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Guerra al coronavirus, dalla Legge il confine all’arbitrio Breaking news, Cronaca

Firenze – Accade di tutto nella guerra al coronavirus. C’è chi lamenta  il rincorrersi dei modelli di autocertificazione per gli spostamenti. Altri che puntano l’indice sui Dpcm, i decreti del presidente del consiglio dei ministri che le prescrizioni contengono. Troppi secondo qualcuno. Eppure. Eppure senza quei Dpcm, provvedimenti flessibili perché flessibile è la situazione, sarebbe come andare in guerra con pistole ad acqua. Lasciamo da parte le autocertificazioni e fermiamoci sulle prescrizioni. Non c’è atto o provvedimento che non abbia il suo fondamento e la sua legittimità nella Costituzione. Come è giusto che sia. Altrimenti si chiamerebbe arbitrio.

Il 30 gennaio scorso l’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, dichiara “l’emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus. Immediatamente il giorno dopo il Consiglio dei ministri, il 31 gennaio, delibera lo stato di emergenza. Deliberazione che apre la strada al primo decreto legge del 23 febbraio 2020, poi dal Parlamento convertito in legge il 5 marzo successivo. La legge delinea in pratica i confini di ciò che si può limitare per combattere l’emergenza ed è sempre la legge che affida ai decreti del presidente del Consiglio dei ministri il compito di prescrivere nel dettaglio i divieti necessari al momento consentendo agli enti territoriali di agire nelle more degli stessi provvedimenti.

Parlamento esautorato? Certamente no visto che il decreto del governo viene convertito in legge dalle Camere a tempo di record. Primo paese occidentale dal dopoguerra, l’Italia vara norme impensabili fino a pochi giorni prima. E all’Italia si accodano via via gli altri Paesi europei.

Del resto mai come in questo caso un decreto legge possiede tutti i crismi dell’assoluta necessità e urgenza.

La Costituzione, all’articolo 120, affida allo Stato il compito primario di tutelare la collettività fino ad arrivare ad affermare che “Il Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali”. Di più. Lo stesso articolo prescrive che “La Regione non può adottare provvedimenti che ostacolino in qualsiasi modo la libera circolazione delle persone e delle cose tra le Regioni, né limitare l’esercizio del diritto al lavoro in qualunque parte del territorio nazionale”.

Che valore ha dunque il “non si entra e non si esce” sbandierato in questi giorni dalle Regioni Basilicata e Calabria? E il “Qui non entra nessuno” della Sicilia? I fatti dicono che al di là delle parole, chi aveva diritto come da decreto del presidente del Consiglio dei ministri è entrato e uscito. E non poteva essere altrimenti

La situazione di emergenza ha portato a limitare e comprimere fortemente libertà tutelate dalla stessa Costituzione: la libertà di circolazione (art.16), la libertà di impresa (art.41), la libertà di esercitare il proprio culto (art.19). Diritti sospesi però in nome dell’unico diritto definito come fondamentale dalla Carta, quello alla salute (art.32).

Per questo l’articolo 16 della Costituzione affida soltanto alla legge la possibilità di limitare la libertà di circolazione e solo “per motivi di sanità o di sicurezza”.

E a questo sembra attenersi anche l’ultimo decreto legge del Governo, quello del 25 marzo, che meglio delimita i confini delle libertà da comprimere, sempre attraverso l’adozione di “uno o più” Dpcm sentiti i ministri competenti, nonché i presidenti delle Regioni e il presidente della Conferenza delle regioni e delle province autonome”. 

Ai presidenti delle Regioni si dà sì il potere di adottare provvedimenti più restrittivi, ma “in casi di estrema necessità e urgenza per situazioni sopravvenute” e “nelle more dell’adozione dei decreti del Presidente del Consiglio dei ministri con efficacia limitata fino a tale momento” e soprattutto “esclusivamente nell’ambito delle attività di loro competenza e senza incisione delle attività produttive e di quelle di rilevanza strategica per l’economia nazionale”.

Non solo. Nello stesso decreto, a differenza del precedente, si pone un espresso divieto ai primi cittadini: “I Sindaci non possono adottare, a pena di inefficacia, ordinanze contingibili e urgenti dirette a fronteggiare l’emergenza in contrasto con le misure statali, nè eccedendo i limiti di oggetto” definiti dal decreto.

Questo evidentemente per evitare il sovrapporsi di provvedimenti contrastanti e porre un freno alle scorribande di qualche sindaco Superman nel delicato terreno delle libertà civili e costituzionali. 

E per evitare il più possibile di aggirare la norma, il decreto si preoccupa ancora di specificare che “le disposizioni di cui al presente articolo si applicano altresì agli atti posti in essere per ragioni di sanità in forza di poteri attribuiti da ogni disposizione di legge previgente”. 

Insomma, se qualcuno di questi sindaci-tribuni cercasse appiglio nello sconfinato dedalo di leggi e leggine offerto dall’ordinamento, si troverebbe di fronte alla limitazione di questi poteri. 

Con ciò sperando di non assistere più a deprimenti proclami, oltraggi, urla scomposte che stonano fortemente  con la gravità della situazione. E che stridono ancora di più con il rispetto dovuto a chi in silenzio combatte negli ospedali, ad ogni cittadino che, ognuno nel proprio ruolo, svolge compiti di controllo sulle strade, assistenza, lavori essenziali o semplicemente se ne sta confinato in casa osservando prescrizioni e divieti in nome della guerra in difesa della salute.

Il Governo fa i suoi decreti, il Parlamento li controlla, li modifica o li boccia e quando li converte sono Legge. E come ogni legge, in caso di conflitto, c’è infine il vaglio della Corte costituzionale.

Che vale per tutti: governanti, parlamentari, presidenti di Regione, sindaci, forze di polizia, forze armate, magistratura e cittadini. Al di fuori c’è solo l’arbitrio.

Foto: Luca Grillandini

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