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L’umana violenza nelle opere di Giuliano Vangi Cultura

Si attribuisce a Giuliano Vangi, lo scultore ottantenne, nato a Barberino di Mugello, questa dichiarazione: “L’uomo di oggi e la sua lotta contro un mondo ostile resta comunque il tema fondamentale della mia opera, tutto il resto m’interessa poco. Voglio raccontare i suoi conflitti interiori e i problemi che affronta a livello sociale, solo così sento di essere a posto con la mia coscienza: aver ‘raccontato’ qualcosa che riguarda tutti gli uomini e non essermi limitato alle mie piccole gioie o dolori personali”. Lo abbiamo incontrato nella galleria di Frediano Farsetti dove si è aperta ieri una sua personale, di opere davvero impressionanti. E’ dalla grande retrospettiva del 1995 al Forte Belvedere che a Firenze non si vedevano tante sculture e disegni, raccolti insieme a dare ulteriore testimonianza della potente forza interiore, sempre in crescita, di questo artista dalla dirompente personalità. Qui, assieme a grandi disegni preparatori, è stata installata Veio, la scultura in bronzo a grandezza naturale, che raffigura un motociclista che cavalca una vera moto Triumph Tiger, all’inizio di una strada di dodici metri – di bronzo anch’essa – che porta a un minuscolo paesino. L’uomo porta un elmo antico che lascia intravedere una smorfia feroce, e indossa un giubbotto di pelle. La stranezza sta nella mano destra scagliata in avanti come un’arma, e addirittura raddoppiata (scrive Philippe Daverio in catalogo: “…come in una fotografia di Bragaglia”). Vangi, nel suo lavoro la violenza dell’uomo sull’uomo continua ad essere denunciata perché, stando a quanto storia e cronaca ci riportano, ha cause lontane nel tempo, che si rinnovano sempre? “Ho chiamato quest’opera Veio, una piccola città invisa a Roma di cui contrastava l’espansione. Assediata per anni, fu poi distrutta. Questo aggressore in panni moderni sta a testimoniare che la minaccia e la violenza sono sempre in azione nella mente dell’uomo”. Alla domanda cosa può opporre l’artista a questa violenza, sul bel viso sereno di Vangi è apparsa un’espressione di titubanza. “Non si vede nessuna traccia di ottimismo nel mio lavoro?”. Andiamo a cercarla tra i tanti lavori esposti in galleria una possibilità di speranza, se non di ottimismo. Proviamo a vedere se è insita nelle indifese figurine nude in avorio, materiale fragile e insolito; nel tronco di ebano che racchiude una donna, anch’essa nuda, con grandi occhi sgranati e interrogativi; in Martino, altra figura policroma di uomo pensoso, in avorio rivestito di bronzo. Non c’è speranza, se mai pietà, in Stazzema, la grande composizione plastica di un padre straziato che porge agli astanti in corpicino del figlio senza vita. In un saggio di Francesco Gurrieri per questa mostra si legge del “tumulto plastico” di Vangi che costituisce “una fortissima interrogazione esistenziale”. Infatti nei volti delle sue figure è spesso presente la domanda del perché di tanta violenza e scempio, siano questi causati dalle guerre oppure dalle calamità naturali. Vangi è ormai all’apice del suo successo, tanto da avere un museo personale a Tokyo. A Firenze abbiamo un suo bronzo, un minuto e ieratico San Giovanni, posto di là d’Arno in posizione defilata, ma lo scultore si dice contento che abbia trovato finalmente una collocazione. Quello che apprendiamo è che a Bagno a Ripoli esiste una bella collezione privata delle sue sculture, che è visitabile giovedì, sabato e domenica. Ce ne informa Alessandro Calvelli, assessore alla cultura di quella vivace frazione di Firenze, invitandoci ad andare a visitarla. Cosa che ci ripromettiamo di fare prossimamente.

Galleria Frediano Farsetti. Lungarno Guicciardini 21r, Firenze

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