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I saggi di @unblogdiclasse: l’eroico furore di Giordano Bruno Cultura

Pistoia – In occasione della XIV edizione del Certame internazionale bruniano, svoltosi a Nola (NA) dal 16 al 19 aprile, studenti universitari e liceali provenienti da tutta Italia si sono misurati con il De gl’Eroici furori (1585), opera tra le più complesse e dense di significato del filosofo nolano Giordano Bruno.  Genio multiforme ed inquieto, tra i protagonisti della rivoluzione cosmologica moderna, Bruno fu giudicato eretico dal Sant’Uffizio e perciò arso vivo in Campo de’Fiori a Roma il 17 febbraio 1600.  Tra gli oltre cento quaranta concorrenti che hanno partecipato alla competizione, Stefano Martelli, alunno della classe IV del Liceo scientifico “E. Fermi”di San Marcello Pistoiese ha ricevuto una menzione speciale dalla commissione esaminatrice, presieduta dal Prof. Aniello Montano.

Riportiamo di seguito il saggio, riveduto per l’occasione e ampiamente rimaneggiato. 

Leroico furore di Giordano Bruno

Pubblicato a Londra nel 1585, DeglEroici Furori è l’ultimo dei cosiddetti “dialoghi italiani”, composti Giordano Bruno durante il suo soggiorno inglese.

Il filosofo nolano lo dedica a Sir Philip Sidney, il “Petrarca inglese” e i temi che affronta sono principalmente di ordine gnoseologico e metafisico giacché, come si legge, dobbiamo «montar sopra la raggione corporea». Bruno si tiene lontano da questioni teologiche o legate alla politica. Èuna scelta dettata dalla prudenza, dal momento che l’“italian didapper”(il piccolo omiciattolo come venne definito negli ambienti di corte) vuole riconquistare la fiducia dell’opinione pubblica inglese, ormai a lui apertamente ostile.

Dapprincipio il Nolano pensava di intitolare la propria opera “Cantico”, in analogia con il Cantico dei Cantici di Salomone–cosìda porre la propria filosofia sotto la tutela dell’auctoritas biblica – ma in seguito ha rinunciato a farlo, per un duplice motivo. Innanzitutto per evitare l’accusa di blasfemia che i suoi detrattori avrebbero potuto muovergli, poi perchénon intendeva sviluppare un discorso allegorico bensìsimbolico, come dimostrano i sonetti e gli emblemi attorno ai quali il dialogo si sviluppa.

L’opera tradisce poi una forte impronta autobiografica: molti degli interlocutori sono amici o conoscenti di Bruno. Fra questi risalta la figura di Luigi Tansillo, poeta cinquecentesco di origine nolana, con il quale Bruno condivide l’idea che èdalla libera creazione che derivano le regole della poesia e non il contrario.

Malgrado la sua prudenza, Bruno muove pesanti critiche agli aristotelici, contro i quali sostiene un argomento analogo a quello che Galilei farà valere qualche anno dopo, cioè che «vivono in un mondo di carta». L’altro obiettivo polemico della filosofia bruniana èla poesia d’amore di stampo petrarchesco, in particolare la divinizzazione della figura femminile. Evitando tuttavia di recare offesa alle dame inglesi, che considera non giàfemmine, ma ninfe e dive, e di urtare la sensibilitàdella regina Elisabetta cui rivolge l’eloquente epiteto di “Diana”.

Il motivo dell’eros platonico è comunque centrale nell’opera. Come già Platone, e poi i neoplatonici, Bruno ordina il sentimento amoroso su piani differenti, dal più basso, l’amore carnale, che appunto definisce “amore volgare”o “furore bestiale”, fino a quello più alto e nobile, l’amore per il divino, il cosiddetto furore eroico.

Furioso è colui che, ardente di impeto, ricerca incessantemente la divinità, e con essa la divina conoscenza. Contrapponendosi ancora una volta alla tradizione, Bruno si discosta dal modello di virtù professato dagli antichi greci, consistente nella moderazione e nel«giusto mezzo», e definisce il furioso come «doppiamente vizioso», in quanto, nella sua incessante ed esasperata ricerca dell’infinito, egli arriva a toccare gli eccessi opposti.

Gli umani strumenti di cui il filosofo si serve nella sua venatio sapientiae sono quelli dell’intelletto e della volontà. Essendo partecipe dell’umana condizione, anche l’indagine del furioso èperòstretta entro limiti insormontabili, di ordine gnoseologico e ontologico; «quaque est difficilis, quaque est via nulla» (Ovidio, Metamorfosi, III 227). Bruno insiste più volte sulla vena elitaria del suo pensiero ma sopratutto sul carattere umbratile della conoscenza umana, per la quale la divinità risulta inattingibile nella sua più intima essenza.

A tale proposito ricordiamo tra gli emblemi utilizzati da Bruno, quello che riporta il motto latino «nulla fides gente», che rimarca l’agognante stato d’impotenza della condizione umana di fronte alla controparte divina. Dunque, anche i mezzi di cui il filosofo si serve sono condizionati dai vincoli della finitezza. Come egli stesso scrive: l’intelletto «converte le cose apprese in sé», e quindi le costringe all’interno delle proprie limitate capacità. Ciò nonostante la volontà, dotata di maggior vigore, può permettere al furioso di trascendere le proprie naturali barriere e di innalzarsi fino a Dio.

Sta in questo la straordinaria esperienza del Furioso, che ardendo e consumandosi di desiderio, giunge a contemplare la  sublime unità tra Dio e l’universo, e nel mentre realizza di essere parte integrante di questo uno-tutto. A tale scopo Bruno riprende e reinterpreta il mito classico di Atteone, l’eroe nipote di Cadmo che durante una battuta di caccia vede Diana nuda, e da questa viene trasformato in cervo, per poi essere sbranato dai suoi stessi cani. Mentre nell’interpretazione classica del mito questa fine rappresenta la giusta punizione dell’umana tracotanza, il Nolano rivaluta la figura di Atteone, sotto le cui sembianze si cela in realtà il filosofo che va a caccia della verità per sentieri impervi, accessibili a pochi. La divinità si mostra a lui sine veste, nel suo sapere eccelso. Tale visione lo tramuta in cervo, ovvero il filosofo si riconosce parte di quella natura in cui l’essenza di Dio si riflette.

La simbologia dei veltri èparticolarmente densa di significati. I cani piùsvelti «cursu forte Aello» (Ovidio, Metamorfosi, III 219), rappresentano l’intelletto, quelli piùforti «prevalidus […] Lacon» (Ibidem), corrispondono alla volontà. Ed è proprio la volontà che permettere alla caccia di andare a buon fine, spingendo il furioso al di là dei propri limiti umani, oltre le pareti apparentemente insormontabili della corporeità.

È solo con la morte, però, che il filosofo cacciatore si libera dall’affannosa finitezza. Questa visione travagliata dell’eros rimarca che «l’amor suo non esser come quello della farfalla» che si brucia nel fuoco inconsapevolmente, ma bensì«viene guidato da un sensatissimo e pur troppo oculato furore, che gli fa amare piùquel fuoco». La cosiddetta «morte di bacio»èuna delle figure maggiormente pregnanti del misticismo biblico che Bruno assume e piega alle finalitàdella sua filosofia anticristiana.

Nell’unitàperfetta fra mondo e divinitàsi compie poi l’incessante metamorfosi «degli enti in altri», quasi in un continuo divenire eracliteo, nel quale attraverso “ingranaggi concentrici” l’universo subisce l’eterna vicissitudine. Questa concezione di un universo infinito e in continuo mutamento è straordinariamente visionaria, e anche per questo eccessivamente controcorrente per l’epoca, se è vero che persino Keplero e Galilei considerarono con diffidenza le teorie cosmologiche del Nolano.

Ammettere l’infinità dell’universo significava d’altra parte riconoscere la marginalità dell’essere umano e toglierlo dal piedistallo su cui l’umanesimo l’aveva posto: «[…] l’uomo, fattura priva di un’ immagine precisa e, postulo in mezzo al mondo […] libero artefice di se stesso» (Cf. Pico della Mirandola, Oratio de dignitate hominis). Tuttavia, grazie alla volontàl’uomo può emergere dalla condizione in cui si trova e sollevarsi fino al «Divino artefice».

Sfortunatamente, Bruno falliva nel proposito di riabilitare se stesso e la propria filosofia agli occhi del pubblico inglese, consegnandosi a un destino che lo avrebbe condotto quindici anni dopo a una morte infamante sul rogo.

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