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Il Giramostre/ Picasso a Milano: un grande evento da non perdere Opinion leader

Siamo andati a vedere la mostra di Picasso! Ci siamo andati, magari un po’ prevenuti ma incuranti delle polemiche: troppi soldi spesi per portare in Italia, ultima sede dopo più di due anni in giro per il mondo, opere d’arte provenienti da un museo così facilmente raggiungibile da Milano. O anche, che senso ha oggi fare mostre blockbuster? L’Italia non se le può permettere, non ha rapporti sufficienti e alla pari con i grandi musei del mondo, non ha più –  almeno apparentemente –  il denaro per queste operazioni.

Già all’ingresso lo stato delle scale, cui era stata tolta senza essere sostituita una vecchia guida, era lamentable,come dicono i francesi. Poi però, lo stato d’animo  è cambiato. Niente coda alla biglietteria, persone gentili, sorridenti, disponibili; persino al guardaroba qualcuno ci aiuta a inserire l’ombrello in un armadio con chiavetta che non si riusciva ad aprire. Tante scuole, ma non ci sono schiamazzi.

Dopo un itinerario un po’ lungo, la mostra debutta nella meravigliosa sala delle Cariatidi dove ci sorprende scoprire una delle pochissime opere a carattere apertamente politico di Picasso, la sua opera forse più malconosciuta e mal criticata: quel Massacres en Corée realizzato con l’appoggio del partito comunista poco dopo che l’artista aveva ricevuto il Premio Lenin per la pace. A suo tempo l’opera suscitò polemiche, tanto da costringere Picasso a intervenire per difenderla. Nella stessa sala viene rievocata l’imponente presenza di Guernica, l’opera emblematica della denuncia alla guerra. E ci viene spiegata magnificamente, nei dettagli, attraverso le foto dei diversi stadi preparatori scattate da Dora Maar, ottima fotografa, oltre che compagna , al momento, di Picasso.
Poi, un grande schermo con quella che alla prima visita, (sì, non ci crederete, siamo tornati più volte) ci era sembrata solo una riproduzione un po’ sfuocata dell’opera principale.

Ci sono troppe guide che parlano, ci allontaniamo troppo in fretta, forse, e cerchiamo invano una spiegazione nei testi posti nelle due bellissime ali bianche situate in mezzo alla sala. Ce lo dice, dopo, un’amica giornalista (forse qualcuno gliel’ha spiegato?): sul grande schermo si rincorrono, succedendosi, gli ingrandimenti delle fasi successive dell’opera. Sono foto d’epoca, ecco perché sono un po’ sgranate. Ma perché non scriverlo, perché non spiegarlo anche ai visitatori che vogliono sentire le proprie emozioni senza farsele necessariamente dettare dall’audioguida? Perché non connettere con qualche spiegazione i due grandi dipinti politici? Quattordici anni soltanto li separano, eppure paiono un’eternità.

Entriamo adesso nelle sale della mostra. L’architettura è la prima a influenzarci. E non in senso vitale. Perché quelle sorde pareti grigio scuro? Perché quelle minuscole didascalie ai limiti delle pareti? Tanto più in sale dove sono state riunite opere preziose ma attinenti a periodi differenti, con quadri mitici, dal funerale di Casagemas, ancora in pieno periodo lautrecchiano, alla impressionante Célestine (ma perché così poca luce, perché quelle due opere grafiche accanto a sminuirne l’impatto?), al meraviglioso dipinto e al disegno di fanciullo del periodo rosa?

Siamo emozionati, comunque, e la sala successiva ci fa battere il cuore. Siamo nell’ambito delle Demoiselles d’Avignon, opera che evidentemente non si può muovere dal suo museo: ma che spettacolare ricostruzione della vicenda pittorica di Picasso attorno a quel quadro! Disegni preparatori, autoritratti, una meravigliosa scultura che ci emoziona come solo l’Africa sa fare…

Da qui in avanti siamo completamente presi dalla mostra, vogliamo seguirne il filo, alla ricerca di una storia che, sappiamo, sarà appassionante. E la rincorreremo, di sala in sala. Qui vogliamo raccontarvi quelli che ci sono parsi gli episodi più belli. Non ci lamentiamo nemmeno troppo delle scelte di allestimento, in cui un atteggiamento da sublime archistar sembra coniugarsi con una curatela, più interessata a infilzare in successione le nozioni biografiche che appassionata nell’affidarsi alle emozioni che il grande creatore di immagini sa regalare.

Ci sono, nelle sale successive, alcune tra le opere più celebri di Picasso: il ritratto della moglie Olga seduta sulla poltrona ricamata, o del figlio Paul travestito da Arlecchino. Ci sono i rarissimi quadri cubisti, tra cui il famoso violinista, situati, forse volutamente, in una stanza di specchi che moltiplica e inganna i volumi fino a trasformare il gioco dei piani nello spazio all’interno del dipinto in una sorta di mosaico privo di rilievo.
Poi ci sono i grandi quadri classicheggianti degli anni ’20 – anche se, per motivi sconosciuti, i più grandi, ma non i più importanti, stanno sulle pareti principali mentre quello che è di gran lunga il più bello se ne sta su una parete di striscio, in uscita dalla stanza.

Ci sono molte e alcune tra le più belle sculture di Picasso: dalle lamiere intagliate, così fragili  e così difficili da ottenere, alla splendida e completissima serie dei ritratti di Marie Thérèse in bronzo – anche se, questi ultimi, sono accostati e galleggiano in una sorta di isola che impedisce di girare loro attorno, percependone tutti i volumi.

E poi la celeberrima capra, della cui formazione a partire dal ritrovamento di un cesto ci parla Francoise Gilot, e uno dei crani scolpiti, terribile memento mori dell’artista spagnolo. C’è persino il famoso sellino di bicicletta con manubrio che nella mano di Picasso diventa una testa di toro… ma posto in una sala e in una posizione, come vedremo, piuttosto incongrue.

In questa mostra, che documenta davvero quasi i tutti i periodi dell’opera di Picasso, è possibile sostare di fronte a opere che, da sole o in sequenza, hanno segnato un punto fondamentale nella vicenda umana e artistica dell’artista. Eppure, perché si sente trapelare in mezzo al pubblico qualche voce che si lamenta di non “avere trovato quello che si aspettava”?
Devo dire che nella nostra esperienza di visitatori abituali delle mostre capita spesso. Nelle mostre ‘blockbuster’ la gente non si accontenta mai, pensa sempre, forse sollecitata anche dalla grancassa della comunicazione, che in quell’unica occasione, i musei, tutti i musei del mondo, abbiano voluto privarsi dei loro capolavori per riunirli proprio nella mostra che stanno visitando. Pensavano forse di vedere Guernica in originale? O le Demoiselles d’Avignon? O la Stiratrice del Guggenheim?
La didattica di una mostra può servire non solo a raccontare a chi non sa le vicende biografiche di un artista, ma anche a insegnare a leggere la storia che la mostra racconta.. Una storia che può essere esaustiva dell’opera di un artista anche in assenza di alcune di quelle, inamovibili, opere feticcio.

E torniamo al Picasso di Milano.
Siamo arrivati al periodo cosiddetto ‘classico’ dell’artista, in pieni anni Venti. Qui affiora una storia che Picasso ci racconta a partire dal  1918 e che proseguirà per un decennio, e che potrebbe essere svelata al pubblico.
Si tratta della serie preziosa delle bagnanti. Con titoli diversi. Da ‘Le Bagnanti’ del 1918 a ’Donne che corrono sulla spiaggia’ del ’22, alle ‘Bagnanti del ’28 Picasso tratta uno degli argomenti che più ama e in cui più si sente a suo agio. La vita all’aria aperta, sulla spiaggia, i personaggi distesi che giocano in riva al mare, a volte vestiti delle stesse T shirt a righe che lo hanno reso celebre…
Tuttavia, un nemico di Picasso, ossequiente a una miope filologia cronologica, ha disperso questi meravigliosi piccoli dipinti – che costituiscono una storia unica, in cui Picasso trascorre da una descrizione quasi realistica e trasognata della realtà a una visione del tutto ‘picassiana’ ricca di emozioni e di movimento -, in diverse sale, mescolandole ad altre opere che narrano storie diverse, con altre tecniche, in altre dimensioni.

E così un episodio della vicenda di un artista che facilmente si sarebbe potuto apprendere da una mostra che, a differenza di  un libro (che si svolge nel tempo) sta nello spazio e può accostare liberamente oggetti diversi, qui lo perdiamo.

Come anche perdiamo molto dell’effetto di due dei maggiori capolavori presenti: l’’Acrobata’ e le ‘Donne sulla spiaggia’ posizionati in modo da amplificarne forse la funzione feticistica, ma da impedirne del tutto la lettura.
Il primo, una lancinante figura in bianco e nero e grigio, è appeso altissimo, accanto a una bacheca che contiene una scultura in lamiera assai composita, appoggiato su di un telo bianco leggermente riflettente. Il secondo è posto in fondo alla sala, con poco più di un metro per indietreggiare e ammirarlo, ‘coperto’ dall’impatto emotivo della serie dei ritratti di Marie Thérèse.

Lo stesso avviene nella sala, forse la più deludente,  in cui sono riuniti – disposti con acribia in un puro ordine cronologico e accompagnati da indicazioni sui dati biografici delle donne di Picasso – alcuni bozzetti del ’37 che sono in realtà alcuni degli emozionantissimi studi preparatori per Guernica. Rarissimi, ricchi di pathos e che si possono ammirare di solito solo a Madrid, nella stanza di fronte a Guernica.
Sorvoliamo sul resto di questa sala, sulla freccia bianca sul muro scuro che non è rivolta al cielo ma indica la scultura celeberrima che, grigia sul grigio e vista da sotto, molto sotto, perde ogni magia e ridiventa il banale manubrio di una bicicletta…
Proseguiamo oltre, altre meraviglie ci aspettano, dai quadri che, come già la ‘Baigneuse’ del 1932 (in realtà un’odalisca), dialogano direttamente con Matisse, alla straordinaria  serie di sculture denominate ‘Les Baigneurs’ in cui Picasso si serve della scultura per ricostruire l’atmosfera del suo atelier. Anche se il gruppo sarebbe stato più comprensibile se posto in relazione con le successive vedute dello studio realizzate, in pittura,  dall’artista stesso.
E poi la sala emozionante  dei crani, in cui campeggia forse il più bel disegno, che non conoscevamo, della mostra.

Insomma, una mostra ricca, piena di opere di valore e di storie che davvero potrebbe raccontare ai tanti gruppi e alle tante scolaresche che la visitano uno degli artisti e degli itinerari artistici più innovativi dell’arte mondiale.

Il Giramostre

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