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I 50 anni del Concilio Vaticano II: la Chiesa di tutti Opinion leader

L’assemblea  è stata introdotta dalla teologa  Rossana  Virgili e conclusa da Raniero La Valle. Lo scopo dell’assemblea è stato quello di riflettere sui contenuti del Concilio e coglierne la maggiore o minore corrispondenza dell’agire della  Chiesa nei confronti del progetto che il Concilio  ha portato e “continua” a portare. Viene in mente quel passaggio contenuto nel radiomessaggio di Giovanni XXIII , dell’11 settembre 1962, che parlava della “ Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”.
Giovanni XXIII, nel  discorso inaugurale del Concilio, affermò la necessità che i contenuti della fede venissero esplorati ed espressi nelle forme e secondo la cultura degli uomini del nostro tempo. In sostanza “raccontare la fede che era stata narrata nei secoli e che si era andata formando, di Concilio in Concilio, da Nicea al Vaticano I”. Quindi rimettere in luce e decodificare,  per l’uomo d’oggi, l’intero patrimonio di fede elaborato e tramandato dai Concili, in unità con il magistero romano.

Questa logica del Vaticano II era certamente felice 50 anni fà così come lo è ora. L’unità del genere umano appariva ed è  la prospettiva adeguata per affrontare le problematiche del tempo presente e futuro. La seconda metà del ‘900 si caratterizza, come fase  della storia umana, del tutto nuova che richiede tempi e modalità inedite.  Fase che ha bisogno, quindi, di comportamenti “imprevedibili ma adeguati”. Dopo la lavanda dei piedi, Gesù disse a Pietro: “quello che io faccio ora non lo capisci, lo capirai dopo”.
I cinquanta anni che ci separano dallo svolgimento del Concilio, portano a dedurre che non ha avuto luogo il rinnovamento profondo cui si era sperato. Nel mondo cattolico sono maturate posizioni/interpretazioni  diverse rispetto alle indicazioni conciliari. In  Vaticano e presso i porporati che operano nelle diocesi, le posizioni negative sono diffuse. Gli orientamenti e le sensibilità teologiche di Benedetto XVI lo portano a “proporre una lettura del Vaticano II in chiave di continuità e riforma e a denunciare le interpretazioni che vedono nel Concilio una discontinuità”. Una terza posizione è costituita da coloro, come i partecipanti all’assemblea romana del 15 settembre, che sono in accordo con il discorso inaugurale del Concilio di Giovanni XXIII

Il Cristianesimo, nel corso dei primi decenni del IV secolo d.c., divenne la religione ufficiale dell’Impero romano, ormai in decadenza. Iniziò il periodo costantiniano del cristianesimo che l’imperatore promosse per rafforzare il proprio potere. Il periodo costantiniano –caratterizzato dall’alleanza tra il  potere spirituale e il potere temporale- si è protratto in termini di “complesso mentale e istituzionale nelle strutture, nei comportamenti e perfino della spiritualità della chiesa e questo non solo di fatto,ma come ideale” Il paradigma del cristianesimo costantiniano  –giunto fino alla prima  metà del XX secolo,  rappresenta solo una forma storica della cristianità occidentale che Domenique Chenu definisce “un tempo sociologico e non  soltanto cronologico”

Per  Chenu ci sono quattro fattori che porterebbero alla fine dell’era costantiniana ed a una nuova incarnazione del cristianesimo nella civiltà umana: il risveglio del vangelo; la Chiesa vive di vangelo, non di diritto romano e nemmeno di filosofia aristotelica o di cultura liberale; Il primato della Parola di Dio, che abbia una forza trasformatrice della realtà della Chiesa che deve rinnovarsi in base ad essa; Una Chiesa missionaria, capace di rendere cristiano il mondo così come si sta  costruendo in questo nuovo e straordinario tempo storico; l’esigenza che i poveri ascoltino la parola di Dio, sono infatti  la prima via per penetrare nelle terre nuove dell’umanità.

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