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Il fiorentino Zielinski sempre più in alto in Vaticano Cronaca

Il suo nome è Padre Michael John Zielinski, benedettino, ma a Firenze I “vecchi” lo conoscono come Padre Christopher, che negli anni 70 animava la coscienza civile, sociale e culturale di Firenze dall’alto dell’Abbazia di San Miniato al Monte, al piazzale Michelangelo. Alla fine degli anni 90 fu allontanato dalla curia fiorentina perché il suo “ecumenismo strampalato” influenzava la vita politica della città. In quegli anni nella basilica si tenevano convegni con espressioni del mondo
buddista, laico e forse anche massone. Tra i numerosi Vip amici del Padre si annoveravano l'allora “potente” Vittorio Cecchi Gori, Sting, giornalisti e politici fiorentini.  Cioni,  così lo ricorda a pag 104 della sua recente biografia: “è oggi uno dei dodici uomini più vicini a Papa Ratzinger e occupa una posizione di rilievo in Vaticano(questo prima della sua nomina di ieri…nda). Quando era a Firenze la domenica riusciva a parlare con le sue omelie al mondo politico fiorentino, spesso abbattendosi sul governo della città e sul sindaco cattolico Mario Primicerio. Questo suo immergersi nei problemi della città lo pagò con l’esilio. Con l’avvento di Benedetto XVI è arrivato in Vaticano da vincitore. Non sono mai mancato alle sue omelie della domenica, e l’ho sentito presente nei momenti più difficili della mia vita”. Papa Benedetto, ieri, in concomitanza del Concistoro ha reso nota la sua decisione di nominarlo Capo Ufficio della Congregazione del Culto Divino. L’ufficio che andrà a guidare rappresenta la principale novità della strutturazione del dicastero del Culto, che dovrà dedicarsi in modo specifico all’arte e alla musica per la liturgia, offrendo linee guida affinché i canti per la messa, come pure la struttura delle nuove chiese siano davvero adeguati e corrispondenti al mistero che viene celebrato, secondo le direttive della costituzione conciliare “Sacrosanctum Concilium”. Il suo arrivo nella Congregazione è strettamente legato alla ristrutturazione del dicastero, approvata dalla Segreteria di Stato lo scorso 3 settembre.

Dal 2007 era Vice Presidente della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e Vice Presidente della Pontificia commissione di Archeologia Sacra. Con la fusione di questi organismi nel Pontificio Consiglio della Cultura, guidato dal Cardinale Gianfranco Ravasi, da giugno aveva lasciato il suo posto. Americano di nascita, padre polacco-russo e madre irlandese, è  nato a Lakewood, Ohio, nell’aprile 1953. Accolto nella Congregazione monastica Benedettina di Santa Maria di Monte Oliveto, dopo il noviziato nell’abbazia di San Miniato al Monte in Firenze, ha emesso la professione monastica perpetua l’8 dicembre 1975 nell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore (Siena). Ha studiato filosofia e teologia al Pontificio Ateneo di Sant’Anselmo di Roma, è stato ordinato sacerdote nel 1977. Si è dedicato allo studio della spiritualità monastica, della musica gregoriana, polifonica e moderna, della storia medievale e rinascimentale e, soprattutto, della storia dell’arte. Nel 1991 si è laureato all’università di Firenze con una tesi di psicologia sociale. Ha trascorso diversi anni nell’abbazia di San Miniato al Monte a Firenze, dove è stato eletto Priore, assumendo anche l’incarico di maestro dei novizi. È stato anche docente associato all’Università di Siena. Nel 1999 è stato destinato alla comunità monastica dell’abbazia di Santa Maria Pilastrello di Lendinara, nella diocesi di Rovigo, e nel 2003 è stato nominato segretario dell’Abate Primate della Confederazione Benedettina, padre Notker Wolf. Nel dicembre 2003 è stato eletto Abate dell’Abbazia di Our Lady of Guadalupe in Pecos (Stati Uniti).

L’Abate ritorna spesso a Firenze, a cui è legato attraverso il progetto di Agata Smeralda. Durante una di queste sue incursioni, l’ho rincontrato: “Io voglio molto bene a Cioni – mi racconta-  L’Amico ama in ogni tempo, come dicono i Proverbi. Cioni ha tirato fuori l’aspetto più giocoso di me stesso. Lui aveva una particolare attenzione ad Agata Smeralda, in quanto era molto attento per i bambini, per i bambini poveri, soprattutto per quegli che non avevano famiglia. Ci siamo trovati in un comune sentire a riguardo di diversi aspetti sociali e culturali”. 

Che rapporto ha con la sua Firenze? “Devo tutto a Firenze, posso dire di essere nato culturalmente a Firenze. Avevo solo 17 anni quando sono arrivato dagli Stati Uniti a Firenze per studiare a San Miniato ed iniziare il noviziato”.

Tra le sue amicizie spiccava quella con il Presidente Giovanni Spadolini? “Con Spadolini avevo un rapporto molto sincero, semplice. Lui ed io. Quando ha saputo di essere malato, abbiamo girato quasi due ore nel cimitero monumentale per scegliere la sua tomba. In quel momento si è molto aperto con me. Mi ha parlato di Oriana Fallaci, di don Bensi. Aspetti che lui viveva nel suo intimo. Lui aveva questa attenzione laica che allo stesso momento, gli faceva avere  grande rispetto per gli altri. Veniva in Basilica quando io celebravo la messa, e stava in fondo, vicino alla tomba del poeta Giusti. E vi stava con grande rispetto e attenzione. Non l’ho mai sentito dire una parola di biasimazione.  Aveva una laicità sana. Aveva a cuore la società”.  E oggi ? “I tempi sono cambiati. A San Miniato ho avuto la fortuna di avere un Abate che ha inaugurato il dialogo ecumenico, perciò il terreno era già preparato, era un terreno fertile, l’Abate dell’epoca aveva anche il suo dialogo personale con molti politici della città, solo che lui era meno vistoso, io capisco che a volte poteva essere un teatro tenda, però non rinnego niente, perché senza quelle esperienze sicuramente oggi non sarei  a ricoprire in Vaticano l’incarico che ricopro”.

Poi l’esilio? “A Santa Fè c’è una comunità di monaci olivetani dove sono stato mandato come amministratore e poi dopo poco mi hanno eletto Abate. E’ un luogo d’incanto a 3.400 metri d’altezza con il 40% di ossigeno in meno. Li davvero ti si schiariscono le idee. Si osserva tutti i passi anche perché siamo circondati da serpenti a sonagli, orsi e leoni di montagna.  Ma a parte questo il deserto ha questa capacità di renderti nudo, soprattutto nella relazione tra te e Dio. Questi quattro anni mi sono serviti per conoscermi meglio e per relazionarmi con gli altri, primo fra tutti con l’assolutamente l’altro, Dio”.

Nel 2007  la nomina papale in Vaticano, inaspettata, quasi in coincidenza con un altro fiorentino, Antonio Paolucci? “E’ stata una bella coincidenza ritrovarmi in Vaticano con Paolucci, mi sono sentito meno solo quando ho saputo che ci sarebbe stato anche lui a lavorare in Vaticano. Quando è arrivato, qualche mese dopo di me, mi  ha mandato subito una lettera molto cordiale. Poi ogni tanto ci ritroviamo anche in treno verso Firenze o verso Roma e viaggiamo insieme”.

E lavorare in Vaticano com’è ? “In Vaticano mi dicono: ‘Sei troppo fiorentino nel tuo modo di parlare, nel tuo modo di analizzare, e anche di criticare le cose’. A Firenze siamo essenziali, a volte anche spudorati nei nostri giudizi. Senza peli sulla lingua, Firenze mi ha dato una sensibilità per tutto quello che è umano. Firenze mi ha insegnato che il cristianesimo è aver assoluta fede nel Signore, e di conseguenza avere fiducia verso l’uomo”. 

A Firenze abbiamo avuto due americani  che scoprono la bellezza dell’arte, che qui si consacrano, diventano sacerdoti: lei e monsignor Timothy Verdon?  “Lui è uno studioso, io invece sono solo uno che ha saputo nuotare e sopravvivere alla forza e alla grandezza della bellezza di questa città. Il rapporto non è uguale. Timothy è il professore, io sono il suo ‘portaborse’. Io sono molto realista”.

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