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Il caso del professore condannato per violenze e maltrattamenti Opinion leader

Pistoia – Dopo due anni di attesa, dopo l’angoscia vissuta dagli studenti implicati e dalle loro famiglie, la storia si è conclusa. E’ stata messa finalmente la parola fine alla vicenda del professore che insegnava al Petrocchi, il Liceo artistico di Pistoia, una scuola valida, di alto livello, diretta magistralmente ed all’altezza del tipo di indirizzo di cui ne è diretta testimonianza la moltitudine di ragazzi che escono da qui preparati e capaci.

Il docente in questione è stato implicato nella squallida storia dei maltrattamenti e delle violenze a vario titolo, ai danni dei suoi allievi e, dopo due anni, è stato ritenuto colpevole dai Giudici del tribunale di Pistoia per le accuse mosse nei suoi confronti, ed è stato condannato a 5 anni e 9 mesi di reclusione. Tre mesi in più della richiesta del Pm Currelli, che aveva chiesto 5 anni e 6 mesi.

Oltre a ciò è scattata l’interdizione perpetua all’insegnamento, pena pecuniaria ed altre misure di tutela nei confronti dei giovani. La difesa dei ragazzi, lo ricordiamo per dovere di cronaca, è stata affidata all’Avvocato Pamela Bonaiuti, del Foro di Prato, che ha seguito le famiglie in ogni passo, ricordando in una le modalità con cui il docente si rapportava con gli studenti che erano dirette a palpeggiamento, sfioramento dei seni, irrisioni e rimproveri pesanti, fino ad arrivare a ricatti di ipotetica bocciatura nel caso avessero spifferato la cosa.

Il professore in questione è arrivato persino al gesto estremo di sporgere un ragazzo dalla finestra. Il ragazzo, bene saperlo, soffre di vertigini ed a causa di ciò ha avuto un grave attacco di panico. Non è caduto, è riuscito a tirarsi su, ma poteva andare molto peggio, avrebbe potuto anche morire di crepacuore, o cadere di sotto.

La questione è: si potevano evitare queste situazioni? La cosa era da tempo sotto gli occhi dei Dirigenti e del Ministero Istruzione, i genitori si erano appellati al “buon senso” nel chiedere unicamente la rimozione del docente, senza fare scalpore né addivenire a processi ricorrendo alla legge. Dopo l’esposto firmato da 40 persone circa, e le insistenti e pressanti segnalazioni degli studenti, era stata predisposta nel 2015, dalla Direttrice didattica, una sospensione cautelare in sintonia con gli organismi regionali, ma prima del termine di scadenza, proprio per paura che avvenisse naturalmente il rientro nel plesso scolastico, è scattato l’arresto domiciliare da parte della Polizia, dopo tre mesi di accurate indagini.

Le imputazioni sono state: atti sessuali, violenza fisica e verbale, abusando della sua posizione di docente. Inoltre a suo carico si evidenziavano maltrattamenti, minacce e violenza privata, in ballo c’era la bocciatura per chi avrebbe parlato. Giustizia è fatta? Solo in parte. Magari quel tanto che basta per sedare il dolore e vedere che la giustizia, quando vuole, funziona.

La riflessione che scaturisce, però, è : “si poteva evitare? Con che mezzi e modalità?” Si. Questa è la risposta.  Una maggiore attenzione ai casi come questi, spesso messi in secondo o terzo piano, avrebbe evitato le numerose molestie sin dal primo sorgere. Quando si parla di violenza si parla anche di atteggiamenti “viziati “, non solo di botte e calci. Si parla di tutte quelle situazioni nelle quali prevale, con forza, un dominio dell’uno sull’altro.

Spesso più debole o subordinato nel ruolo, come in questo caso. Non è il primo, di recente c’è stato un padre, vedovo,  che ha inviato una lettera al Corriere destinandola alla ministra Valeria Fedeli. Un padre che pone in primo piano la violenza subita da sua figlia quindicenne, per ben due anni, da un docente che la molestava e “stalkizzava” di continuo. Se ne era accorto dai messaggini che di notte lui le in viva e lei nascondeva per paura.

Nonostante la denuncia ai Carabinieri, con tanto di prove evidenti e tangibili, è scattata unicamente la misura di divieto di avvicinamento, ma il docente in questione ha continuato ad insegnare, liberamente. Sua figlia ha, invece, dovuto cambiare scuola. Per questa identica brutta storia non è andata esattamente come a Pistoia. Il genitore, affranto, ha scritto alla Ministra dell’istruzione, chiedendo se fosse civile un paese che consenta tutto questo e che tipo di fiducia possono avere i cittadini sulla legge che dovrebbe tutelate ed intervenire duramente contro questi comportamenti.

Il professore pistoiese è stato condannato a 5 anni e 9 mesi, anche in base all’Art. 571 del c.p. che  recita ” abuso dei mezzi di correzione o di disciplina in danno di una persona sottoposta alla sua autorità per ragioni di educazione…..ecc….”, che sancisce la pena fino a sei mesi, oltre ad avere avuto a suo carico altri capi di imputazione per le violenze sessuali, arrivando ad aumentarne la pena. Per i casi di morte, sappiatelo, il 571 parla di una pena che “poteva” arrivare ad 8 anni. “Otto anni”.

Rivolgo anch’io la domanda alla Ministra Fedeli ed al Ministro della Giustizia Orlando, parallelamente ed egualmente responsabili :  e se quel ragazzo pistoiese, costretto per più di metà fuori dalla finestra si fosse svincolato con forza, terrorizzato dalla sua fobia per il vuoto e fosse inavvertitamente caduto? Il docente avrebbe avuto solamente 2 anni in più? C’è stata più giustizia a Pistoia che a Milano. Sicuramente si.

Forse c’è stata maggiore competenza da parte dei legali, forse c’è stata maggiore sensibilizzazione da parte dei Giudici, ma che giustizia è quella che prevede otto anni per lesioni mortali? C’è molto da fare ancora per potersi ritenere un Paese davvero in odore di legalità e di giustizia. Ma se si sbandierano tanto le parole Violenza e Giustizia, facendole divenire baluardo politico, cerchiamo di partire da qui.

I ragazzi vanno ascoltati e tutelati, scavando sempre a fondo per capire la veridicità dei fatti, quello sempre e mai abbastanza, per non commettere errori a carico di nessuno. Ma una volta certi dell’accaduto occorre colpire duro e forte, per evitare il perpetuare di episodi come questi, il peggio per i nostri figli.

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