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Il caso Rachel Corrie, la verità e la giustizia Opinion leader

Era l'inverno del 2003. Ero giunto in Terra Santa da pochi mesi e restai colpito da quell'evento così tragico. Dieci anni dopo sono ancora a girovagare per questa regione e con un certo interesse ho quindi seguito il verdetto della corte distrettuale di Haifa sulle cause della morte della giovane donna.

Nei giorni passati era diventato evidente come il caso di Rachel avesse preso una piega strana. A dire il vero sino alla fine avevo sperato nel riconoscimento delle responsabilità, anche parziali, del conducente del bulldozer che aveva investito la pacifista mentre si opponeva con il proprio corpo alla demolizione di una casa palestinese (appartenuta ad un militante di un gruppo terrorista). E' mia opinione che non si fosse trattato di un banale incidente, questa mia analisi del tutto personale si basa su quanto ripetutamente dichiarato da persone presenti al fatto e dai noti riscontri fotografici e video. Tuttavia comprendevo il difficile lavoro degli inquirenti e la evidente difficoltà nel dimostrare che si fosse trattato di omicidio deliberato.

Quello chi mi pareva più plausibile era che la corte avesse potuto tenere una posizione come dire "diplomatica" e addurre al conducente del mezzo, almeno, una mezza responsabilità. Nelle ore successive alla morte di Rachel i militari avevano dichiarato di non aver visto la ragazza posizionarsi di fronte al bulldozer. La Corte di Haifa non solo ha assolto completamente il conducente ma è arrivata ad "accusare" la vittima di manifesta volontà di compiere un suicidio, con molta probabilità la famiglia Corrie ricorrerà nelle prossime settimane alla Corte Suprema. Possono aver pesato sul verdetto finale fattori esterni ed estranei ai fatti, in primis il distacco, ma si può parlare di scontro,  tra il Presidente Obama e il Primo Ministro israeliano. Quest'ultimo apertamente schierato con il candidato dell'opposizione nella prossima campagna elettorale americana e reticente alle pressioni USA sul caso di Rachel.

La Corrie non è la prima vittima civile, "indiretta"del conflitto israelo-palestinese e delle sue implicazioni sociali e politiche.In passato altri giovani pacifisti hanno perso la vita e macchiato con il proprio sangue questa terra. Basti ricordare il giovane Angelo Frammartino, volontario ARCI, accoltellato da un invasato palestinese a pochi metri dalla porta di Damasco a Gerusalemme nell'agosto del 2007. In quel caso l'omicida, reo confesso, venne arrestato e processato da una corte israeliana. Più recentemente ricorderete il caso di Vittorio Arrigoni, volontario come Rachel dell'organizzazione pacifista International Solidarity Movement, giustiziato nella Gaza di Hamas nell'aprile del 2011 da una falange salafita.

Alcuni dei suoi assassini vennero prontamente arrestati altri perirono in uno scontro a fuoco. Per Vik è in corso un processo che vede imputate quattro persone per collaborazione e concorso in omicidio. Una farsa giudiziaria dai toni tragicomici. Anche per il giovane che chiedeva a gran voce di restare,  sempre, umani con molta probabilità non ci sarà giustizia vera. Dimostrando chenella Terra Santa la giustizia e la verità non sono un diritto.

Enrico Catassi

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