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Il caso Voghera, Annalisa Cantù: “Subito una legge sul porto d’armi” Breaking news, Cronaca, Opinion leader

Prato – Il tragico episodio di Voghera che ha visto pochi giorni fa la morte dell’immigrato marocchino  Youns El Boussetaoui per mano dell’assessore alla Sicurezza  Massimo Adriatici che per legittima  difesa, come sostengono i suoi avvocati, gli ha sparato a bruciapelo un colpo di pistola al petto, sta facendo discutere l’Italia intera.

Ci si chiede da più parti se in un Paese democratico come il nostro si possa girare liberamente armati e con il colpo in canna, ma anche’ se è normale che chi aveva con sè la pistola fosse un amministratore politico e per di più chiamato a ricoprire il ruolo di rappresentante dell’ordine pubblico. Inoltre stando alle ultime indiscrezioni, voci critiche avrebbero stigmatizzato il comportamento  della Sindaca Paola Garlaschelli per il suo silenzio dopo l’accaduto, rotto poi da un “tardivo” comunicato stampa in cui chiedeva alla stampa di evitare strumentalizzazioni. E sulla manifestazione per ricordare l’uomo rimasto ucciso, molto partecipata, per timore di possibili disordini gli organizzatori avrebbero invitato alla calma, assicurando che l’evento sarebbe stato comunque pacifico; il Comune avrebbe tuttavia invitato gli esercenti ad abbassare le saracinesche nelle ore della manifestazione e  la parrocchia ha spostato alcune messe e ne ha cancellate altre, creando di fatto, a torto o a ragione, un’atmosfera di tensione. Di ciò che è successo e sta succedendo in queste ore a Voghera ne parliamo con Annalisa Cantù, professional counselor, fondatrice e membro del Cda della Cooperativa sociale Equipe di Gallarate;  coordinatrice di servizi Sad ed educativi. Docente di “pratiche filosofiche” presso l’UTE di Novate Milanese e di Milano sez. Duomo. Collaboratrice di importanti associazioni  tra le quali   MetaEducazione e Senza Veli sulla Lingua e divulgatrice culturale della Fondazione Michele Cea.

Dottoressa Cantù, come si spiega l’episodio di Voghera? 

“Io partirei dall’assunzione: ma a cosa serve possedere un’arma? Noi viviamo in una società che definiamo “civile”,che vuol dire che esiste un contratto  e quindi esistono delle regole ( leggi) da rispettare per poter vivere all’interno della comunità. Tant’ è che esiste la “ disobbedienza civile”, che un cittadino o un gruppo di cittadini possono mettere in atto qualora volessero opporsi e manifestare la propria contrarietà alla legge.  In una società civile il cittadino viene protetto dalla comunità. Comunità significa legami e i legami non sono possibili senza la fiducia”.

Quindi quello che è successo potrebbe essere il sintomo di una mancanza di fiducia nella legge ma anche nei confronti di chi è chiamato a difenderci.

“La nostra vita di cittadini, quindi la nostra quotidianità, è intrisa di atti di fiducia verso gli altri: noi non possiamo controllare che tutti rispettino le leggi e i regolamenti del vivere civile….. ci affidiamo: a chi ci vende il cibo, a chi gira per le strade, ai professionisti che ci aiutano ad affrontare e risolvere i problemi dei quali non abbiamo competenze , dall’idraulico all’avvocato, al medico…e affidiamo anche la nostra personale sicurezza e quella dei nostri cari. Se si spezza questo legame di fiducia rischiamo di cadere nel meccanismo del “fai da te”, che è molto pericoloso come ci dimostrano i fatti di cronaca legati ad episodi in cui un cittadino si fa giustizia da solo”.

Dunque un gesto che oltrepassa il sentire razionale e la fiducia nella ragione?

“Chi si fa giustizia da solo viola un patto fondamentale, quello che prevede la delega alle forze dell’ordine della sicurezza pubblica e, di conseguenza, di ciò che è privato. Se salta questa delega significa che ci sentiamo autorizzati ad agire sulla base di un sentimento. Ma una società civile non è basata sul sentimento, ma sulla razionalità. Io mi affido alle forze dell’ordine per difendermi dai miei sentimenti di ira, vendetta, paura”.

Siamo cosí arrivati al nocciolo della questione, giustizia e legalità: due aspetti su cui riflettere perchè spesso mal interpretati.

“Il concetto di giustizia non equivale alla legalità: non sempre ciò che è legale è giusto, cioè coincide con la nostra idea di giustizia, che è un concetto molto complesso. Dobbiamo stare attenti alle semplificazioni e ai giudizi immediati che non passano dalla ragione. Per questo abbiamo parecchi fans del farsi giustizia da sé e, a livello politico, c’è chi cavalca  questa semplificazione”.

Avremo mai allora una giustizia giusta?

“Se siamo in una società civile vuol dire che siamo all’interno di una legalità, per cui se tutti ci  facciamo giustizia da soli, salta quello che è il collante che in teoria ci porta sempre di più  verso una società giusta. Che è un’aspirazione perchè lo sappiamo benissimo che la giustizia perfetta non esiste, lo sappiamo benissimo che un magistrato può sbagliare, e che le forze dell’Ordine possono commettere errori, però è questo il nostro contenitore sociale e civile e se esso salta allora sorgono i problemi”.

Quali secondo lei quali sono i mezzi per aiutare soprattutto i giovani a capire che la società in cui vivono, seppur imperfetta, è sicura?

“Dobbiamo lavorare tanto sul senso di comunità a partire dalle scuole. L’educazione civica è una materia fondamentale che aiuta ad avere fiducia verso chi ha le giuste competenze. Questo non vuol dire che non ci debba essere una disobbedienza civile quando la legalità non va di pari passo con la giustizia, ma ci sono gli strumenti per poterlo fare che non sono l’arma, lo sparare e farsi giustizia da solo”.

L’episodio di Voghera è la punta di un iceberg di un malessere nel nostro Paese o è un episodio isolato e circoscritto? 

“Nel nostro Paese ci sono gli anticorpi democratici anche se ciò che è successo a Voghera ci ha toccato profondamente. Penso peró che parlarne tanto è un bene perchè vuol dire che non siamo abituati a certi fatti e che non viviamo in un  Far West. Dobbiamo peró tenere viva l’attenzione, combattendo con le parole, la ragione, le idee, i gruppi, le comunità e dicendo ad alta voce che l’istinto del farsi giustizia da sè porta alla morte della società civile”.

E dunque ora cosa si augura? 

“A questo punto spero che si metta  mano alla legge sul porto d’armi, perchè quando una legge non funziona vuol dire che va cambiata e chi ci rappresenta deve prendere adesso la palla al balzo e non far passare troppo tempo. Altrimenti rischiamo di finire come l’America, ed è una cosa che non vogliamo perchè non è la nostra cultura”.

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