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Il governo “politecnico” del professor Mario Draghi Opinion leader, Politica

Firenze – Non è una Grosse Koalition alla tedesca, non è neppure un governo tecnico quale abbiamo conosciuto nelle crisi del passato. E’ infinita la creatività italiana nell’escogitare formule politiche. Ne ha inventate ed esportate molte, anche alcune di cui non c’è da andare fieri.

Il governo di Mario Draghi  è l’espressione di un grande pragmatismo, la virtù che ha aiutato il professore quando c’era in ballo la sorte dell’euro. Soprattutto lancia il segnale che il nuovo premier dell’emergenza ha le idee chiare su quello che si deve fare: puntare sulle posizioni strategiche, con una squadra esperta, convinta e omogenea e nello stesso momento garantire ai partiti quelle che hanno una forte valenza politica nei rapporti con i rispettivi elettorati.

Chiamiamolo il governo “politecnico”, non perché alcuni suoi ministri siano tecnocrati e scienziati, ma perché su una base sostanzialmente politica, cioè in grado di garantirsi un sostegno a medio termine da parte delle forze parlamentari, lavora un team affiatato, sperimentato e consapevole che risponde solo all’inquilino di Palazzo Chigi.

Leggete le biografie degli otto tecnici: Daniele Franco all’Economia; Vittorio Colao all’Innovazione tecnologica; Maria Cristina Messa all’Università; Patrizio Bianchi all’Istruzione; Enrico Giovannini alle Infrastrutture e ai Trasporti; Roberto Cingolani alla Transizione ecologica; Marta Cartabia alla Giustizia e Luciana Lamorgese agli Interni con Roberto Garofoli sottosegretario alla Presidenza.

Hanno tutti un’esperienza più meno ravvicinata, alcuni anche al vertice, con le istituzioni repubblicane, ma hanno mantenuto saldamente in pugno indipendenza di giudizio e fedeltà al mandato professionale che non può cedere parti della qualità e della corretta interpretazione delle regole e delle esperienze nei loro rispettivi campi.

Lo sguardo ai ministri politici conferma il grande pragmatismo di Draghi. Quattro ministri al Movimento 5Stelle, che rischiava di essere il ventre molle della nuova stagione politica: Luigi Di Maio agli Esteri; Stefano Patuanelli, all’agricoltura; Federico d’Incà, ai rapporti con il Parlamento e Fabrizia Dadone alle Politiche giovanili.  Ministeri su misura per favorire l’integrazione in senso governativo dei grillini. L’aspirante capo mantiene il dicastero che aggiunge autorevolezza e visibilità; la corrente industrialista rimane nel giro delle risorse europee; il gestore degli umori parlamentari guarda al gruppo parlamentare più tormentato e ormai entrato nel vortice delle scissioni; i giovani, infine, sono il core business dei pentastellati.

Il Pd ha ottenuto i tre dicasteri più politici dal punto di vista della massa dei cittadini che coinvolgono: Lorenzo Guerini alla Difesa, Andrea Orlando al lavoro e Dario Franceschini alla Cultura (senza Turismo che ritorna a essere quello che deve essere, un ministro economico con portafoglio). Leu è presente con il ministro più apprezzato in questi mesi di lotta alla pandemia, Roberto Speranza alla Salute, l’unica posizione che significativamente tutti i pronostici davano per una riconferma.

Alla Lega i posti sono stati assegnati all’ala più europeista e moderata: Massimo Garavaglia al Turismo, Giancarlo Giorgetti allo Sviluppo economico e Erika Stefani alla Disabilità. Anche la Lega doveva essere reintegrata nella dinamica virtuosa dei partiti europeisti, ragionevoli e orientati verso il sociale, sia pure con le ricette proprie delle forze conservatrici. Come accade per ogni governo di salute pubblica l’alleanza con la sinistra sarà  breve, ma forse sono finiti i tempi della contrapposizione dura (a volte al di là di ogni civile dinamica politica).

Da Forza Italia arrivano tre ex ministri: Renato Brunetta, Pubblica amministrazione, Mara Carfagna, Sud e Coesione territoriale e Maria Stella Gelmini, Autonomie. Forse Berlusconi avrebbe voluto di più, ma la competenza amministrativa era la sola che in questo momento poteva offrire al professor Draghi,.Soprattutto Brunetta il cui solo nome è già in grado di annunciare drastici interventi per operare quella riforma della burocrazia finora sempre a annunciata ma mai realizzata.

E Matteo Renzi? Per ora coltiva l’aura del “kingmaker” che si è sacrificato per il bene dell’Italia. Può cantare vittoria per aver prodotto una svolta epocale nella politica italiana ed essere stato la scintilla del cambiamento. Al governo gli resta solo Elena Bonetti, apprezzata ministro delle Pari opportunità, che in molti sospettavano volesse sacrificare. Un’altra mossa tattica per riprendere progressivamente quota dopo essere stato bollato come il cattivo di turno che tutto sfascia per scopi reconditi. Cosa accadrà nei rapporti fra Italia Viva e il Pd si vedrà nei prossimi mesi quando renziani, ex renziani e zingarettiani si contenderanno l’anima esausta della vecchia sinistra. Il risultato della battaglia è ancora aperto.

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