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I due Ali: Il grande Muhammad e il suo discepolo Mouhamed Cinema, Società

Pontedera –  Sulla vita di questo ragazzo senegalese adottato anni fa dall’Italia sarà presto fatto un film. Si intitolerà “The Power”. Il riferimento è al potere di chi crede nei sogni, nel duro lavoro che serve per plasmare i muscoli e velocizzare i riflessi, nel riscatto che lo sport a volte sa offrire. Una storia di sudore e fatica, di pugni e sacrifici, come si addice alla biografia di un pugile. Ali questo ha sempre voluto essere: un pugile. Un destino già scritto nel nome che suo padre, Moussa Ndiaye, boxeur di talento, scelse per lui il giorno della sua nascita, il 26 ottobre 1979, in un piccolo ospedale di Pikine, Senegal, a dieci chilometri dalla capitale Dakar. Mouhamed Ali. In onore di Muhammad Ali, The Greatest, il più grande di tutti i tempi.

 Il leggendario campione americano, tra le icone più luminose del ventesimo secolo, se n’è andato lo scorso 3 giugno, a 74 anni, nell’ospedale di Phoenix, Arizona, dov’era ricoverato da quando le sue condizioni di salute, minate dai colpi del suo peggior avversario di sempre, il Parkinson, erano improvvisamente peggiorate. Alla notizia della morte dell’atleta che una volta si chiamava Cassius Marcellus Clay, e che volle cambiare il suo nome una volta abbracciata la fede islamica, Mouhamed Ali Ndiaye ha comunicato il suo dolore con poche parole che dicevano tutto: «Un altro sogno che svanisce».

Aveva due sogni, Mouhamed. Iniziò a custodirli quando, giovane promessa del pugilato, partì dal Senegal alla volta dell’Italia, un paio di guantoni nella valigia e, nel cuore, la voglia di farli saettare a dovere. Il primo: «Diventare campione del mondo». Il secondo: «Incontrare di nuovo, dopo tanti anni, Muhammad Ali, poterlo abbracciare, ricordargli di quando mi prese in braccio in Senegal, nel 1980, in mezzo a un ring di Dakar, io un fagottino di pochi mesi, lui continuamente in giro per il mondo per trasmettere alla gente, una volta finita la carriera di pugile, i valori in cui ha sempre creduto; e poi ancora qualche anno dopo, per la seconda e ultima volta, sempre a Dakar, nel 1989, quando gli dissi che sarei diventato un pugile come lui: mi guardò, si mise in posizione di guardia e mi disse “Allora dacci dentro!”; e poi mi insegnò un gioco di prestigio: prendeva un fazzoletto bianco tra le mani e di colpo lo faceva sparire».

 Il destino ha voluto che nessuno di quei due sogni si avverasse. Ndiaye, sul ring, ha vinto molto; inizia a combattere a 12 anni, in Senegal, ma è in Italia che la sua carriera si consolida. A Pontedera mette su famiglia: la moglie, i figli. A Pontedera si allena, seguito dal team della società “Galilei-Mazzinghi”. «Il primo incontro con Ali? Certo che lo ricordo», ha raccontato Sandro Mazzinghi, il grande pugile pontederese due volte sul tetto del mondo della Nobile arte. «Si avvicinò con un’aria insieme timida e spavalda. Col suo italiano ancora incerto esclamò: “Anch’io voglio diventare un campione come te! Cosa devo fare?”. Mi sorprese e mi commosse. Un po’ m’imbarazzò. Cercai di spiegargli che la boxe è una disciplina molto dura. Anzi feroce. E che per essere campioni non basta solo la tecnica o la forza. Ci vuole un fuoco dentro. Nell’anima. Un ardore che divampa e ti consente di affrontare sangue, sudore, sacrifici, lacrime».

Mouhamed Ali Ndiaye

 I successi, il professionismo. Il fuoco dentro: il calore degli affetti, della fede. Il giovane immigrato che si mantiene con umili lavori e diventa un astro del pugilato: sembra una fiaba. L’autore pontederese Riccardo Minuti la racconta in un libro, “La boxe nell’anima” (Tagete Edizioni). Arriva a disputare il titolo europeo dei supermedi, capitolando – in un incontro dal finale strano, per certi versi inspiegabile – ai colpi del francese Christopher Rebrasse, alla quarta ripresa. Ha deciso di lasciare la boxe quest’anno. Il 2016. L’anno in cui The Greatest ci ha lasciato. No, non c’è stato il tempo di abbracciare di nuovo quel magnifico idolo, di incrociare per la terza volta il suo sguardo di paladino del popolo nero, di stringere ancora le grandi mani che un tempo lo afferrarono e sollevarono per aria come un trofeo: la malattia non l’ha permesso.

Nella serata di venerdì 3 giugno, alla notizia dell’aggravarsi delle condizioni di salute dell’anziano campione, Mouhamed affida un primo, accorato messaggio alla propria pagina Facebook: “Forza omonimo Muhammad ,ho nostalgia di te, spero di rivederti presto. Chiedo ad Allah di farti stare bene, hai combattuto ogni ostacolo. Forza. Forza. Forza”. In calce, la foto dei due Ali scattata a Dakar nel 1980. Il giorno dopo, assieme a una frase che Ndiaye mai avrebbe voluto scrivere, una foto del secondo incontro tra la leggenda del ring e il futuro pugile. Quello del 1989. “Ho provato a scrivere ma non ho le parole per esprimere i miei sentimenti verso di te, Ali. Che Allah ti riceva con dolcezza in paradiso. Grazie per gli insegnamenti che hai donato all’umanità. Mi mancherai tanto e mi ricordo quel giorno del 1989, a Dakar, quando giocavi come me con un fazzoletto bianco che facevi sparire tra le mani e, guardando il mio stupore davanti a quelle magie, ridevi e facevi le smorfie. Ringrazio il mio papà Moussa Ndiaye per avermi chiamato come te”.

 

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