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Il ‘700: la corte libertina del reggente che piaceva a Voltaire Cultura

Firenze – Claudio Guidi  è studioso e critico di teatro  in Italia, Francia e Germania. Giornalista e  corrispondente dall’estero di agenzie di  stampa e quotidiani italiani, ha da tempo intrapreso  l’attività di scrittore e saggista. Sulla base di ricerche e studi decennali ha pubblicato diversi volumi sul Settecento francese, portando alla luce contenuti e  testi in gran parte inediti. Il volume oggetto della presente intervista fa seguito a Il secolo bello, Maledetta rivoluzione e La fabbrica dell’ateismo. E’ seguito da Le donne all’ombra dell’Encyclopédie.

Gli abbiamo rivolto  alcune domande  a proposito del suo libro Le follie libertine della Reggenza. Orge, bagordi e dissolutezze a Parigi e Versailles (Edit Il nuovo Melangolo) che esamina un periodo poco conosciuto della storia francese in quanto è messo in ombra dai lunghi regni di  Luigi XIV e di Luigi XV  ma che ha molti aspetti di rilievo che  influenzeranno il futuro della storia europea.

Libertinismo è un termine oggi disusato… chi era un libertino?

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare a prima vista, il termine libertino non indica necessariamente il farfallone amoroso pronto a correre sempre dietro la prima gonnella che gli si presenta davanti. Nella Francia del Seicento il termine comincia ad assumere un significato ambivalente e sta ad indicare una persona in rapporti non particolarmente stretti con la religione. Non a caso nel Tartufo di Molière il libertino viene definito da Orgone come qualcuno che “non si vede mai in chiesa”. Nel secolo successivo il termine serve soprattutto a screditare gli enciclopedisti, che come Diderot e d’Alembert sono quasi tutti atei.

Perché la parola libertino richiama subito al ‘700?

È in questo secolo che fanno la loro comparsa i personaggi più ragguardevoli di questa categoria, come il duca di Richelieu, amico di una vita di Voltaire, ed il duca di Lauzun, per non parlare di un libertino universalmente famoso come Giacomo Casanova, che proprio in Francia passa gran parte del suo tempo e che viene ricevuto con grande amicizia da Voltaire, ammirato ed affascinato anche dalla sua grande cultura. Non va però mai dimenticato che il termine libertino non va esclusivamente declinato al maschile, poiché nel ‘700 le donne francesi dell’aristocrazie si dedicano alla galanterie con una passione non inferiore a quella degli uomini. Le donne di quel secolo, inimitabile per tante ragioni, avevano raggiunto un’emancipazione intellettuale ed una libertà di costumi incredibile, con oltre due secoli di anticipo sul femminismo moderno. Avere un amante, ma più spesso diversi contemporaneamente, era per una donna non solo cosa niente affatto riprovevole, ma ne aumentava addirittura il prestigio ed in non pochi casi le faceva conquistare un’ammirazione generale.

Il periodo della Reggenza è considerato l’apogeo del libertinismo, ma il libro rivela che  questo clima di dissolutezza c’era già nell’era di Luigi XIV e continuerà anche nel regno di Luigi XV…

Nel periodo della Reggenza, che va dalla morte di Luigi XIV nel 1715 all’ascesa al trono di Luigi XV all’età di 13 anni nel 1723, il fenomeno del libertinismo assume in effetti una dimensione che si può dire dilagante, ovviamente sempre nell’ambito dell’aristocrazia e degli ambienti altoborghesi. A dare l’esempio con le sue sfrenate brame sessuali e con la sua corte di nobildonne votate ad ogni tipo di depravazione è proprio il Reggente Philippe II d’Orléans, secondato in questo da una figlia che con il suo comportamento sessualmente scatenato non ha nulla da invidiare al padre. Vero è che già al tempo del Re Sole la dissolutezza dei costumi era già in una fase molto avanzata, ma con una solida tradizione alle spalle. Per un re di Francia avere un’amante da esibire ufficialmente, in diversi casi anche di sesso maschile, rappresentava un comportamento naturale e comunemente accettato. Con Luigi XV la dissolutezza dei costumi assume una dimensione obiettivamente inarrivabile, poiché oltre alle sue numerose amanti ufficiali il sovrano francese si porta a letto con una voracità sessuale irrefrenabile una quantità incredibile di donne di ogni condizione sociale, moltissime delle quali sono ragazze non ancora adolescenti. Al riguardo non è affatto esagerato parlare di tendenze chiaramente pedofile.

Questi costumi licenziosi riguardavano soprattutto la nobiltà?

Non in maniera esclusiva, poiché anche nella società borghese parigina la licenziosità era assai diffusa. Tra gli strati popolari la libertà di costumi era poco diffusa, anche perché la forte credenza religiosa costituiva un argine spesso invalicabile ad ogni tipo di tentazione del genere. Non si può tuttavia escludere che a livello individuale il tradimento venisse praticato con una certa frequenza, come lo è sempre stato in ogni epoca storica. Rimarchevole è invece un altro fenomeno, quello della mercificazione delle ragazze del popolo ad opera delle rispettive madri, che non esitano a trasformarsi in ruffiane proponendo le figlie poco più che bambine agli aristocratici assetati di carne fresca. Bisogna tuttavia sottolineare che la spinta verso questo comportamento riprovevole è fornita sempre dalla sete di denaro assai diffusa, in una Francia di venti milioni di abitanti, gran parte dei quali costretti a vivere in condizioni di povertà estrema.

Uno dei prodromi della rivoluzione francese: nobiltà depravata e popolo virtuoso 

In linea di principio l’asserzione è corretta, poiché la depravazione dell’aristocrazia è un fatto assodato, come documenta con un sincero disgusto proprio la principessa Palatina, madre del Reggente e cognata del Re Sole, che da virtuosa tedesca documenterà con singolare crudezza in molte delle sue sessantamila lettere i comportamenti debosciati che le passano quotidianamente davanti agli occhi nella reggia di Versailles. In tono esterrefatto, anche per il comportamento del figlio e della dissoluta nipote, la duchessa di Berry, la povera Liselotte von der Pfalz può solo constatare che “finora non si era mai visto niente di simile e quanto fa la gioventù attuale è tale da far rizzare i capelli in testa. Tutto questo ispira solo un disgusto universale”. Riguardo al popolo, almeno per la stragrande maggioranza delle persone illetterate, si può certamente affermare che avesse un comportamento virtuoso. Chi invece viveva nelle grandi città ed era in grado di leggere aveva solo l’imbarazzo della scelta per imparare a comportarsi in modo dissoluto. La Francia del ‘700 è infatti letteralmente sommersa da una valanga inarrestabile di scritti non solo licenziosi, ma autenticamente pornografici, che nemmeno la severa censura dell’Ancien Régime riesce ad arginare. Si può dunque tranquillamente supporre che questo fenomeno abbia lasciato un segno non trascurabile nei comportamento privato delle fasce sociali privilegiate, che saranno anche quelle a trovarsi in prima linea nello scatenamento della rivoluzione del 1789. Per Voltaire e gli enciclopedisti sono questi strati a costituire quello che oggi chiamiamo popolo, poiché la gran massa incolta degli abitanti viene da loro tranquillamente liquidata con sovrano disprezzo con il termine populace, la plebaglia.

Eppure il Reggente Philippe d’Orléans fu uno statista di valore… 

Senz’altro e proprio la sua figura dovrebbe sempre mettere in guardia da giudizi affrettati, che spesso confondono l’aspetto morale di una persona con il suo comportamento politico. Per quanto riprovevole possa essere considerato l’atteggiamento privato del Reggente, non c’è il minimo dubbio che la sua azione di governo sia stata rimarchevole, poiché traghettare la Francia dal regno di Luigi XIV a quello di Luigi XV non era affatto un’operazione semplice. Incredibilmente colto ed in possesso di una notevole maestria musicale, che gli permetterà di lasciare un paio di composizioni assolutamente rimarchevoli, il Reggente ha all’attivo della sua azione politica anche la riuscita colonizzazione della Louisiana e la creazione della città di New Orleans, che proprio per questo porta ancora il suo nome.

E quale fu l’atteggiamento di Voltaire e degli illuministi?

Complessivamente positivo, poiché a rendere per primo l’omaggio che meritava a questa figura singolare, che a molti può apparire con giustificati motivi anche controversa, è proprio Voltaire, spedito in giovane età dal Reggente per due volte alla Bastiglia, anche se per breve tempo ed a titolo di ammonimento a non esagerare con i suoi sarcasmi. Il patriarca di Ferney non esita a definire “amabile e fortunato il tempo della Reggenza”, anche perché per un inveterato spregiatore di ogni forma di religione come lui, in quegli otto anni trascorsi tra il regno di Luigi XIV e quello di Luigi XV il clericalismo viene di fatto messo alla porta e non ha alcuna influenza sull’azione di governo, come invece era sempre accaduto e accadrà di nuovo dal 1723 al 1789. A dispetto degli innegabili difetti di Philippe d’Orléans, che sono comunque sotto gli occhi di tutti, il Reggente ha per Montesquieu l’incomparabile vantaggio di saper riconoscere i suoi errori, poiché “non impiega la sua intelligenza per giustificarsi, ma per fare meglio e dopo essersi allontanato dalla ragione, vi torna così bene che alla fine si vede perire il male e rinascere il bene”.

È appena uscito un suo nuovo libro dedicato al Settecento francese, di che si tratta? 

Nelle “Donne all’ombra dell’Encyclopédie” ho affrontato questa volta i rapporti familiari di Diderot, d’Alembert, Rousseau ed Helvétius, che ad eccezione di quest’ultimo hanno avuto problemi di convivenza indescrivibili con le rispettive compagne, che hanno complicato ed amareggiato gravemente la loro vita. Rousseau prende per compagna la lavandaia Thérèse Levasseur, che trascurata sessualmente non esiterà a dare sfogo alle sue insopprimibili brame erotiche con un giovane inglese e poi addirittura con un frate.

A rendere infernale la vita familiare di Diderot provvede invece la bisbetica moglie Nanette, per la quale “inveire era diventata un’abitudine”, cosa che indurrà il direttore dell’Encyclopédie a definirla “un mostro” ed a maledire senza scampo l’istituzione del matrimonio. Il problema di fondo è l’abissale divario intellettuale dei coniugi, in una convivenza di due titani del pensiero con due donne incolte, con Thérèse addirittura analfabeta e non in grado né di contare, né di leggere le lancette dell’orologio. Per avere un’idea della considerazione in cui viene tenuta una moglie, Diderot sosterrà ancora in tarda età che “non bisogna mai sposare una donna non in grado di confezionare una camicia”.

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