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Il Faust di Gounod: il fragile crinale fra salvezza e dannazione Spettacoli

Firenze –  Una scena incorniciata da palchi di  teatro e dalla navata con organo monumentale. Nulla di più efficace per cogliere visivamente in un solo colpo d’occhio la cifra artistica del Faust di Charles Gounod in scena in questi giorni all’Opera di Firenze. Il resto, nello stupendo allestimento ideato da David Mc Vicar per la Royal Opera House di Londra, viene di naturale conseguenza nell’alternanza fra piacere e divertimento, che si trasforma diabolicamente in ebbrezza viziosa, e preghiera e pentimento in spazi sacri, che però sono esposti anche loro alle arti del maligno.

Di questa miscela di peccato e di redenzione era fatta  la personalità di  Gounod, sedicente provvisoriamente e precariamente “abbé”, ed anche la ragione di questo assoluto capolavoro che si espone nella sua grandezza se si riesce a rappresentarla con misura e intelligenza agli spettatori. Come è riuscito a Mc Vicar, ai suoi collaboratori, a Bruno Ravella che l’ha ripresa, al direttore Juraj Valcuha, al maestro del coro Lorenzo Fratini e ai cantanti, tutti all’altezza dell’alta qualità dello spettacolo.

Contraddizioni forti nei simboli scenografici. Una grande crocifisso al centro della scena della partenza per la guerra di Valentin e dei suoi commilitoni (che il regista ha spostato alla vigilia della guerra franco – prussiana, ovvero ai tempi della composizione dell’opera), davanti al quale viene sventolato un gigantesco bandierone tricolore. Nell’interno della cattedrale gotica, dove echeggiano gli accordi tutt’altro che rasserenanti dell’organo, Mefistofele fa parte di un gruppo monumentale di statue. Visto da dietro sembra quasi una rappresentazione ieratica di Gesù: il male si nasconde e si mimetizza dovunque.

Già, perché la cifra artistica di quest’opera è sempre sul limite: l’amore tende a diventare peccato e tradimento, la preghiera è al limite della blasfemia, l’entusiasmo patriottico si annienta nelle sofferenze della guerra. E’ su questo crinale che si annida il male, il terreno privilegiato di Mefistofele ed è su questo crinale che si muovono le note del compositore. Come la tenerezza può diventare progressivamente un sabba stregonesco, un’orgia irrefrenabile.

Il Faust di Jules Barbier e Michel Carré è un’opera profondamente cattolica: l’uomo è fragile creatura che pecca, basta poco al diavolo per asservirlo, ma alla fine la preghiera lo salva dalla dannazione. Ed è questa la fondamentale differenza dall’originale goethiano, opera protestante, nella quale l’uomo è peccatore ma è anche una personalità titanica che cerca, pagando di persona, di capire la ragioni dell’esistenza e arrivare alla suprema sapienza. Il diavolo nordico è un tipo più sommesso e subdolo di questo meridionale al quale piace molto scatenare danze sfrenate e notti di Valburga.

E’ dunque naturale che siano la seduzione e il sesso il punto nel quale si concentrano le trame satanesche  piuttosto che la superbia dell’uomo che vuole diventare simile a Dio: “l’amore è un mostro sotto il controllo del male”. E che sia Marguerite il personaggio vittima intorno al quale ruota tutto il dramma, nel nome della quale si è rappresentata l’opera per tanti anni in Germania. La National-Legende tedesca non poteva certificarla come sua legittima interprete.

Grande operazione culturale è dunque questa edizione del Faust valorizzata da un Mefistofele totalmente immerso nella sua parte sia drammaturgicamente che vocalmente (Paul Gay), da un Faust ugualmente convincente nella parte di uno studioso solitario che vuole conoscere la vita ma non ne è alla fine all’altezza del male che essa compie e impone di compiere (Wookyung Kim) e da una sciagurata Margherita spazzata via dalla malvagità (Carmela Remigio). Bene tutti.

 

Foto: Institut français Firenze

 

 

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