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Il governo giallorosso secondo le categorie destra/sinistra Opinion leader

Firenze – Con la nomina dei 42 viceministri e sottosegretari salpa la nave del nuovo governo Conte due (non bis, perché non ha la stessa natura politica del precedente).

C’è un’aria di sollievo da scampato pericolo nell’elettorato di centro sinistra per la conclusione della coalizione gialloverde, grazie a una mossa azzardata dell’uomo forte Matteo Salvini che ha puntato tutto sulla roulette delle elezioni senza accorgersi che, nonostante dichiarazioni e guanti di sfida, nessuno le voleva, perché c’era il rischio concreto che gli consegnassero “i pieni poteri”.

La grande sbandata salviniana, che aveva portato l’Italia in una rotta estranea alle sue tradizionali posizioni geopolitiche e ai valori che informano la sua democrazia, è stata corretta e gli affari quotidiani riprendono il corso sereno delle legislature precedenti.

A bocce ferme vale la pena riflettere su quanto accaduto nell’agosto più burrascoso della storia delle vicende politiche italiane. Un tempo venivano formati governi balneari per lasciare trascorrere ferie tranquille a tutti, rappresentanti del popolo compresi. Quest’anno invece è stata la crisi a diventare balneare e forse è proprio questa la ragione per la quale occorre approfondire bene i termini di quanto è accaduto.

Se utilizziamo le categorie destra – sinistra, siamo passati dal governo più di destra che abbiamo avuto nel dopoguerra, se si esclude la breve parentesi del governo Tambroni nel 1960 (monocolore Dc con appoggio esterno del Msi) travolto dalle proteste popolari (e dai morti di Reggio Emilia), a quello più di sinistra, considerando che nella nuova maggioranza non c’è nessuno che si dichiara apertamente di “centro”: non c’è un Mastella né un Dini né qualche ribelle (più o meno autorizzato) di Berlusconi.

Per motivare la loro disponibilità ad allearsi con l’uno o l’altro fronte, i pentastellati ripetono che queste categorie destra/sinistra non sono più in grado di definire una maggioranza politica. Ci si allea – dicono – con chi condivide punti programmatici essenziali da realizzare a favore del popolo che li richiede e per i quali ha mandato i suoi rappresentanti in Parlamento.

La verità è un’altra. Nei programmi del M5S ci sono capitoli compatibili con le posizioni di destra (vedi politiche migratorie) e capitoli compatibili con le posizioni di sinistra (vedi la legge sul conflitto di interesse e il sostegno più o meno assistenziale alle classi di cittadini più disagiati). Per Di Maio e soci dunque si è trattato semplicemente di  accendere la luce sui secondi.

Considerando la natura movimentista della forza politica di maggioranza e le ragioni necessarie per conservare il favore dell’elettorato popolare, è vitale che i punti programmatici diventino leggi e riforme. Per questo, come si è visto, la loro disponibilità dipende dal fatto di poter mostrare risultati il più rapidamente possibile.

Hanno accettato tutto il furore estremista di Salvini e la sua politica della paura restando sostanzialmente al palo sul resto, impigliati dai limiti del bilancio più gravato dal debito tra i grandi paesi europei. Capito il gioco del sedicente alleato hanno atteso che sbagliasse mossa per cambiare direzione.

Con il Pd hanno quindi stipulato un accordo che contiene interventi che hanno sempre fatto parte del bagaglio “vorrei ma non posso” della sinistra. Quest’ultima ci rinunciava per non rompere con il centro, ora è condizionata  dal peso di una forza che non può permettersi compromessi al ribasso. Per di più era su temi come il rinnovamento della politica, pulizia, forte redistribuzione di risorse che il M5S dall’opposizione attaccava quotidianamente le scelte dei leader del centro sinistra.

La tenuta del governo giallorosso dipende dalla realizzazione di questi provvedimenti per far passare i quali dovrà vedersela non solo con l’estrema destra salviniana, ma anche con un centro trasversale che per ora si accontenta della messa in condizione di non nuocere dell’ex ministro dell’Interno, ma che non tarderà a farsi sentire.

Così come dipende dall’homo novus Giuseppe Conte, che in tutta la gestione della crisi ha mostrato un’abilità politica sorprendente in un neofita del potere. Del resto si era detto subito che il giurista era un virtuoso dell’arbitraggio e la dura esperienza di convivere con uno che non rispetta regole e comportamenti istituzionali in una compagine governativa ha certamente affinato questa abilità.

“Conte non è Winston Churchill”, come dice qualcuno. Però è un personaggio inedito nella politica italiana, la cui sola presenza (così come quella di una nuova classe dirigenziale chiamata a guidare i ministeri) rappresenta un rinnovamento che va seguito con attenzione.

Intanto godiamoci parole nuove e volti nuovi – sereni e responsabili  – che tengono conto della varietà e della complessità della società italiana e pensano a governare bene e non a preparare e a favorire conflitti per vincere le elezioni.

 

Foto: Giuseppe Conte (foto da Facebook)

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