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Il calcio prodotto e produttore del mondo globale Calcio, Opinion leader

Il calcio è lo spettacolo globale per eccellenza del nostro tempo, ma è molto più di uno spettacolo: definisce identità, perimetra comunità; è capace di puntellare regimi così come di accelerarne la loro fine. Gli stadi sono spazi pubblici dove i simboli esposti s'intrecciano con le rivendicazioni politiche, etniche, religiose, sono luoghi di costruzione del consenso e di manifestazione del dissenso. Il calcio è storia sociale, perché si adatta contestualmente all'evoluzione della società e del costume, ma il calcio è, al tempo stesso, prodotto e produttore dei processi caratteristici della globalizzazione.
Il football è storia contemporanea: nato nel lungo ottocento, il secolo del  trionfo della borghesia, nel cuore dell'Impero britannico, addomesticando i giochi tradizionali, disciplinando la loro carica di violenza con un sistema di regole, fair play, analogamente a quanto era avvenuto nel sistema politico anglosassone.
La potenza industriale dell’Impero britannico impresse un primo grande processo di mondializzazione dell’economia e della politica – nel primo dopoguerra un quarto della popolazione mondiale era sotto l’Impero.  Dall’Ottocento in Inghilterra arrivavano ricchezze e materie prime che, sotto forma di prodotti, ripartivano dai porti inglesi diffondendo consumi e stile di vita dell'epoca. Il football sarà uno dei prodotti d'esportazione che avrà maggiore  fortuna. Con l'organizzazione industriale dello sport  si è rapidamente diffuso a tutte le latitudini, lasciandosi alle spalle gli altri sport, conquistando masse ed elite. Il football ha testato e contribuito ad affermare tutti i mezzi di comunicazione: dalla stampa alla radio, dalla tv al web. Il calcio, oltre a cambiare il costume, è un caso particolare di linguaggio tecnico che diventa generale, generando numerose trasformazioni nella lingua corrente.
Il calcio è stato interprete e protagonista dei processi di globalizzazione, un passaggio epocale che ha cambiato profondamente non solo la struttura, ma l'essenza stessa del football.
La globalizzazione dei mercati ha rappresentato il punto d’arrivo del processo d'internazionalizzazione del modo di produzione capitalistico, con il superamento della divisione delle aree di sbocco delle merci – determinate dalle zone politiche d'influenza, come i blocchi, USA ed URSS, e dalle relative configurazioni nazionali o regionali dei mercati -, riducendo ruolo e funzione degli stati nazionali.
La globalizzazione, ha interessato prima la finanza e poi l'industria, per poi diventare pervasiva, attraverso le nuove infrastrutture di comunicazione (reti globali). Oggi a Londra, Montreal, Lima, Shangai, Nairobi, Sidney girano le solite dorsali comunicative, le stesse catene vendono i medesimi prodotti e sugli schermi il football la fa da padrone.
Negli anni Novanta paesi sostanzialmente indifferenti al football, India, Giappone, Cina e Usa hanno dato vita a leghe professionistiche di calcio, mentre in Europa la trasformazione della vecchia Coppa dei Campioni in Champions League ha segnato la nascita di un evento globale dal ricchissimo budget prodotto dai diritti televisivi e dalle multinazionali sponsor.
Il 15 dicembre 1995 la Corte di Giustizia della Comunità europea pronunciò la sentenza sul caso Bosman, giocatore belga, sancendo la libera circolazione dei calciatori, e di tutta la forza lavoro comunitaria nell’Unione Europea – anche in questo caso il football ha anticipato la libera circolazione della manodopera europea. Il calcio spettacolo globale, ha trascinato la globalizzazione, ne ha rappresentato uno dei metalinguaggi. I calciatori sono diventati icone globali, il loro movimento è diventato un flusso continuo, da un continente ad un altro. I Mondiali sono usciti dalla tradizionale alternanza, tra Europa ed America. Nel 2002 è stata la prima volta dell'Asia e nel 2010 quella dell'Africa.
La globalizzazione ha cambiato l'organizzazione del football: i bilanci delle squadre hanno voci precise: vendita dei diritti, sponsorizzazioni, marketing, sfruttamento degli asset proprietari a partire dagli stadi.
Le televisioni hanno cambiato il format di campionati e coppe: la programmazione televisiva determina i calendari calcistici; con la riproduzione digitale ed il web il calcio in diretta è uno dei pochi spettacoli da guardare in tv. E’ questo il motivo della migliore dotazione tecnologica per trasmettere il calcio ed anche quello dell’accresciuta intensità dello spettacolo, con momenti topici come i minuti di recupero.
Il calcio rappresenta un modello di business, orientato a creare valore, già molto strutturato e che, negli ultimi vent'anni, è uscito dal classico connubio passione dei tifosi – capitale della proprietà.
In questi anni la crisi sistemica ha messo alla prova la solidità del business calcio in Europa. Gli studi specialistici sul settore e le indagini delle varie Federazioni sottolineano la tenuta economica dei principali campionati, a partire dalle cosiddette Big Five (Premier League, Bundesliga, Liga, Serie A, Ligue 1), ma anche delle altre leghe: Olanda, Russia, Turchia, Portogallo.
Dentro la crisi è aumentato il fatturato complessivo delle Leghe e quello dei maggiori club, che mostrano una capacità di crescita in tutte le voci dei ricavi: matchday, broadcasting, commercial. Risultati in controtendenza che confermano la realtà di un business globale.
Il calcio è globalizzazione, ma al tempo stesso sfida alla globalizzazione. Il calcio influenza la vita di un paese, ma la vita di un paese influenza il calcio per questo in Inghilterra si gioca in un certo modo, ed in Brasile in tutt'altro … insomma, il calcio è, anche, genius loci.
L’affermazione del calcio come fenomeno globale ha prodotto modifiche nei suoi valori e simboli, nel suo senso comune. L’identificazione con il territorio, aspetto costitutivo della tradizione di una squadra di calcio e del suo pubblico, ha lasciato il passo all’identità comunicativa di un club, costituita dalle sue vittorie, dai suoi campioni, dal suo modo di giocare. Il nuovo pubblico del calcio si addensa nei circuiti mediatici, nella rete, oltre gli stadi. Il processo di fidelizzazione  è segmentato: abbonamenti televisivi, abbigliamento e gadget on line. La multi etnicità, il meticciato delle squadre arricchisce, con diverse culture calcistiche, l’approccio globale dei club. Elementi che non cancellano, ma modificano il rapporto con i propri territori. La squadra di calcio è immagine, ambasciatrice di un territorio, traina il marketing territoriale; è parte dello sviluppo locale, produttrice di servizi (dagli stadi all’indotto), partner indispensabile della nuova governance territoriale.

 

Massimo Cervelli

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