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Il coronavirus blocca anche la battaglia contro la plastica Ambiente, Politica

Parigi – L’epidemia del coronavirus potrebbe avere gravi ripercussioni sulla battaglia per eliminare al più presto la plastica dalla nostra vita. In questo periodo di crisi sanitaria, la plastica usa e getta sta tornando in auge, soprattutto per le sue doti igieniche. Tra il ritorno in forza del monouso declinato in guanti, mascherine di propilene, imballaggi vari sia medici che alimentari e il rallentamento dell’industria del riciclaggio la plastica, scrive  Liberation, rischia di essere il “triste vincitore” della pandemia.

Il timore di contagio ha fatto esplodere non solo i rifiuti sanitari ma anche quelli di settori in cui l’imballaggio di plastica assicura un’indispensabile barriera igienica.  La chiusura dei ristoranti e delle mense, ad esempio, ha portato a un forte aumento dei consumi alimentari venduti nei supermercati, con un’impennata che dopo aver raggiunto il 30% nelle prime settimane di quarantena si è attestata ora sul 15%.

Le strategie di lobbying stanno inoltre approfittando della situazione per cambiare la percezione della gente che ha una un’immagine negativa della plastica sottolineandone le qualità di protezione igienica, soprattutto con l’usa e getta. Nel frattempo l’industria del riciclaggio mondiale sta girando a velocità ridotta, soprattutto  nei paesi dove non è considerata come un’attività essenziale ed è quindi sottoposta alle misure di lockdown.

In Francia, dopo un periodo d’arresto,  si sta andando verso una riapertura progressiva dei centri di smistamento.  I centri di riciclaggio temono però rotture di approvvigionamento, con il rischio di non essere più in grado di produrre materiali come il PET, utilizzato per le bottiglie. A peggiorare la situazione vi è il forte calo del prezzo del petrolio che rende la plastica molto più competitiva della materia riciclata.

La plastica monouso è stata messa al bando nell’Unione Europea dall’anno prossimo.  L’Europa si è anche posta l’obiettivo del 25% di contenuto riciclato nella fabbricazione di bottiglie  entro il 2025 e del 30% entro il 2030.

Mentre si cerca di organizzare il bando alle materie plastiche, che ancora in buona parte possono impiegare centinaia di anni per decomporsi, uno studio ha cercato di capire cosa succede ai dieci milioni di tonnellate di rifiuti plastici gettati ogni anno negli oceani.  Secondo il documento pubblicato dalla rivista americana Science , ricercatori internazionali hanno constatato che a fare lo smistamento e a ripartire le microplastiche sui fondi marini sono le correnti. Mentre le scorie plastiche che navigano in superficie e che rappresentano solo l’1% della massa totale sono state oggetto di numerosi studi  è la prima volta che ricercatori si sono consacrati al restante 99% dei frammenti inferiori al millimetro che inquinano le acque del nostro pianeta.

Se si vogliono salvare gli ecosistemi ed evitare che nel 2050 ci siano in mare più residui di plastica che pesci, la lotta alla plastica è più che mai indispensabile ed urgente.  L’Onu ha definito l’inquinamento da plastica il più pericoloso in assoluto perché i suoi effetti sono in grado di causare danni irreversibili al pianeta e alla salute dell’uomo.  Secondo recenti ricerche già assumiamo , attraverso cibi solidi e liquidi, 250 grammi di plastica all’anno.

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