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Il caso di Malika Yacout andrà alla Corte Europea Cronaca

Approderà alla Corte di giustizia della comunità europea, il caso di Malika Yacout, la donna di origine marocchina, cittadina italiana da 15 anni, che il 3 dicembre 2004, incinta di quasi 5 mesi, venne fatta oggetto di uno sfratto esecutivo che la portò dritta dritta al reparto psichiatrico dell’ospedale di Santa Maria Nuova. E che ora è madre di una bimba di sei anni che soffre di una grave encefalopatia dagli esiti incerti.
Dopo sette anni di traversie giudiziarie, il caso è stato archiviato con la sentenza di oggi 12 ottobre dal giudice per le indagini preliminari.
Una sentenza che giunge dopo tre altre richieste di archiviazione, di cui una annullata dalla Corte di Cassazione per mancata notifica, e che sembrerebbe mettere una pietra tombale su una vicenda dai molti profili oscuri.
Questi i fatti. La vicenda inizia quando la giovane marocchina, dovendo affrontare un periodo difficile nel febbraio del 2004, oberata da una serie di debiti, separata, con una bambina che all'epoca ha 10 anni, non riesce più a pagare l’affitto, 1200 euro al mese. Si rivolge ai servizi sociali due settimane prima del fatto, ma l’aiuto richiesto riesce solo a procurarle un appuntamento da uno psichiatra e un altro presso l'ufficio casa, tre settimane dopo la data dello sfratto esecutivo. Troppo tardi.
Si giunge così al fatidico giorno, il 3 dicembre 2004. Malika è in casa, sola, incinta di quasi 5 mesi, con una serie di certificati medici (2 del suo medico personale, uno della struttura pubblica Santa Maria Nuova, uno dell’ospedale di Ponte a Niccheri) che certificano la sua impossibilità a muoversi. Inoltre, in un’ulteriore visita a Torregalli, le chiedono se vuole che si attivino per la tutela della maternità, visto che è prevista dalla legge. Una richiesta che Malika non valuta, dal momento che è sicura che il suo evidente stato di gravidanza e i certificati attestanti le difficoltà derivanti dal suo stato di stress siano sufficienti a tutelarla.
Suonano alla porta, la giovane  fa entrare ufficiale giudiziario e forze dell’ordine e si rimette sul letto. La “trattativa” comincia immediatamente. I certificati medici vengono dichiarati inutili per rinviare lo sfratto. Dopo qualche ora, l’arrivo di una ambulanza, chiamata dai presenti. L’operatore si rifiuta di eseguire qualsiasi trattamento se non accettato e firmato dalla giovane donna. Accertata la non volontà di quest’ultima di sottoporsi a qualsiasi trattamento, se ne va. Un medico legale giunge nel frattempo, parla con Malika, le chiede se ha perdite, ha risposta negativa. Se ne va.
Viene chiamata un’altra ambulanza, questa volta col medico a bordo.  E al termine della vicenda, Malika viene “iniettata” con due iniezioni per sedarla: si tratta di due neurolettici (antipsicotici) Largactil e Farganesse, come si viene a sapere molti giorni dopo. Non si tratta di trattamento sanitario obbligatorio a rigor di termini, in quanto manca il rispetto della procedura prescritta: non c’è stata una visita psichiatrica, il trattamento non è stato convalidato da un secondo medico del servizio pubblico, manca dunque il richiesto e necessario provvedimento del sindaco e la conseguente notifica.
La domanda d’obbligo è: allora, che cosa è stato fatto a Malika? Può un qualsiasi pubblico ufficiale, visto che lo sfrattato “si agita” chiedere (e ottenere) che lo si sedi con due iniezioni forzate? Una donna incinta al quinto mese di gravidanza può essere “iniettata” con due farmaci di cui è riconosciuta la pericolosità per lo sviluppo del feto? Tutto questo è prassi?
Dopo le micidiali iniezioni, Malika si risveglia al reparto di psichiatria di Santa Maria Nuova. Ciò che le viene detto è che deve restare dentro una settimana: esattamente come se si trattasse di Tso.
La diagnosi che le viene fatta al momento del ricovero è di “agitazione psicomotoria dovuta allo sfratto” ….. e viene proposto un Tso.
Tre giorni in psichiatria, minaccia d’aborto e 12 giorni in ginecologia a Torregalli sono il bilancio di quello sfratto del 3 dicembre 2004. Un incubo che lascia comunque un sospetto (avvalorato in seguito dalla recente perizia del dottor Montinari, medico chirurgo con vari incarichi pubblici anche presso le forze dell’ordine): la bimba che finalmente Malika dà alla luce rivela una encefalopatia che può avere un nesso secondo il perito (la pericolosità dei farmaci iniettati alla madre per lo sviluppo del feto è segnalata anche dall’Oms) con il trattamento forzato subito.
Immediatamente Malika ricorre alla legge per chiedere giustizia. Nel 2004 viene aperto il primo procedimento per violenza privata, nel 2006 un altro per lesioni personali in corso di reato, nel 2007 ne viene aperto un altro.
Tre richieste di archiviazione da parte del pubblico ministero sono tutto ciò che Malika ottiene, oltre a una denuncia per calunnia da cui viene totalmente assolta. L’ultima richiesta di archiviazione, nel 2007, viene smontata dalla Corte di Cassazione nel 2009 che rileva un difetto foriero di nullità assoluta: le notifiche sono state inviate a un indirizzo sbagliato.
Si ricomincia dunque, e Malika cambia nuovamente avvocato. La nuova richiesta di opposizione, depositata il 5 luglio 2011, contempla anche le ipotesi di abuso d'ufficio, sequestro di persona e lesioni nei confronti della piccola figlia di Malika, ipotesi questa rafforzata dalla perizia del dottor Montinari. I soggetti a carico dei quali sono formulate le ipotesi sono l'ufficiale giudiziario il medico dell'ambulanza. Si giunge alla sentenza odierna, il cui punto principale è (ancora una volta) basato sulla tardiva presentazione dell’atto di opposizione, depositato l'undicesimo giorno, ovvero con un ritardo di un giorno rispetto al termine ritetuto perentorio (10 giorni). Un punto su cui tuttavia esiste una sentenza di Cassazione, la 15888/2006, come ricorda l'avvocato della donna, Simona Giannini, che dichiara non perentorio il termine di opposizione alla richiesta di archiviazione, se il giudice non abbia già pronunciato l'archiviazione stessa. Inoltre, è in arrivo un'altra perizia medica sulla piccola Bouchram.
“Continueremo questa battaglia – conclude Serena Giannini, l’avvocato di Malika  – perché si tratta di una battaglia che non riguarda solo Malika, ma tutti noi, tutti i cittadini”. Per tutti infatti un ufficiale giudiziario potrebbe un giorno bussare alla porta.

 

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