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I Toscani impegnati ricostruzione chiese in Emilia Cronaca

Già nel terremoto del Friuli del 1976 – il Cardinale Arcivescovo di Firenze dell’Epoca, Ermenegildo Florit era nativo di quelle terre –  la formula vincente che fece crescere la solidarietà tra le diocesi italiane  fu proprio quella del gemellaggio. Questa forma è stata rivissuta con il terremoto dell’Aquila che ha dato alcuni risultati, consapevoli che più il gemellaggio è voluto dalle due parti e più è proficuo. L’intenzione di Caritas Italiana è rinnovare questa forma di vicinanza anche con l’Emilia Romagna.

Alle 18 diocesi della Toscana sono state affidate le parrocchie di Concordia, san Possidonio, Fossa e Vallalta della diocesi di Carpi, la diocesi più colpita dal sisma, con 34 su 38 parrocchie, distrutte.

Il mese scorso una delegazione regionale della Caritas composta dal Vescovo incaricato dalla Conferenza Episcopale Toscana, l'Arcivescovo di Arezzo monsignor Riccardo Fontana, dal delegato don Renzo Chesi, dal direttore della Caritas di Prato Idalia Venco, dai  due vicedirettori della Caritas di Firenze, Andrea Gori e don Fabio Marella e dal direttore della Caritas di Siena, Giovanni Tondo, si è recata a far visita ai parroci delle parrocchie assegnate per esprimere la vicinanza e per dare la disponibilità di un cammino da fare insieme  Caritas Toscane e parrocchie di Carpi.

A Concordia il parroco don Franco, 52 anni di ordinazione, da 30 anni in paese ha ricevuto la delegazione toscana in una casetta di legno che attualmente è l’ufficio parrocchiale.

Cosi ha raccontato la situazione alla delegazione toscana: “Ringrazio il Signore che non mi ha favorito, ho perso anch’io tutto, come la mia gente. Andrò nella casette prefabbricate come loro, attualmente vivo da mia sorella, dal crollo non ho salvato niente; stamattina per la vostra visita vi confesso che non sapevo cosa mettermi. Ho visto crollare tutto: la chiesa è crollata interamente, la canonica è inagibile come pure le case del centro storico, dove vivevano anziani, ma anche tanti stranieri che adesso sono costretti a vivere nelle tendopoli che la protezione civile della Toscana e del Lazio hanno preparato, qui vicino. Ammetto che, quando mi guardo intorno, vedo che c’è tanto da rifare e allora provo dei momenti di angoscia, specialmente nel pomeriggio: allora faccio un giro e tutto passa. Quello che adesso mi preme è che prima possibile possiamo avere un luogo per pregare: infatti attendiamo una nuova sistemazione, in un’area libera individuata dal Comune, in cui saranno sistemati il municipio e la chiesa prefabbricata. Un’interruzione anche breve dell’attività giovanile può voler dire abbandono senza ritorno della loro vita parrocchiale ed è per questo motivo – sottolinea il parroco – che i campi estivi li abbiamo mantenuti, come le altre cose programmate. Io non riuscirò a vedere la nostra chiesa rifatta, ci vorranno molti anni, però mio dovere è gestire questo momento difficile, affinché alla gente sia data la possibilità di entrare in una chiesa a pregare come faceva prima”.

Don Aleardo, 77 anni della comunità di San Possidonio racconta: “Poco prima del terremoto stavamo terminando la ristrutturazione della chiesa e poi tutto è finito. Attualmente dormo all’asilo in una brandina, anche la canonica è stata danneggiata. Quello che mi dà pensiero sono gli abitanti che sono andati via, oltre 200, molti anziani e giovani stranieri: spero che trovino un alloggio al loro ritorno. La parrocchia però non ha interrotto la sua attività pastorale”.

Puntualizza Remo, responsabile della Caritas parrocchiale di San Possidonio: “Con le scosse del terremoto siamo rimasti senza parrocchia perché la chiesa è crollata, la canonica è inagibile, in quanto adiacente alla chiesa e questa ha un muro che può cadere da un momento all’altro sulla canonica facendola crollare e tirandosi dietro lo stabile del municipio attaccato a questa. La villa è crollata e questo era il centro parrocchiale per tutte le attività. Ora le attività della parrocchia sono sotto un tendone; nonostante tutto questo siamo riusciti a far partire il centro estivo: i ragazzi dell’ACR sono partiti per il campo sulle montagne del Trentino. La quarta domenica d’agosto si svolgerà la sagra del Crocifisso, purtroppo senza il Crocifisso storico, perché quest’ultimo si è sbriciolato con la caduta della chiesa; però la sagra si farà lo stesso, anche se in modo diverso e con più ristrettezze. Chi ha dei capannoni o delle case lesionate si è messo a ripararle. I gesti di solidarietà sono stati tanti fin dai primi momenti: con la prima scossa della domenica ben 180 persone hanno trovato alloggio e cena presso la palestra, anche questa resa inagibile con la seconda scossa”.

Alla Toscana sono state affidate le seguenti parrocchie della diocesi di Carpi:

Parrocchia Conversione di San Paolo a Concordia – abitanti 4.700. Chiesa crollata, canonica da demolire, oratorio da demolire, cinema agibile parzialmente ma in zona rossa.

Parrocchia di San Giovanni a Concordia – abitanti 1.700. Chiesa pericolante, canonica disastrata.

Parrocchia Santa Caterina a Concordia – abitanti 658. Chiesa con crollo copertura e timpano, campanile crollato, salone oratorio inagibile.

Parrocchia di San Possidonio a Possidonio – abitanti 3.800. Chiesa distrutta, canonica con muri chiesa incombenti, oratorio cadente, teatro con gravi danni forse non recuperabile.

Parrocchia San Pietro Apostolo – abitanti 1.400. Chiesa cadente, oratorio inagibile, campanile pericolante.

Parrocchia della Natività della B. V. Maria a Vallalta – abitanti 1.004. Chiesa gravemente inagibile, campanile pericolante che incombe su canonica e oratorio.

Intanto a Ferragosto la diocesi di Carpi ha potuto inaugurare una nuova chiesa parrocchiale a Novi di Modena, tutta in legno, dedicata alla Beata Vergine Maria Stella dell’Evangelizzazione e al Beato Giovanni Paolo II, realizzata per iniziativa dell’emittente  Telepace.

Il Vescovo Mons. Cavina ha espresso la sua “gioia per quello che stiamo vivendo oggi”, ammettendo “che erano mesi che non provavo una gioia così profonda e vera come in questo momento. La nuova chiesa di Novi è un bel segno di speranza e di rinascita, innalzata a tempo di record, in appena due settimane”.

Ed è questo è il compito che spetta ai Toscani.

"Che bello sentire suonare di nuovo le campane”, commentava  una donna a margine dell’inaugurazione, mentre dal piccolo campanile che si erge dietro alla struttura si diffondeva il tradizionale richiamo alla preghiera e alla liturgia.

“Finalmente abbiamo di nuovo un luogo di culto dove poter celebrare –  sottolineava il vescovo ai giornalisti – riconoscendo che adesso abbiamo capito,  e forse è l’insegnamento del terremoto, che una comunità senza la propria chiesa, il luogo di culto e le sue strutture è una comunità povera, che rischia di sgretolarsi”.

La gente vuole le chiese. Si riparte da una chiesa, dunque. “È ciò che la gente ha chiesto – sottolinea il Vescovo  – è un richiamo a ciò che la popolazione desidera: prima ancora delle strutture comunitarie vuole le chiese per sentire il suono delle campane, per poter incontrare il Signore e averlo presente nel tabernacolo”.

Questo chiedono oggi gli Emiliani della diocesi di Carpi ai Toscani.
 

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