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Il Bloomsday e il diavolo beffato di James Joyce Opinion leader

Firenze –  Alla libreria Clichy abbiamo festeggiato il Bloomsday, il 16 giugno, la giornata del primo vero grande eroe della modernità, Leopold Bloom, raccontata da James Joyce nell’Ulisse.

L’occasione è stata offerta dalla presentazione di un libro “Il Gatto e il Diavolo” pubblicato da ETS e curato da Franco Marucci e con le illustrazioni di Cristiano Coppi, la fiaba che Joyce scrisse in una lettera indirizzata al nipote Stephen Joyce, quattro anni,  nel 1936, cinque anni prima della sua morte. Non è stato l’autore a dare questo titolo a un libro dichiaratamente abusivo, perché nessuno sa se Joyce avrebbe apprezzato che il racconto fosse estratto dalla lettera e pubblicato. La fiaba racconta di un accordo fra il sindaco della cittadina francese di Beaugency e il diavolo che gli promette la costruzione di un grande e magnifico ponte sulla Loira in cambio dell’anima di chi lo attraverserà per primo.

Come affrontare degnamente l’evento da parte di chi non è un conoscitore dello scrittore né del suo posto nella storia della letteratura? Una possibilità c’è, anche se del tutto arbitraria. Utilizzare la sua tecnica, lo stream of consciuosness, il flusso di coscienza, il monologo interiore, vale a dire descrivere il flusso dei pensieri prima che la ragione provveda a ordinarli per renderli pubblici.

Qual è il flusso di pensieri in libertà che parte nella testa nel momento in cui si riflette all’invito ricevuto: vieni a festeggiare il Bloomsday e parla della fiaba di Joyce? Quale chiave di interpretazione può essere legittima per “Il Gatto e il diavolo”? Anticipo la conclusione: nella fiaba c’è un profondo messaggio pacifista che Joyce consegna al nipote. E’ una parabola che si nasconde dietro la costruzione  nella quale Joyce inserisce molto del sua strumentario immaginifico.

Il primo spunto, del tutto inatteso, che fa scattare il flusso dei pensieri viene dal libro giallo di Bartholomew Gill, “L’assassino ha letto Joyce?”, nel quale un 16 giugno viene ucciso un professore del Trinity College, Kevin Coyle, e l’ispettore Peter Mac Garr scopre che la dinamica e la motivazione dell’assassinio era tutta contenuta nell’Ulisse.

Bene apriamo questo libro a caso. C’è una citazione di Molly Bloom: “Non m’importa di quel che si dice sarebbe meglio per il mondo se comandassero le donne non ce le vedreste le donne ad ammazzarsi a vicenda e a scannare…sì perché una donna qualsiasi cosa faccia sa dove fermarsi”.

Tornano alcuni frammenti di memoria sul grande libro letto una ventina di anni fa e le idee che in qualche modo si accompagnarono a quella lettura. L’Ulisse è una grande opera pacifista scritta negli anni della prima guerra mondiale, Bloom è un antieroe moderno che vive il suo eroismo nella vita quotidiana. Niente è realmente degno di un combattimento sanguinoso: né la terra, né il mare né una donna.

“Se l’Ulisse è l’epica del corpo, i suoi monologhi interiori e l’orientamento pacifista la rendono ancora più pressantemente un’epica della mente”, scrive Declan Kiberd nell’introduzione all’edizione Penguin dell’Ulisse. E la cifra stilistica di questa critica della ragion violenta è il comico, che smonta gli stereotipi, le convenzioni sociali, i pregiudizi, contro tutti gli eccessi “romantici o fascisti”.

Un genio che, sotto questo aspetto della comicità, assomigliava a quello di Marcel Proust dice Harold Bloom, il critico letterario del New York Times, spuntato grazie a una nuova associazione mentale, questa volta grazie al cognome.

Già. Si saranno mai incontrati Proust e Joyce? Sì, a Parigi, all’Hotel Majestic, il 19 Maggio 1922, ma per alcuni la data è, ancora, il 16 giugno. Potenza della suggestione. I due scrittori erano andati all’Opera ad assistere all’allestimento di uno dei grandi balletti russi con le musiche di Strawinsky, le Renard. C’era anche Pablo Picasso, cenarono tutti insieme. Che cosa si siano detti Marcel e James non si sa con certezza, ma furono molto freddi. Joyce rispondeva a monosillabi dopo che i due si erano reciprocamente confessati di non aver letto l’opera del collega. Entrambi si lamentavano di acciacchi e disturbi. Alla fine Proust, per togliersi dall’imbarazzo, disse al suo autista di riaccompagnare Joyce e la moglie Nora all’albergo.

Nella vicenda c’è un altro personaggio che  si ssocia alla favola di Joyce. Igor Strawinsky che nel 1918 aveva composta l’Histoire du soldat, una favola variante del Faust nella quale è protagonista il diavolo che si impadronisce dell’anima del povero soldato che torna dalla guerra con il suo violino, che è appunto la sua anima. Gli è rimasta solo quella dopo aver assistito al macello della guerra e alla fine il diavolo lo porta via.

Non ci riesce però quello modernizzato e socialmente utile della favola faustiana di Joyce che passa il tempo a leggere i giornali evidentemente per scegliere i luoghi dove fare i suoi danni e reclutare anime. Non ci riesce perché il furbo sindaco di Beuagency, Alfred Byrne, prima approfitta dei suoi poteri facendogli costruire il ponte aggratis, e poi lo beffa dandogli, al posto dell’anima che aveva richiesto come compenso per costruire il ponte sulla Loira, quella di un gatto che com’è noto fa già parte del suo entourage favolistico.

La lettera al nipote è del 1936.  Nuvole inquietanti stanno addensandosi di nuovo sull’Europa. In Spagna è terribile guerra civile. L’anno dopo il massacro di Guernica dette a Picasso il soggetto per il più terribile manifesto contro la guerra mai disegnato da un artista. Il nazismo in Germania sta mostrando il suo volto militarista, violento e prevaricatore.

Il diavolo di Beuagency non solo è la storia di una beffa e di una comunità unità. C’è anche un messaggio profondo che Joyce passa al nipotino: attenzione, non bisogna rinunciare alla modernità, in questo caso le conoscenze tecniche  che permettono di costruire un ponte solidissimo. Ma la tecnologia è buona solo se non ci si lascia schiavizzare da essa. Bisogna dunque tenere lontano il diavolo della arroganza e del senso di onnipotenza, perché il risultato è l’odio e la violenza. Caro Stevie, non vendere l’anima, la pace, la democrazia, l’umanità in cambio dei vantaggi materiali della tecnologia.

“Il mio pensiero è sempre semplice”, disse una volta Joyce.

 

Foto: James Joyce

 

 

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