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“Holy Motors”, recitare per la bellezza del gesto Cinema

Dall'alba alla notte, alcune ore della vita di Mr. Oscar, un essere che viaggia passando da una vita all'altra. Grande imprenditore, assassino, mendicante, creatura mostruosa, padre di famiglia…Oscar sembra interpretare dei ruoli, immergendosi completamente in ognuno di loro – ma dove sono le cineprese? E' solo, accompagnato unicamente da Céline, una donna alta e bionda alla guida della gigantesca limousine che lo trasporta attraverso i quartieri di una Parigi labirintica. Ma dove sono la sua casa, la sua famiglia, il suo riposo? C'è un significato in ciò che fa?

"Holy Motors" non è solo un film ma piuttosto un'esperienza cinematografica a tutto tondo. Costruito al di fuori da ogni logica produttiva ed economica il film di Leos Carax è un viaggio allucinante e allucinato nella mente di un uomo che pirandellianamente mette in scena dieci personaggi in cerca d'autore. E proprio alla pièce di Pirandello si può paragonare “Holy Motors”. Il tentativo di svelare il trucco cinematografico e la creazione del personaggio, il passaggio “dall'avere forma all'essere forma”. Tutto ciò reso possibile grazie ad un Denis Lavant in stato di grazia, tela bianca su cui vengono dipinti dieci ruoli più uno (quello “reale” di Mr. Oscar) ognuno con una sua caratteristica ben definita: dalla zingara all'assassino al capo d'industria fino a quel mostro ctonio che è il personaggio di Merde, già protagonista dell'omonimo episodio nell'ensemble “Tokyo!”. Mostruosa maschera distruttiva che nella sua deformità affascina e rapisce (anche fisicamente) una modella sotto gli occhi esaltati di un fotografo di moda. Con lei rappresenterà una sorta di deposizione blasfema in una delle immagini più forti all'interno del film.

Non c'è significato dietro al mondo che Carax mette in scena, non ci sono risposte o soluzioni, solo questioni che rimarranno irrisolte. Chi è Mr. Oscar? Perché recita? Ma soprattutto per CHI recita? Questa è l'unica risposta che possiamo trovare: recita per noi, il pubblico del film. La mise en abîme di Carax si svela così nella scena che vede il protagonista discutere sul perché faccia il suo “lavoro”. Per la bellezza del gesto, la grandezza dell'espressione attoriale. Espressione che necessita di un pubblico per “esistere”. E quel pubblico appunto siamo noi, non un pubblico interno al film ma uno esterno, quello stesso pubblico che ci troviamo a confrontare nell'immagine su cui appare il titolo del film, uno specchio di noi stessi, seduti in sala a scoprire con occhi affascinati il mondo del cinema.

Il film di Carax è una di quelle pellicole su cui si potrebbero scrivere interi libri eppure c'è poco da dire. È un film che va visto e vissuto, un'esperienza formativa per chiunque si definisca cinefilo. Una pellicola in cui si respira un'aria di genio e sregolatezza, dove si vede quella stessa genialità lasciata a briglia sciolta e capace di esprimersi in tutta la sua follia immaginifica. Un film incomprensibile (e perciò affascinante) nel suo scorrere lento e inesorabile in cui non bisogna porsi domande ma lasciarsi trasportare dal fascino delle immagini e dalla grandezza del gesto attoriale. E infine rimare intrappolati nella labirintica visione mortifera di un mondo incapace di comprendere le proprie pulsioni e i propri desideri.

Regia: Leos Carax
Sceneggiatura: Leos Carax
Genere: Drammatico
Nazione: Francia
Durata: 110'
Interpreti: Denis Lavant, Edith Scob, Eva Mendes, Kylie Minogue, Michel Piccoli, Elise Lhomeau, Jeanne Disson
Montaggio: Nelly Quettier
Fotografia: Yves Cape
Produttore: Pierre Grise Productions, coprodotto da Arte France Cinéma, WDR/ARTE, Pandora Film Produktion

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