che aveva illustri precedenti come Giuseppe Dossetti e Carlo Carretto:  divenne monaco trappista, sollevando curiosità, stupore e ammirazione. Per approfondire le radici spirituali di questa scelta il suo vecchio collaboratore e stimatore Luigi Beretta, insieme con Giuseppe Parenti, docente di statistica a Firenze, che era stato vice presidente di INA – Casa, aveva progettato di raccogliere in un libro brevi schede nelle quali Fra Filiberto aveva scritto riflessioni e ricordi sulla sua nuova vita di “aspirante cristiano”.

Gli appunti per il progetto editoriale, il carteggio fra i tre, le schede sintetiche fanno parte dell’archivio Beretta così come un terzo “corpus” che fa da filo conduttore di tutta l’esperienza umana dell’autore e del suo amico monaco. Luigi fu invitato a redigere una testimonianza per il processo di beatificazione di Giorgio La Pira avviato nel 1986. Processo che ha fatto un grande passo avanti con il riconoscimento della qualifica di Venerabile nel 2018. Di questa testimonianza l’autore ha lasciato una versione lunga e una breve di una introduzione alle risposte al questionario di rito, di cui Alberto pubblica ampie parti.

Questa introduzione rappresenta la parte centrale del volume ideato e strutturato dal curatore, perché La Pira è il grande trait-d’union delle esistenze dei due protagonisti. Il giovanissimo professore siciliano di diritto romano a Firenze era stato accolto nella casa della madre di Luigi, Giuseppina, “perché desse ai figli il buon esempio sia sul piano dello studio e dell’impegno per il futuro lavoro sia su quello morale religioso”. La Pira visse con loro come se fosse un quarto figlio per quasi dieci anni mettendo Luigi a contatto con il fervido mondo cattolico fiorentino di allora che aveva come punto di riferimento politico Fanfani.

L’esponente politico aretino aveva chiamato il giovane ingegnere torinese Filiberto Guala a dirigere l’INA – Casa braccio esecutivo del suo Piano Casa e questi aveva arruolato Luigi su segnalazione del professor Parenti.  Nasce così il trio protagonista del libro.

Nonostante la diversa e complessa natura degli scritti, grazie alla sapiente costruzione redazionale, il libro non solo è di lettura facile e scorrevole, ma fornisce informazioni e suscita riflessioni  profonde sulla stoffa morale e ideale di questi personaggi che per quasi vent’anni fecero parte della categoria dei manager di stato di cui si parlava all’inizio.

Si incontrarono dunque nella sede di INA –Casa e fu una delle esperienze di welfare più importante del dopoguerra, “un gioiello meraviglioso di imprenditoria sociale che dovrebbe essere studiato all’università”, perché “riusciva a dare un grande appartamento a riscatto per 4000 lire al mese nel 1950”. Lo scopo era duplice: risolvere il problema degli alloggi nelle città distrutte dalla guerra e rilanciare l’economia con una ingente mole di finanziamenti pubblici e privati nell’edilizia. Nel paragrafo “Un piano che ha funzionato”, Beretta spiega bene i meccanismi virtuosi che lo hanno fatto funzionare.

Il caso e, soprattutto, la scelta oculata dei dirigenti, vollero che il Piano di Fanfani fosse gestito in modo tale che in tutto il paese vennero coinvolte le migliori professionalità e gli spiriti più liberi e disinteressati. Grandi architetti furono chiamati a disegnare le nuove case. “La Pira raccontava a tutti che Fanfani era riuscito a trovare tre “grossi” collaboratori, senza dover passare loro uno stipendio, perché ciascuno di noi aveva la sua professione e continuava ad esercitarla”, racconta Guala.

Luigi Beretta poteva legittimamente dare una definizione a quelli che nei suoi ricordi definisce “i boiardi”: “Se il boiardo pensa non ad accrescere il proprio potere a perpetuarlo nel tempo, ma sceglie come suo goal il bene comune e soprattutto il bene dei più deboli – così Alberto riassume le note del padre – allora il grand commis puo’ svolgere un ruolo estremamente  positivo…Il contrario è la lottizzazione, in cui vari manager cogestiscono l’ente pubblico e semi pubblico e tirano ciascuno l’acqua al proprio mulino (attraverso favoritismi, assunzioni, tangenti, aggiunge altrove), paralizzandosi a vicenda o comunque in modo necessariamente di parte”.

In una lucida quanto ironica analisi di quello che è accaduto dopo tangentopoli, Luigi spiega come i boiardi riescano sempre a uscirne vincitori con il loro potere intatto: “Il boiardo può in certo senso dire: Lo stato sono io, egli infatti detiene il potere delle assunzioni, promozioni, trasferimenti, cioè in Italia il geloso potere del principe”.

Un ruolo che Beretta condusse secondo la sua coscienza e gli inevitabili compromessi fino in fondo. In Guala prevalse quell’aspirazione alla perfezione cristiana che lo portò a scegliere la vita di contemplazione benedettina, povera, operosa, essenziale, del monaco trappista.

Il suo percorso richiama quello di Dossetti che negli anni 40/50 gli aveva insegnato l’impegno cristiano in tanti ritiri tra esponenti cattolici impegnati in politica, nei sindacati e nelle opere caritative: “Dossetti invitava i laici impegnati ad assumere delle responsabilità nella ricostruzione del Paese con risolutezza, disinteresse, spirito di servizio… ora ha aggiunto un aggettivo, frutto del suo monachesimo”, annota nella scheda “Umile risolutezza”.

Il curatore si pone alla fine l’interrogativo sull’utilità di proporli ai lettori: “Chi, tra i cattolici attivi con zelo in questo o quel movimento prova oggi una sincera curiosità per la vita e le esperienze di questi “quasi santi” formatisi in quella remota era geologica che precedette e preparò il Concilio?”. Sì, questa la risposta, ne è convinto: “Verrà un giorno in cui gli uomini avranno di nuovo capito che talvolta occorre voltarsi indietro per imparare ad andare avanti con slancio maggiore”.

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