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Tanti cambiamenti per rilanciare la crescita Opinion leader

Solo se le famiglie e le imprese lavorano e fanno nuove attività possono sostenere il peso del rientro. In caso contrario il rischio di un default sociale prima che economico e finanziario è dietro l'angolo. Ed è quello che dovrebbe preoccupare oggi, direi al pari dei conti e degli spread, le classi dirigenti italiane ed europee. In un'ottima intervista condotta dalla Annnunziata al Ministro Passera è venuto fuori in maniera netta il problema della crescita come “il problema principale” con cui si deve cimentare il Governo Monti. La risposta del Ministro è stata rassicurante. Non tanto per la facilità con cui può essere risolto (anzi è emersa con nettezza la difficoltà e la strettezza della via da percorrere!!!) ma per la chiarezza e la consapevolezza del Ministro. A fronte della domanda dalle cento pistole dell'intervistatrice, che ha cercato fino all'ultimo di strappare al Ministro un accenno alla “grande ideona” per lo sviluppo, Passera ha detto chiaramente che la crescita italiana non dipende da “una ideona” ma da tante “piccole idee” integrate fra di loro, coordinate e convergenti in grado di cambiare la struttura del sistema e quindi i suoi “tradizionali comportamenti”.
Certo prima di queste “tante azioni” nel paese deve essere prodotto un grande ribaltamento a livello europeo: occorre che l'Europa si faccia carico di rassicurare i mercati che speculano su singoli “pezzi del sistema”. L'Europa, cioè, deve tutelare sé stessa e dire al mondo che non esistono “pezzi singoli lasciati a sé stessi”, ma che esiste un sistema che si autotutela nel complesso. E che è quindi in grado di “controllare” prima tutte le componenti e poi di sostenerle nel caso vengano attaccate dalla speculazione. Cioè l'Europa deve smetterla di essere un insieme di paesi e deve diventare un nuovo sistema politico e quindi anche economico e finanziario. Questa situazione porterebbe, come per incanto, una rinnovata convergenza dei tassi sui debiti pubblici dei diversi paesi europei, la fine di una speculazione distruttiva e l'apertura di nuovi spazi di crescita e di sviluppo per il continente europeo. Ma appunto in questo nuovo, auspicato, scenario l'Italia deve fare la sua parte.
Tenere sotto controllo il debito, eliminare le spese improduttive e non necessarie e ricostruire una nuovo clima competitivo per le imprese. E questo nuovo clima competitivo, dicevamo seguendo l'impostazione del Ministro, non si crea con una grande politica ma con tante nuove politiche. Si tratta di aprire spazi per nuove attività, liberalizzando i mercati e introducendo il merito, l'onestà e l'impegno come nuovi, o rinnovati, fattori di sviluppo nei diversi settori dell'economia. Si tratta, cioè, di cambiare le strutture ma anche i comportamenti dei soggetti. Certo le imprese, che devono sempre di più innovare metodi e strutture, ma anche i lavoratori con i propri sindacati, le istituzioni sia locali che di area più vasta fino ad arrivare a quello statale e quindi le Banche e, più ingenerale, tutte le Istituzioni che supportano l'economia.
Questo significa anche porsi di fronte alle innovazioni introdotte dal Governo (e tante altre che dovranno essere introdotte ancora) con un atteggiamento più aperto e più disponibile alla sperimentazione. E' evidente che se ad ogni, anche minimo cambiamento, la risposta dei soggetti è da una parte corporativa (perchè a noi??) e dall'altra minimizzante (ci vuol ben altro!) non si può raggiungere il necessario cambiamento. Un esempio calzante, pur se minimale rispetto ai grandi temi dell'innovazione e del cambiamento, è quello relativo alla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali. Non appena è stata introdotta questa “liberalizzazione” si è mobilitata immediatamente sia la reazione corporativa che quella minimizzante. Perchè solo noi del commercio? Ma tanto non servirà? C'è crisi economica e aprire più a lungo aumenta i costi ma non crea neppure un posto di lavoro in più! Insomma l'idea della inutilità della “liberalizzazione” è passata come una verità assodata nella gran parte dell'opinione pubblica. 
Anche personalmente ho vissuto un certo isolamento (pur insieme alla solita minoranza illuminata!) nel sostenere l'importanza di questa norma, se ovviamente inserita in un processo più ampio di liberalizzazione del sistema. Dicevo in un recente articolo su Stamptoscana a proposito della liberalizzazione degli orari nei negozi: “Penso ai tanti giovani studenti, alle donne senza lavoro che sono segnate come “casalinghe”, alle persone ritirate dal lavoro , insomma a quella vasta platea di “non attivi” (ben oltre la metà della popolazione in alcune fasce di età e di condizione), che con l’allargamento dell’orario dei negozi potrebbe essere inserito in una attività non per svolgere il “lavoro principale” ma per svolgere attività complementari.” Insomma, vedevo nella liberalizzazione, la possibilità di aprire nuovi spazi di lavoro. Certo non la “rivoluzione”, ma un “tassello” che , come ripeteva Passera nell'intervista, messo insieme a tanti altri poteva modificare il sistema paese e renderlo più adatto ad un nuovo sviluppo. Ma lo scetticismo sembrava e sembra ancora oggi avere la meglio. “Ci vuol ben altro”, è la riposta vincente di “demagoghi e capipopolo” a destra e a sinistra !!! Ma le cose vanno avanti al di là delle ideologie! E proprio in questi giorni un grande centro commerciale di Firenze, programmando l'apertura festiva, ha lanciato una richiesta di personale da adibire esclusivamente all'apertura domenicale. E i giovani hanno risposto in massa. Circa 9000 domande che hanno superato ogni previsione. Certo la crisi morde. Ma, come veniva percepito dalle interviste ai rispondenti, si trattava per lo più di studenti che vedevano in questo impegno la possibilità di disporre di un po' di risorse per sé stessi e per i propri, pur limitati ,bisogni. Cioè: come volevasi dimostrare. L'apertura di spazi nel mercato crea occupazione e genera nuove opportunità di impiego che prima sembravano impossibili. E allora occorre accettare la sfida dell'innovazione e del cambiamento. In un sistema ingessato non ci sarà mai il grande e risolutivo “big bang” ma ci potranno essere tante piccole “scosse” che saranno in grado, tutte assieme e dopo un certo periodo di tempo, di liberare il sistema e renderlo più flessibile e più capace di crescita. D'altronde se nessuno cambia nulla, se tutti rimangono dove sono sempre stati, se i metodi e i comportamenti rimangono stabilmente quelli di sempre è evidente che il sistema riprodurrà gli stessi identici risultati. Ed invece c'è un grande bisogno che questi siano diversi. Profondamente diversi.

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