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Guidi: quando il “tengo famiglia” prevale sul senso dello Stato Opinion leader

Firenze – La legislatura ha già perso tre ministri e un quarto è stato salvato per carità di patria. Lasciamo da parte Josefa Idem l’ex canoista titolare del ministero delle Pari Opportunità e dello Sport nel governo di Enrico Letta che si dimise nel giugno 2013 per il mancato pagamento dell’Imu per la sua casa-palestra di Ravenna. L’affermazione esemplare che un ministro della Repubblica debba essere irreprensibile in tutti i suoi doveri di cittadino sembrava quasi un cambiamento epocale nel senso di responsabilità della classe politica.

Ma proprio nello stesso periodo del Governo Letta è cominciata la serie di episodi che mettono purtroppo a nudo qual è il livello dell’etica repubblicana che spesso mostra  chi è chiamato a gestire la cosa pubblica.  Il ministro della Giustizia Annamaria Cancellieri  intervenne sull’amministrazione penitenziaria a favore della figlia di Salvatore Ligresti  (della cui famiglia era amica), coinvolta nell’inchiesta Fonsai, perché particolarmente provata dall’esperienza carceraria.

La ragione per la quale sarebbe stato opportuno che la Cancellieri si dimettesse nasceva dalla difficoltà per un cittadino qualunque di accettare l’idea che un ministro intervenga sulla sua struttura  a favore di amici e conoscenti, a fronte di tutti coloro che magari hanno gli stessi problemi della figlia di Ligresti, ma nessuno che li aiuti con quel livello di autorevolezza.

Il caso di Maurizio Lupi, Ministro per le Infrastrutture prima del governo Letta e poi del governo Renzi, rappresenta un’altra variante di interessi familiari che prevalgono sul senso dello Stato. Il 16 marzo 2015 in una inchiesta sugli appalti in cui vi furono quattro arresti, il Gip scrisse che uno dei quattro inquisiti, Stefano Perotti, aveva “procurato degli incarichi di lavoro a Luca Lupi”, figlio del ministro. Insomma quest’ultimo avrebbe o richiesto o accettato che un membro della sua struttura procurasse lavoro al figlio.

L’ultimo episodio è di questi giorni. Riguarda il Ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi ed è certamente il più grave. Un’azione legislativa del Governo, un emendamento alla legge di Stabilità 2015, sarebbe stata condizionata a favore dell’attività professionale del fidanzato del Ministro, l’imprenditore Gianluca Gemelli, indagato nell’inchiesta di Potenza sui rifiuti del petrolio. Il fatto è particolarmente scandaloso, perché in questo caso ballavano 2,5 milioni di euro di appalti per il Gemelli. Dunque non c’entrano per nulla né l’amicizia affettuosa, né la sollecitudine paterna, che potevano essere attenuanti (seppure inaccettabili da parte di ministri della Repubblica) per gli altri due, ma l’interesse di business.

In tutti e tre i casi (Cancellieri, Lupi e Guidi) il comportamento ingiustificabile è emerso grazie a intercettazioni telefoniche che erano state attivate dagli inquirenti nei confronti degli indagati che avevano ricevuto sollecite telefonate da parte dei capi dei dicasteri.

Il che porta a una prima riflessione. Nonostante tutte le perplessità che si possono legittimamente nutrire sulla pubblicazione delle intercettazioni telefoniche che non hanno diretta connessione con i reati eventualmente commessi dagli indagati, trovandosi di fronte a simili comportamenti da parte di chi dovrebbe tutelare l’etica repubblicana, esse restano comunque un antidoto (mediocre e imperfetto) perché questi comportamenti vengano alla luce.

Insomma se c’è in giro gente che accetta di assumere una responsabilità pubblica di simile livello ma non ha alcuna idea del senso dello Stato, è meglio che rimanga almeno la possibilità che venga scoperta. Perché altrimenti si rimarrà sempre tutti convinti che i conflitti di interessi siano ineluttabili – come ha scritto La Rochefoucauld, filosofo e aforista francese del 600 – paragonabili a quel “fenomeno naturale dell’estuario di un grande fiume nel quale l’acqua dolce non si distingue più dall’acqua salata”.

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