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Il Festival dei popoli, strumento prezioso per capire il mondo Opinion leader

Firenze – Come ogni anno alla fine di novembre, Firenze si affaccia sul mondo. L’appuntamento del Festival dei Popoli è sicuramente il più internazionale e il più qualificato incontro della città con tutto ciò che si muove nel pianeta – i drammi, le inquietudini, le speranze – documentati dai migliori registi.

Certo i fiorentini hanno visto passare negli ultimi mesi i grandi del mondo, e tanti ne vedranno prossimamente in questa felice epoca che ne vede accresciuto ruolo e immagine internazionale. Ma il vero incontro, quello che lascia una traccia nella cultura di una città, avviene quando ciascun popolo mette allo scoperto ciò che si muove dentro di lui perché serva a tutti per trovare nuovi terreni di dialogo, di confronto, di rispetto e accettazione reciproci.

E’ su questo incontro che si costruisce la pace e questo era l’essenza del messaggio del sindaco Giorgio La Pira che fu uno dei promotori principali per l’istituzione del Festival che quest’anno è giunto alla 56° edizione. Ed è per questo motivo che all’interno della ricchissima kermesse dei 50 giorni di cinema, esso merita un posto d’onore proponendo anche nel 2015 un programma di straordinario interesse, “sul pezzo” come ha detto il suo presidente Marco Pratellesi.

I fenomeni più acuti, quelli che si sono abbattuti con forza dirompente sulle nostre società occidentali dopo il lungo periodo di crisi economica, le ondate di immigrazione in fuga dalla guerra e dalla fame e la minaccia del fondamentalismo dello stato islamico (Isis o Daesh comunque si voglia indicare l’esercito della bandiera nera) sono ovviamente in primo piano, come documenta anche l’immagine simbolo del manifesto della 56° edizione: un giubbotto di salvataggio, il simbolo – in positivo e in negativo – della sopravvivenza dei “boat people” che da mesi sbarcano sulle coste italiane e greche.

Complessivamente 19 documentari dei 103 in programma dal 27 novembre al 4 dicembre sono dedicati a profughi e immigrati con un passaggio di grande interesse, la Matinée Senegal , che presenta un film sullo sciopero che nel 1990 fece un gruppo di senegalesi che chiedevano all’allora sindaco Morales di ritirare i provvedimenti contro le vendite abusive.

Ci sono poi i film che documentano il dramma delle società dell’Africa del Nord e del Medio Oriente da dove partono i migranti, con la perdita di casa, radici, affetti da parte di tanta umanità sofferente.  Insomma una riflessione approfondita, al di là dell’alluvione quotidiana di informazioni che finiscono per toccare solo le corde più emotive e più ansiogene di tutti noi.

I documentari della sezione Panorama affrontano l’altra faccia del presente: cosa accade all’interno delle nostre società europee, come cambiano le sensibilità, come si modificano i valori della solidarietà umana di fronte alle sfide esterne o ai rovesci ordinari dell’esistenza.  Anche attraverso figure di artisti che sono diventate icone nella cultura popolare: Marlon Brando, James Brown, Ohad Naharin, il grande danzatore e coreografo israeliano.

Ecco perché è altamente raccomandabile che nella settimana del Festival ciascuno trovi uno spazio di tempo per sedersi nelle poltrone dell’Odeon e dedichi qualche minuto a una tranquilla riflessione sui cambiamenti in atto nelle nostre società. Solo così si combatte la peggiore delle reazioni che si possono avere di fronte a fatti come i massacri di Parigi: la paura.

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