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“Il Giardino dei ciliegi”: un intramontabile Čechov Spettacoli

Da un lato spettatori abituati ad una vita frenetica, con ritmi serrati e tempi compressi; dall’altro Anton Pavlovič Čechov. I suoi testi si caratterizzano per una lentezza e un’immobilità disarmanti. Fino all’epilogo non accade nulla. Sono tutti personaggi in attesa, rimasti come paralizzati nelle loro inquietudini, nelle loro speranze ormai sbiadite, nei loro fallimenti. Mettere in scena le mastodontiche opere teatrali dell’autore russo di fine Ottocento non è impresa consona ai nostri tempi, eppure “Il Giardino dei ciliegi” con la regia di Paolo Magelli, direttore del Teatro Metastasio, ha conquistato il pubblico, rimasto con il fiato sospeso per circa tre ore. Magelli lo mise in scena già due volte, a Zagabria e a Wuppertal, ma – asserisce – «sono mille i modi di affrontarlo e cento volte di più i modi di parlarne». Ultimo lavoro di un Čechov malato, che morì sei mesi dopo la prima rappresentazione del gennaio 1904 al Teatro d’Arte di Mosca (diretta da Stanislavskij e Dančenko), il testo è ricco di rimandi autobiografici e traspare la grande passione che l’autore aveva per gli alberi e per l’ecologia in generale.

Come per altri suoi lavori, non fu un gran successo. E, come in altri casi, Čechov credette di dare alla luce una commedia (addirittura una farsa), ma in scena andò un dramma sociale che ben dipingeva i cambiamenti della Russia di inizio secolo. Al declino di una classe aristocratica, che ha sperperato tutto il suo denaro futilmente, si affianca l’ascesa sociale della borghesia terriera: piccoli contadini che riescono con il duro lavoro a divenire proprietari di terre, riscattando le generazioni passate. Liubov’ Andreevna (Valentina Banci) e suo fratello Leonid (Mauro Malinverno), due signori in rovina, si ostinano a non voler lottizzare le loro terre, sottovalutando il tracollo economico della famiglia, finchè non perdono tutto all’asta. Sarà Lopachin (Luigi Tontoranelli), di origine contadina e da sempre al loro servizio, ad acquistarne i possedimenti. Un rovesciamento sociale in piena regola. E tra tutti i terreni persi, il giadino dei ciliegi, delicato e fragile come i protagonisti dell’opera, luogo dei ricordi di una vita felice ormai passata.

Una scena infinita, che si dipana oltre le quinte, oltre il retropalco, verso l’ingresso antistante il teatro, verso le scale e le porte di servizio. Uno spazio immenso che lascia trapelare quel fuori, quel giardino simbolo di giovinezza, di felicità, di spensieratezza. Magelli gioca sui contrari. Allo spazio sconfinato si oppongono le vite dei personaggi, intrappolati nella loro misera esistenza. Il loro movimento frenetico, esasperato in alcuni momenti dello spettacolo alla maniera di Mejercol’d con azioni stilizzate e astratte, fa da contrasto alla staticità della situazione. Toccherà a tutti inesorabilmente la stessa sorte, abbandonare la propria casa, dire addio all’amato giardino. Questo destino non risparmierà neanche l’ancora leggera Anja (Sara Zanobbio), giovane figlia di Liubov’ innamorata dello studente sognatore Petja (Fabio Mascagni), troppo occupato nei suoi idealismi per accorgersi di lei, né Varja (Elisa Cecilia Longone), figlia adottiva già “appesantita” e incupita dalla vita, che fino all’ultimo spera nella svolta, con una proposta di matrimonio da parte di Lopachin che non arriverà mai.

Ombre disgraziate e deluse anche gli altri personaggi di contorno, camerieri immischiati in triangoli amorosi senza uscita, vicini indebitati fino al collo (Silvia Piovan, Francesco Borchi, Daniel Dwerryhouse, Corrado Giannetti) e una “dama di compagnia” apparentemente libera e felice, ma inesorabilmente sola (Valeria Cocco). Unica figura rimasta integra nella sua volontà di servire i padroni è l’anziano fedele Firs (Paolo Meloni), consapevole che quella emancipazione tanto agognata da tutti non porta alla felicità. Anche a lui spetterà una sorte triste: il vecchio morirà solo, dimenticato da tutti, nella casa ormai vuota. 


 

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