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Il giorno del diluvio, 45 anni fa Società

Chi ha vissuto, dopo il conflitto bellico del 1944, l’ultima tragica inondazione dell’Arno è rimasto così profondamente sconvolto che bastano  poche  ore di pioggia intensa  in città o notizie di nubifragi in ogni angolo del pianeta a riportare vivo nel ricordo lo sconvolgimento di Firenze causato dalla piena del nostro fiume ‘amico’ che sommerse la città con la perdita di vite umane e di opere d’arte di fama mondiale, danneggiando in modo  irreparabile il “ mirabile sistema” del  suo delicato tessuto culturale e sociale.  
Il primo sentimento che l’improvvisa  biblica inondazione suscitò fu quello dello sbigottimento, dell’incredulità e di un senso di impotenza, a cui seguirono la spasmodica lotta per la salvezza della vita propria e di quella altrui.  Proprio nel tempo delle certezze della scienza e della tecnologia il cataclisma apocalittico del flagello dell’acqua e del fango rigettavano Firenze in una ‘morta gora’ dantesca dopo aver sfregiato il ‘Crocifisso’ di Cimabue e mescolato nelle loro tombe  le ossa dei Grandi a Santa Croce. Ma il danno, questa volta, non si limitava alle persone, alle cose, agli edifici, alle chiese, alle pinacoteche ed alle biblioteche. Scompaginando le carte di quel patrimonio storico-artistico dove si era elaborato ‘il moderno spirito europeo’, si stavano perdendo , in quelle prime ore di una fosca mattina autunnale, le tessere di un mosaico vivente che aveva nobilitato la civiltà dell’uomo.  A Firenze la gente, però, non accettò il fatalismo e la rassegnazione, ma lottò con tutte le forze e con il coraggio che sembravano alimentati dal proprio glorioso  passato. E tutto il mondo si strinse attorno a Firenze nella sua lotta eroica contro ‘le maree ostili del destino’.
Di quella mattina ricordo il manipolo di persone che agli Uffizi  lottava febbrilmente contro l’acqua e il fango per salvare dai laboratori di restauro della Vecchia Posta capolavori di Botticelli, di Masaccio, di Giotto, del Beato Angelico, del Lippi, del Pollaiolo, di Donatello. Intanto, nel Corridoio Vasariano, il soprintendente Ugo Procacci, il direttore del Gabinetto del Restauro Umberto Baldini, la direttrice della Galleria Luisa Becherucci, il funzionario Mazzino Fossi, i custodi ed altri aiutanti recuperavano freneticamente centinaia di autoritratti e di tele pregevoli, mentre l’Arno scuoteva le strutture del ponte Vecchio con la terrificante pressione dei suoi marosi che si aprivano il varco violentando con barbara furia  le scintillanti botteghe degli orafi. Intanto le persone morivano intrappolate dietro le inferriate o annegavano nel  tentativo di aggrapparsi ai cornicioni o sulle tavole che l’acqua trasportava.
Da quarantacinque anni abbiamo ancora molti conti aperti con l’alluvione:  gli ‘angeli del fango’, volontari italiani e stranieri, soldati dell’esercito, vigili del fuoco,  giovani, donne, ragazzi dei quartieri periferici, preti , suore, medici, guardie carcerarie, goliardi e studenti  politicizzati,  tutti si ‘sono rimboccati le maniche’ ed  hanno aiutato a salvare il salvabile con le pale e con le ramazze,  a liberare le cantine dalla melma, hanno sottratto con catene di umana solidarietà i preziosi  manoscritti dai locali dell’Archivio di Stato o i volumi dagli scaffali sommersi della Biblioteca Nazionale, a trasferire i bimbi degli Innocenti in altri ospedali,  a rifornire di cibo chi si era rifugiato agli ultimi piani delle case, a raccogliere i fondi per ricostruire Firenze.
Ma  l’onda lunga del disastro è ancora incombente sulle nostre teste e molti degli ambiziosi progetti del dopo alluvione sono ancora lontani dall’essere pienamente realizzati.  Chilometri di pezzi alluvionati sono ancora in attesa del restauro, opere d’arte come l’Ultima Cena del Vasari attendono di essere nuovamente esposte, ma non solo. I problemi dell’Arno non possono essere risolti soltanto dopo che un’altra catastrofica alluvione (vedi le ‘bombe’ d’acqua di Aulla o le colate di fango delle Cinque Terre), colpisca il suo corso ed i suoi abitanti. Come diceva Umberto Baldini, “l’Arno non può continuare ad essere la spada di Damocle sotto la quale non è pensabile neppure per un momento di rimettere, a rischio, il prezioso patrimonio che Firenze conserva. Né tutti gli oggetti possono avere la ‘carrucola’ come il Crocifisso di Cimabue che in caso di pericolo può essere portato all’altezza del tetto e perciò al di fuori di ogni rischio di acque”. E Paolo Sica, nella sua accorata testimonianza in “Firenze guerra e alluvione” del 1986, scriveva: “di fronte a un evento naturale straordinario , abbiamo avvertito”,  come nel dispiegarsi di una tecnologia della distruzione nel tempo della guerra “la violenza e l’ingiustizia di un torto subito, e l’accelerazione improvvisa e brutale, anzi il sovvertimento, dei tempi naturali dell’evoluzione urbana”.  Nel rapporto fra la città e il fiume, come nel rapporto fra Firenze col proprio territorio, è ancora Paolo Sica a ricordarcelo, “la presenza del fiume introduce una discontinuità, uno strapiombo, una vertigine. Gli episodi che si legano al fiume, per valorizzarlo o neutralizzarlo, possono essere capiti – come avviene spesso per i luoghi veri – se li leggiamo non tanto come effetti di cause, quanto piuttosto come significanti di significati”. Vogliamo, infine, ricordare il giudizio emblematico di Eugenio Garin sull’alluvione,  che deve far riflettere profondamente cittadini ed uomini di potere sul delicato e difficile equilibrio fra scelte politico-econonomiche  e ambiente naturale: “Essa fu ben più di una catastrofe, o di una lunghissima battuta d’arresto: è stata la verifica sperimentale di gravi carenze e non d’ieri, e potrebbe diventare l’epilogo drammatico di una lunga e sottile decadenza”.

Mario Carniani è autore con Paolo Paoletti del libro "Firenze, Guerra e Alluvione" del 1986

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