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Socialità e beni comuni, ma salvando il mercato Opinion leader

D’altronde la situazione è drammatica da tutti i punti di vista, da quello economico a quello morale, per cui sembra davvero necessario radicalizzare di più l’approccio politico. E radicalizzare vuol dire a sinistra, quasi come una sorta di riflesso condizionato, spostarsi di più verso il socialismo. Quello tradizionale. Certo, quello che non punta alla rinazionalizzazione dei mezzi di produzione ma che riscopre, come toccasana, tutti quei principi di socialità e di pubblicizzazione dell’economia che derivano dal filone marxista pur bagnato, e quindi diluito, nelle varie acque nazionali delle socialdemocrazie europee. Intendiamoci. Le ragioni per ribellarsi ad un neoliberismo di destra, selvaggio, che si è affermato nel mondo in maniera catastrofica dopo la disfatta del comunismo ma anche di fronte alla crisi della gestione keynesiana dell’economia, ci sono tutte. E fra tutti gli elementi critici , con riferimento solo alle economie avanzate, valga il più importante e cioè lo “spreco di lavoro”. Milioni di giovani che o non trovano lavoro o che, se lo trovano, stanno per anni in condizioni di precarietà e di incertezza tali da minare non solo la base economica della loro esistenza ma anche la tenuta psicologica individuale e collettiva rispetto alla progettazione di un futuro possibile. E questo non può più essere accettato. Ne va del sistema democratico. Il radicalismo è quindi una via di uscita non solo giustificata dalle condizioni economiche ma anche psicologiche della popolazione. Ma è anche una via di uscita necessaria. Non servono piccole correzioni che, da sole, non sono in grado di ridare linfa vitale al sistema.

Ma quale radicalismo. E’ su questo che si dovrebbe discutere. Ed è questo il vero nodo su cui si deve approfondire la discussione. Dicevo, la sinistra storicamente conosce solo un tipo di radicalismo. Lo spostamento a sinistra. Statalista per tanto tempo. Oggi un po’ meno statalista e maggiormente socializzante. Non si capisce ancora bene come possa adattarsi all’economia e alla società di oggi, ma si capisce che si vorrebbe far ricorso in maniera più forte all’autogoverno dei cittadini, alle forme di socialità diffuse nella società. Insomma ad un socialismo con meno Stato e più partecipazione e autogoverno dei cittadini. Ovviamente per ora si può parlare di tendenza verso questo modello “più leggero” di socialismo. In molti slogan, proposte e pratiche del movimento si sente ancora molto e molto forte lo statalismo. La pubblicizzazione come risposta primaria. Come dire, autogoverno, socialità, creatività, ma con l’intervento pubblico, realizzato in maniera molto tradizionale, a supporto della vita individuale e collettiva dei cittadini. E su questo ci vorrà del tempo: non si passa da Marx a Proudhon in poco tempo. Ma l’indirizzo può essere interessante. Anche se bisogna stare attenti: occorre “handle with care” con gli utopisti dell’800. Quello che invece deve essere evitato, in questa ricerca di un nuova socialità e di riaffermazione dei cosiddetti beni comuni, che insieme al neoliberismo (e ci metterei anche la finanziarizzazione dell’economia che ha creato e sta creando guasti rilevanti) si buttasse via anche il mercato e la sua logica nel funzionamento dell’economia. Un mercato regolato, con dei paletti ben precisi e trasparenti che, per il raggiungimento di obiettivi politici e sociali posti dal pubblico, raggiunga anche quello dell’efficienza, della meritocrazia e della sana mobilità sociale senza i quali un sistema ristagna e si impoverisce, non solo economicamente, ma anche socialmente e culturalmente. Insomma se i “giovani” del Pd si ribellano contro i guasti del neoliberismo e riscoprono i principi di una buona e serena vita collettiva è un elemento di innovazione e di rottura condivisibile. Ben venga un radicalismo che rispetto all’accettazione un po’ burocratica e un po’ sfiduciata dell’esistente che c’è stata negli ultimi anni sia in grado di rilanciare il senso del “bene collettivo”. E spinga all’innovazione e ad una maggiore forza propulsiva le organizzazioni della sinistra,il sindacato e, più in generale, le associazioni che si rifanno alla vasta, e per troppo tempo silente, area del pensiero democratico. Se invece con la lotta al neoliberismo si abbandonassero anche quei pochi, impercettibili, barlumi di liberalizzazione dell’economia e della società che si sono radicati, quasi come elementi intrusi, nella cultura e nelle proposte della sinistra italiana, ebbene, allora si tratterebbe di un arretramento imperdonabile che riporterebbe indietro la spinta riformista che è sempre stata debole in Italia e che sembra invece necessaria oggi per superare molte delle difficoltà in cui versa il paese.

nella foto: Konrad Adenauer e Ludwig Erhard, inventori dell'economia sociale di mercato alla tedesca

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