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Il coraggio dell’immigrato. Perché l’accoglienza conviene anche agli italiani. Cronaca

Oggi, martedì grasso, ricorre, fra le altre cose, l’anniversario di uno dei primi e più gravi episodi di razzismo in ToscanaInfatti il martedì grasso del 1990, a Firenze, in San Lorenzo, un gruppo di ragazzi mascherati di dette a una vera e propria caccia al “nero”. Il fatto fu commentato, fra lo sgomento dei più e l’indifferenza di alcuni, da Miriam Mafai. La domanda che venne posta allora, attualissima anche oggi, fu: “Quanto ci vuole a trasformare una città colta, civile, tranquilla, in una città frustrata, violenta, razzista?”. StampToscana per l’occasione e dopo tanta acqua passata sotto i ponti, tra cui la strage di piazza Dalmazia ma anche lo sforzo  dell’accoglienza messo in campo, ha deciso di fare il punto su una delle sfide decisive per il futuro: l’immigrazione declinata nel senso dell’integrazione.

Firenze – “L’immigrazione è un atto di coraggio”. Alketa ha le idee chiare. Con la sua faccia da bambina, nonostante abbia più di 40 anni, mette in un angolo vecchie e stantie convinzioni. “Sono uomini e donne che decidono di cambiare paese per i motivi più disparati: persecuzioni, povertà ma anche studio. Ma il coraggio è comunque indispensabile”. I suoi sono pugni in faccia contro la cattiva informazione, le leggi sbagliate e controproducenti, la miopia di certa politica che parla alla pancia degli italiani impauriti. È una boxeur della parola. “L’Italia si è dimostrata impreparata sulla gestione immigrazione, ma quello che la salva è la bontà della gente”.

Ingegnere chimico per sbaglio, amante della scrittura fin da bambina, Alketa arriva in Toscana nei primi anni ’90 a soli vent’anni. Impara l’italiano leggendo le fiabe per bambini, ora è lei a scrivere libri in italiano, con l’unico cruccio di non riuscire più a farlo in albanese. In quegli anni a Prato, dove si stabilisce, c’è una numerosa comunità albanese- ancor prima del consolidarsi della Chinatown di via Pistoiese- e inizia, quasi per caso, ad aiutare il Comune con le traduzioni. Poi diventa mediatrice culturale: “È stata un’esperienza importante, impegnativa sul piano umano, che mi ha permesso di conoscere i risvolti di un fenomeno allora semisconosciuto”.

Sono gli anni degli arrivi massicci dal porto di Durazzo, con le navi stipate all’inverosimile di chi s’immagina l’Italia come una nuova America, ma sono anche gli anni del primo grave episodio di razzismo a Firenze: nel giorno di martedì grasso, un gruppo di ragazzi mascherati si dà ad una vera e propria caccia al nero a San Lorenzo. L’immigrazione era cosa nuova, e l’Italia e la Toscana non erano pronte. Tra lo sgomento generale, si cerca di capire. Ma la sensazione è di una città “più ripiegata sul passato che curiosa della contemporaneità e dell’avvenire”, come scrisse Miriam Mafai in un articolo a commento dell’episodio.

Ventuno anni dopo, in piazza Dalmazia due ragazzi senegalesi vengono uccisi da un militante di CasaPound, e un terzo rimane paralizzato. Così la domanda che si poneva allora Mafai suona ancora attuale: “Quanto ci vuole per trasformare una città colta, civile, tranquilla, in una città frustrata, violenta, razzista?”. Certo, nel frattempo è cambiato il mondo, e anche l’immigrazione è cambiata. Allora erano quasi esclusivamente migranti economici, o come preferisce definirli Fabio Bracci ricercatore dell’Osservatorio Sociale Regionale “migranti non forzati”, oggi anche profughi e richiedenti asilo. “Innanzitutto è necessario distinguere tra le due tipologie. L’accoglienza prevede due macro percorsi: quello per i profughi, che scappano da guerre e persecuzioni, e quello per i migranti non forzati, di chi arriva in Italia per una vita migliore”, puntualizza.

Ma i numeri parlano chiaro: “I profughi in Toscana sono 7mila, mentre i migranti totali sono 375mila, circa il 10% della popolazione regionale” spiega Alessandro Salvi, funzionario all’immigrazione. Eppure si fa molto- o comunque abbastanza- per l’accoglienza e troppo poco per l’integrazione vera e propria. “Il modello toscano dell’accoglienza diffusa funziona, ma alla potenzialità ricettiva deve corrispondere una vera integrazione” aggiunge. Concorda, con un piccolo distinguo, Simone Ferretti responsabile immigrazione Arci: “Il dopo- accoglienza è fondamentale, ed è il limite del modello toscano. I problemi maggiori si riscontrano tuttavia nell’accoglienza profughi a livello nazionale: non c’è comunicazione tra la prima accoglienza, gestita dalle prefetture, e la seconda, gestita con lo SPRAR”. Motivo? Manca il controllo di qualità sull’accoglienza straordinaria, quella organizzata dalle prefetture.

A confermarlo la storia di Khesraw, ingegnere afghano, fuggito dalle violenze dei talebani: “Sono arrivato a Brindisi da Milano, in un centro di prima accoglienza. Ci sono rimasto alcuni mesi, ma la scuola d’italiano ho iniziato a frequentarla solo una volta arrivato nello SPRAR in Lunigiana”. Ora vive e lavora ad Aulla, in un’azienda informatica: “No, non voglio andare in altri paesi europei, anche se forse guadagnerei di più. Voglio rimanere qui, dove a gennaio dovrebbe arrivare mia moglie con i bambini. Sono più di due anni che non li vedo”. Khesraw ha alle spalle una storia difficile da raccontare e da ascoltare, ma le sue parole sono sorrette dal sorriso: “Ero ingegnere in un’azienda a Kabul, dove lavoravano anche inglesi e americani. Tornavo a casa una volta a settimana, una città al confine con il Pakistan– racconta –Un giorno, un conoscente mi vide uscire dall’ufficio e cominciò a diffondere la voce che lavoravo con gente non musulmana. Da allora sono cominciate le minacce, sempre più frequenti e violente”. Khesraw forse non sa quanto sia stato fortunato, trovando un lavoro adeguato al titolo di studio. Non sempre è così, e Alketa lo sa: “Lo Stato italiano non ha speso un euro per la mia istruzione. Solo dopo molti anni sono riuscita a farmi riconoscere almeno il diploma”.

La Germania che accoglie i migranti, ma che sa anche distinguerli tra forza lavoro e risorse intellettuali è ancora molto lontana. Tuttavia Alketa è ottimista: “Non possiamo non esserlo. Basta vedere il reparto di maternità di Prato, pieno di bimbi di tutti i colori, e capisci che il futuro non è così buio. Saranno loro, le cosiddette ‘seconde generazioni’, a salvarci”. Intanto la Toscana, terza regione italiana per indice di anzianità, non può che ringraziare. Le pensioni di oggi e domani, il welfare- o quello che ne rimane- sono garantiti dalle tasse e dal lavoro di chi ha scelto, nonostante tutto, di rimanere a vivere nella nostra regione.

 

 

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