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“Il fiume si rise”, ma Pisa molto meno Cultura

Per chi scrive, fiorentino da generazioni, è difficile ammetterlo. Ma bisogna dire che quello di Sergio Costanzo è davvero un buon libro. Il fiume si rise, pubblicato nel 2012 per i tipi della casa editrice Linee Infinite di Lodi, è il secondo romanzo dell'autore pisano. Dopo Io Busketo (2010), Costanzo, biologo per formazione e romanziere per passione, riesce ancora a creare su di un impianto storico accertato con dovizia di particolari, una storia avvincente e con interessanti vette poetiche. Siamo a Pisa. Il Rinascimento è nel suo pieno splendore. Firenze il centro culturale del mondo conosciuto. Eppure si incaponisce in una inutile quanto costosa (in termini economici quanto di vite umane) guerra contro la città pisana. Il fiume si rise narra, allora, la storia del conflitto fra Pisa e la città dei Medici, divenuta Repubblica sul finire del XV° secolo.

La storia non ha un vero protagonista. Oppure, per meglio dire, ha un solo protagonista, il popolo pisano. Costanzo, in ogni pagina del suo libro, si immedesima nella gente della sua città e racconta il dramma della guerra. La famiglia Biccoli, seguita dall'autore nella sua evoluzione dall'esilio di Pontugione all'amore della figlia, Setembrina, per il bel Regolo Boromati, non è che una delle tante manifestazioni del popolo. Si tratta di un semplice approfondimento, un punto di vista privilegiato sui fatti. Ma Il fiume si rise respira ad ogni sua pagina della storia del popolo pisano che lotta per la libertà contro l'invasore. Si tratta, per così dire, di un "romanzo storico nazionalistico", nel senso nobile del termine, ovviamente. Costanzo sostanzia il suo volume dell'amore dei Pisani per la loro patria minacciata dall'invasore fiorentino, riuscendo a calarsi appieno nell'animo dei suoi avi. Clemente Biccoli, divenuto, da semplice locandiere, pedina fondamentale nello scacchiere delle truppe pisane assieme al figlio Beniamino, si abbandona ad un certo punto, alla più classica delle invettive nei confronti degli invasori: "Maledetti fiorentini: a causa loro tutta la vita in esilio, la famiglia dispersa, suo padre bruciato, il suo onore ed il suo orgoglio perennemente calpestati, oltraggiati. Maledetti fiorentini che gli avevano distrutto la locanda, avvelenato la vita, che gli avevano fatto mangiare pane e fiele, che gli avevano rubato gioia e colore, che gli avevano reso la vita insopportabile e insulsa. Un'onda dirompente, alta, lenta, ma inesorabile. Un'onda che cresce e mai s'infrange, come quelle delle mareggiate invernali, quando i marosi si succedono imponenti ed incontrano il vento di tramontana, che si oppone al loro moto. Quelle onde che, quando acqua contro aria si spingono, si arrampicano in cielo, per poi precipitare in un'esplosione di schiuma rabbiosa: così l'onda dell'odio e del risentimento, alimentati dal fuoco della paura, si ergevano in Clemente. Maledetti fiorentini, che anche in quella notte buia e fredda, lo costringevano lontano dal suo letto caldo. Maledetti, arroganti, ururpatori, maledetti, ora e nei secoli" (cap. 15, p. 247).

Ma Il fiume si rise è anche, in certo senso, un romanzo d'amore. D'amore in senso lato. L'amore dell'autore per la sua città. Un amore che porta i vecchi a lasciarsi alle spalle la loro Pisa pur di lasciare all'interno delle mura tutte la mani pronte a combattere l'invasore che ha schierato le sue schiere alle porte della città. Un amore che porta un capitano francese ad abbracciare la causa dei Pisani nonostante non abbia alcun vincolo di sangue con la città che potrebbe, se volesse, abbandonare al suo destino. Il capitano François d'Azay d'Entraigues, inviato da Carlo VIII di Francia a difesa della città toscana, si innamora della ragazza più bella di Pisa, Luisa del Lante, e l'amore lo porta a considerarsi un vero Pisano. Alcune delle pagine più belle del romanzo, fra l'altro, sono quelle in cui si raccontano gli incontri fra il capitano francese e la bellissima Luisa: "La ragazza si voltò e prese a scendere le scale, il capitano fu lesto e le corse dietro, l'afferrò agilmente per la vita e la bloccò. Lui stava su uno scalino più in basso del suo, lei più in alto, ma i loro occhi erano allo stesso livello. François per la prima volta si immerse in quel mare verde: piccole navi d'oro solcavano l'iride. Si aggrappò come un naufrago ad una di quelle, perse la presa e l'orizzonte, ne cercò un'altra, pareva immobile e sicura, ma anche questa non dava appiglio: prese a sprofondare in quell'abisso e solo un gesto poteva salvarlo o condannarlo per sempre. La via della dannazione era perigliosa, ma parve l'unica, le loro labbra si sfiorarono, poi si toccarono ed infine furono un'unica cosa. Non si erano praticamente mai parlati, non sapevano niente l'uno dell'altra, non era possibile concepire un amore, eppure erano lì, sulle scale, persi in quell'abbraccio con le mani impazienti di nuove scoperte. Un cane abbaiò, poi la voce di Caterina parve essere a due passi. Luisa abbandonò la presa e scese di fretta due scalini; un attimo, una sosta e rapida risalì baciando con foga il capitano, poi sparì nel magazino sottostante." (capitolo 8, p. 135). Ma l'amore di Luisa e del bel francese, come in ogni storia di guerra che si rispetti, ha un tragico destino. La più bella delle pisane, infatti, muore in un assalto dei nemici ed il capitano François d'Azay d'Entraigues lascia la terra dove ha lasciato il suo cuore.

Ben altro destino sembrerebbe avere la storia d'amore fra Setembrina e Regolo, anche se le pagine del libro s'interrompono prima che si possa sapere quale sarà il loro destino. Il fiume si rise è, in fondo, il racconto di un grande fallimento. Si tratta del fallimento di Firenze ma, allo stesso tempo, di Pisa. Entrambe le parti escono sconfitte dalla disputa e l'unico ad aver voglia di ridere, infine, è l'Arno. Il fiume si rise, ma Firenze molto meno. E Pisa pianse. Pianse il sangue versato dai suoi cittadini per difenderla dall'invasore: "Quella domenica non fu come le altre e, forse, non ce ne furono di simili per molti anni a venire. Le diciannove bare erano allineate su tre file di fronte al presbiterio della cattedrale. Dei sette superstiti, il comandante del Mutolo ed altri due erano presenti, gli altri, feriti più gravemente, non si erano potuti muovere dai loro giacigli. Le bare erano di quelli che erano stati recuperati intrappolati tra le erbe delle ripe o nelle reti dei pescatori. Mancavano all'appello quattordici vite: i loro familiari speravano in qualche miracolo, ma la folla silenziosa era certa che nessuno di quei giovani avrebbe mai fatto ritorno. Pisa conosceva bene le acque ed i loro costumi. Il fiume, come il mare, poteva cedere un corpo dopo averlo ingoiato, oppure tenerlo per sé per giorni o settimane, per poi renderlo alla luce a molte miglia di distanza, e, magari, irriconoscibile. Talvolta, chi era finito in acqua, ferito o sano che fosse, non era mai più stato ritrovato. Quel funerale era per tutti e di tutti: la città non aveva subito così tante perdite tutte in una volta, da tempo immemorabile. Non c'era astio negli occhi dei parenti dei caduti, non c'era furore contro chi aveva comandato e disposto: la guerra contro Firenze era considerata Santa" (capitolo 22, pp. 349-350). Un fallimento, si diceva, perché non esiste una guerra che possa essere definita "santa". Come scrive Erasmo da Rotterdam nei suoi Adagia (Dulce bellum inexpertis), infatti: "C’è chi plaude, chi esalta, chi chiama santa un’iniziativa superdiabolica" come la guerra.

Leggi anche: Incontro con l’autore: Sergio Costanzo

La guerra non è mai "santa", sembra dire Costanzo nella pagine del suo libro che racconta la storia della guerra fra Pisa e Firenze. Tanta è la portata distruttiva della guerra che nemmeno il più grande genio di tutti i tempi, Leonardo Da Vinci, ne esce immacolato. Il maestro empolese, di rosa vestito ed accompagnato dal suo giovane amante, si reca a Pisa assieme a Machiavelli, divenuto segretario della Repubblica fiorentina ed incaricato dal gonfaloniere Pier Soderini di affossare Pisa con un colpo di mano decisivo. Leonardo viene incaricato dall'autore del Principe di progettare una deviazione dell'Arno per tagliare i viveri a Pisa e permettere alle truppe fiorentine di assediarla ed assoggettarla definitivamente al dominio gigliato. L'artista allora progetta un capolavoro d'ingegneria idraulica, ma il fiume sembra ribellarsi e rompe le dighe fatte issare da Leonardo, riprendendo il suo corso e facendosi beffe dei Fiorentini.

Quello di Costanzo, in fondo, è un romanzo piacevole. Ben scritto, soprattutto tenuto conto della qualità dei romanzi storici che si trovano attualmente in circolazione. Vale la pena di leggerlo perché, per quale delle due parti si parteggi nella disputa fra Firenze e Pisa, si tratta di una buona ricostruzione storica degli eventi che vive anche delle vette poetiche di grande intensità. Personaggi immaginari e personaggi la cui esistenza è storicamente accertata, oltre che leggendaria, sono i protagonisti di questo grande affresco della Toscana a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento. Un libro, insomma, da leggere tutto d'un fiato sotto l'ombrellone.
 

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