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Il “coronamento” di Michelangelo Cultura

 Il “coronamento” della lanterna sulla cupola della Sagrestia Nuova, in rame dorato, rimosso e restaurato, tra marzo e ottobre di quest’anno, sarà una delle opere più interessanti di “Nello splendore Mediceo. Papa Leone X e Firenze”, la mostra del programma di “Un anno ad arte 2013” curata da Nicoletta Baldini e dalla direttrice del museo, Monica Bietti. Intanto lo potremo vedere esposto nella cripta delle Cappelle, poiché da tempo è stato sostituito da una copia in vetroresina.
“Finalmente possiamo ammirare da vicino quella che il Vasari definì una “palla a 72 facce” (e Argan più propriamente, come un cristallo) e che invece si rivela un corpo regolare di complessa e sofisticata costruzione, corredato di simboli civici trionfali quali la corona d’alloro e i leoni “marzocchi” – ha detto il Soprintendente Cristina Acidini. – E’ splendida l’invenzione di Michelangelo, ma sarà anche stimolante per ristudiare il valente artefice Giovanni di Baldassarre, detto il Pilotto, che certamente fu collaboratore di Michelangelo (e con lui attivo a Venezia e Roma), di Perino del Vaga, nonché amico di Benvenuto Cellini”.

“Il ‘coronamento’ da oggi esposto alle Cappelle Medicee – ha confermato Monica Bietti, direttrice del museo – trova nella storia della famiglia Medici e nel legame fra essa, la chiesa e la città, molti elementi di continuità. Alla sua base ci sono infatti otto teste leonine, simboleggianti da un lato la città, cioè il Marzocco, ma anche il nome di Leone X, primo Papa mediceo”.
Generalmente il “coronamento” delle cupole o delle cappelle è costituito da una sfera sormontata da una croce. Michelangelo, invece, nel 1523, quando era papa Clemente VII, progettò di porre sulla lanterna della Sagrestia Nuova, un coronamento composto da vari elementi, in forma di poliedro sormontato da una pesante croce a scatola che poggia su un nodo decorato – una sorta di anello – sotto il quale vi è una lamina a tronco di cono da cui partono otto fasce che terminano con teste di leone, “marzocco” di Firenze.

Lo stesso Michelangelo così lo descriveva a papa Clemente VII nel 1520: “la lanterna qua della chapella di decto San Lorenzo, Stefano l’à finita di mecter su e schopertola, e piace universalmente a ognuno, e chosì farà a Vostra Santità. Facciàn fare la palla, che viene alta circha un braccio: e io ò pensato, per variarla dall’altre, di farla a faccie, che credo che arà gratia; e chosì si fa”. “Un poliedro simile si trova rappresentato nel manoscritto di Luca Pacioli De Divina Proportione – ha spiegato un esperto quale Vincenzo Vaccaro, funzionario della Soprintendenza per i Beni Architettonici che per anni ha studiato il significato di questa forma così singolare e unica – che contiene anche disegni derivati dagli originali di Leonardo. Quello del duodecedron elevatus solidus, eseguito dal genio di Vinci, essendo costruito con triangoli equilateri,  somiglia ad una mazza ferrata. In realtà sono 12 piramidi pentagonali che nascono dalle facce pentagonali del dodecaedro".

Rappresenterebbe, quindi, la forza insita nell’etere, nello spazio di cui il dodecaedro è il simbolo, che tenta di espandersi, di emergere in tutte le direzioni. Un'interpretazione troppo lontana da quella nota e rassicurante della sfera che tutto comprende ed include. "Tuttavia Michelangelo – ha precisato Vaccaro – condivide l’immagine di forza e di espansione dell’originale disegno di Leonardo, ma la nasconde usando triangoli isosceli che danno alle piramidi pentagonali un’altezza minore e fanno somigliare il poliedro ad un cristallo che amplifica e scompone la luce”. Un "oggetto misterioso" questa sorta di corona che ha tutto il fascino di un'opera nata dalla collaborazione intellettuale, a distanza, di due giganti del Cinquecento. Naturalmente il prezioso coronamento resterà ben riparato all'interno del museo, ad arricchirne i già copiosi tesori.

 

 

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