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Talli: “La Resistenza, una scuola di maturazione civile e politica” Breaking news, Cronaca

Firenze – 25 Aprile, ovvero una data che di fatto significa per l’Italia la rinascita. Innanzitutto, la conclusione di una guerra efferata, ma anche l’affermazione di una nuova umanità, quella che aveva spezzato le catene dell’oscurantismo nazi-fascista riaffermando il valore dell’uomo nella sua libertà: di pensiero, formazione, azione. I protagonisti di quei giorni tragici, coloro che passarono nella fornace di una battaglia feroce che non consentiva mezze misure, furono per lo più ragazzi, alcuni giovanissimi, che riscoprivano, anche grazie alla presenza e all’azione di antifascisti storici e perseguitati politici, la possibilità di un altro pensiero, di un’altra prospettiva, di un altro mondo dove il pensiero critico non era esecrabile e anti-patriottico o disfattista, ma diventava risorsa. Per ricordare e riaffermare il ruolo politico e civile della Resistenza, Stamptoscana ha raggiunto un celebre collega, Mario Talli, che, nato e cresciuto sotto il regime fascista, partecipò giovanissimo alla Resistenza, diventando poi, nel dopoguerra, un giornalista molto cnosciuto. Talli ha raccolto la sua esperienza in un libro, “Il ragazzo del secolo breve”, edito da Thedotcompany, 2017.

D. Cosa la spinse, nel ’43, a unirsi ai “ribelli”, com’erano chiamati a quei tempi i partigiani, contro il fascismo?

R. Il mio è forse un caso un po’ particolare perché quando mi trovai impegnato in quella che fu poi chiamata Resistenza ero giovanissimo (nel ’43 avevo 15 anni) ed anche per questo politicamente piuttosto immaturo. Mi è capitato di riflettere molto nel corso del tempo sulle ragioni che mi spinsero ad attivarmi in opposizione al fascismo di Salò che intendeva continuare la guerra a fianco della Germania. Il fatto è che fin da quando ho cominciato a ragionare con la mia testa ho considerato la guerra quale essa è: una orribile e stupida carneficina. Quindi, prima che contro il fascismo in quanto tale ero contro la prosecuzione della guerra e per l’accettazione dell’armistizio quale male minore.

D. Una scelta che divenne via via sempre più consapevole. Come si sviluppò questa consapevolezza?

R. I motivi di opposizione al fascismo si arricchirono durante il percorso successivo, specie ascoltando e facendo tesoro dei ragionamenti dei compagni più grandi e maturi, compresi alcuni antifascisti di vecchia data e per questo perseguitati dal regime. Per la prima volta mi capitava di sentir parlare di concetti come libertà e democrazia. Cui poi si aggiunse, come necessario complemento, quello di giustizia sociale.

Quindi la Resistenza, specialmente per noi nati e cresciuti sotto il fascismo, fu anche una scuola di maturazione civile e politica. Per tutti coloro che vi parteciparono fu inoltre un modo per imparare a convivere tra persone aventi opinioni politiche diverse, a volte anche abbastanza distanti. 

D. In questo momento storico, in cui molti continuano a mettere paletti e dubbi sulla guerra di liberazione nazionale, qual è il valore della commemorazione della Resistenza?

R. Ho richiamato questo mio itinerario resistenziale perché ritengo che quasi ottanta anni dopo, questi principi restino validi oggi e per sempre. So bene che il tempo è spietato e la sua azione tende a scolorire concetti e situazioni. Tanto più in presenza di persone che per motivi i più vari, in primis l’interesse personale,  mirano proprio a questo obiettivo: non tener conto degli insegnamenti della storia. Non mi sorprende che ciò accada, anche se un po’ mi scandalizza. 

D. Il leit motiv di chi critica la Resistenza è in buona sostanza proprio il valore di quei principi di democrazia e libertà di pensiero che sono stati il motore della ribellione civile del popolo italiano, in nome di una gisutizia sociale che ahimè è purtroppo ancora lontana, come è evidente in questi ultimi tempi, in cui si parla anche di timore di sollevazioni di massa. Sicurezza non può stare con democrazia? 

R. Generalmente queste persone non affrontano mai le questioni di petto, direttamente. Preferiscono aggirarle. Per esempio al concetto di libertà si contrappone quello della sicurezza. Anche per me la sicurezza è un bene prezioso e la società deve far di tutto per garantirla a tutti e a ciascuno. Ma senza mai compromettere i principi di una democrazia sana e autentica.  Quest’ultimo argomento mi induce ad una ultima riflessione. E cioè alla necessità assoluta che i governi democratici siano all’altezza dei compiti immani che stanno di fronte all’umanità intera. Pandemia a parte, il mondo è attualmente attraversato da sfide gigantesche derivanti dai profondi mutamenti in atto. Primo problema tra tutti la distribuzione della popolazione sul territorio, con le sue conseguenze su scala mondiale. Mentre nei paesi occidentali la tendenza è verso la decrescita della popolazione, cui allo stesso tempo si aggiunge il fenomeno dell’abbandono delle campagne e dell’urbanizzazione, in quelli del Terzo e del Quarto mondo la popolazione tende costantemente a crescere. Ciò produce gravi problemi di sostentamento, il cui primo effetto è la ricerca da parte di quelle popolazioni di sbocchi verso nuove frontiere. Di fronte a tutto ciò i governi democratici devono essere all’altezza di fornire risposte ragionevoli e il più possibile risolutive. In mancanza di ciò il rischio che prendano corpo concezioni e soluzioni di tipo autoritario potrebbe diventare effettivo, mettendo in pericolo proprio tutto ciò che la Resistenza fin dal primo momento ha rappresentato”.       

D. E’ della settimana scorsa l’intervento del vicepresidente del Senato, senatore di Fratelli d’Italia, Ignazio La Russa, che propone di mettere insieme nella festa del 25 aprile i caduti di tutte le guerre e le vittime del Covid-19. In più listando a lutto il tricolore e cantando il Piave al posto di Bella ciao. La proposta  stata subissata di critiche. Lei cosa ne pensa?

“Si tratta di una proposta addirittura offensiva. E’ la rivelazione di come esistano ancora ampi settori della società italiana che vogliono misconoscere il valore avuto dalla Resistenza. E’ una confessione involontaria della permanenza nella nostra società di modi di pensare che sono la negazione assoluta della Resistenza, che non vogliono riconoscerne il valore sostanziale. La proposta è scandalosa”.

 

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