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I gommoni di Ai Weiwei: Firenze parla la lingua dei contemporanei Opinion leader

Firenze – Che ci fanno 22 gommoni  di salvataggio attaccati come curiose cornici ad altrettante finestre di Palazzo Strozzi? Sono belli o ripugnanti? Sono arte o semplice provocazione?  Con tutte le polemiche che si sono scatenate era inevitabile che l’installazione “Reframe” dell’artista cinese Ai Weiwei fosse l’argomento principale della presentazione ufficiale della mostra che si apre al pubblico venerdì 23 settembre.

Il messaggio di Ai Weiwei è chiaro. Quei gommoni portano “violentemente” all’attenzione del pubblico il dramma della migrazione e dei rifugiati, “in un forte contrasto visivo e culturale su uno dei simboli della storia dell’arte occidentale”, come afferma il catalogo della mostra. Sono i gommoni rossi usati dalla Marina militare italiana, per dare un segnale positivo di speranza, ha spiegato Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi.

L’autore ha avuto parole di lode per l’Italia, unico paese che veramente si impegna per aiutare chi fugge in cerca della libertà, uno dei valori che rappresenta con la sua stessa vita di perseguitato dalle autorità cinesi. Per questo si è battuto costantemente, per salvaguardare la sua autonomia di artista: “Libero” è appunto il titolo della sua prima grande mostra in Italia.

Ovviamente tutte le critiche sono bene accette e anzi benvenute dal momento che l’arte contemporanea vive del confronto anche duro fra le idee, dice Ai. Sarebbe peggio l’indifferenza. E tuttavia il sindaco Dario Nardella. in uno dei suoi interventi finora più decisi non ha lasciato spazio a incertezze e ripensamenti. Lui si batte da anni per fare di Firenze un centro internazionale anche dell’arte contemporanea, come una grande città europea.

“Firenze è una città libera, anticonformista, contemporanea e combattente”, le sue parole.  Dunque nessuno si permetta di affermare  che non si doveva fare questa operazione: “Nessuna censura sarà permessa, non apparterrà mai a una città come la nostra”.  Detto questo, bene che si discuta, perché questo “fa crescere la città”.

E a sostegno di questa impostazione che dovrebbe condividere ogni cittadino di Firenze che vuole guardare un po’ oltre le sue consolidate certezze quotidiane, è intervenuta Cristina Acidini, presidente del Consiglio di indirizzo della Fondazione Strozzi. Ai Weiwei ha “un rapporto fisico, amoroso, aggressivo persino violento, in senso simbolico”, collaudato e riconosciuto, con il passato dal quale scaturisce la sua visione della contemporaneità.

I concetti di arte e bellezza si devono applicare con attenzione per un artista che crea “immagini significative e memorabili tipiche dell’arte concettuale del nostro secolo”. Immette nel  mondo idee visive che prima non c’erano, come per primi hanno fatto i Dadaisti. Dunque i 22 gommoni  sono più espressivi ed eloquenti di qualunque immagine che vediamo alla televisione.  Ma tutto ciò si può definire arte? “Non so se arte, ma è pensiero è emozione, è la volontà di esprimere frammenti ed aspetti della realtà che stiamo vivendo”.

Dopo tanti esperimenti e iniziative più o meno riuscite, più o meno interessanti, con Ai Weiwei Firenze entra davvero nel flusso di coscienza dell’età contemporanea.

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