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Il kibbutz, cosa resta del grande sogno Cultura, Società

Il primo fu fondato nel 1910 sulle sponde del lago di Tiberiade. Si chiamava Degania Alef ed era una forma di comunità umana (in ebraico kibbutz) basata sul collettivismo e l’associazione dei beni. Era in sostanza l’attuazione pratica del sogno socialista della fine dell’800 esportato nel deserto. palestinese, dove introdusse forme di produzione agricola innovativa.
Sono passati più di 100 anni nel corso dei quali i kibbutzin si sono moltiplicati assumendo caratteristiche e identità diverse, ma la loro natura originaria è profondamente cambiata, al punto che l’opinione corrente in Israele e nel resto del mondo è che quel modello è ufficialmente perdente. Ma questa severa condanna è davvero motivata? E quali spunti si possono trarre da quell’esperienza non solo per l’evoluzione sociale in Israele, ma anche per le società europee nelle quali il sistema capitalistico darwiniano acuisce i conflitti e le disuguaglianze?
Da questi interrogativi sono partiti Alfredo De Girolamo ed Enrico Catassi che hanno raccolto in un volume (Kibbutz 3000 – Compleanno di un sogno, attualità di un’idea, Edizioni ETS pp. 124, € 18) il resoconto di un lungo viaggio attraverso una ventina di kibbutzin, raccogliendo interviste, confrontando idee, descrivendo realtà viste e sentite. Nel volume, che ha la forma di un reportage (kibbutz tour, come lo definiscono gli autori) corredato di immagini molto belle firmate dalla fotografa israeliana Nili Bassan, Catassi e De Girolamo hanno focalizzato su dieci comunità la loro indagine, scegliendo quelle più significative per testimoniare la tutt’altro che scontata fine di un’esperienza che Pasolini nel 1963 definì “la cosa più impressionante” per chi viaggia in Israele. “E’ evidente come questo modello non sia risultato vincente – concludono gli autori – ma allo stesso tempo non può nemmeno essere considerato perdente a priori. Ha subito dei notevoli cambiamenti di assetto e sostanzialmente ha saputo confrontarsi con la realtà dei tempi in piena e intelligente disponibilità al compromesso”.
La stessa longevità, nonostante i grandi cambiamenti, denota una certa vitalità che trova le radici nella parte migliore della natura umana. Quando nacque il primo kibbutz non era stata ancora pubblicata la dichiarazione Balfour che ipotizzava la nascita di uno stato ebraico che nacque successivamente anche grazie a quegli utopisti che tuttavia, come emerge dalle interviste dei protagonisti (particolarmente significative quelle degli italiani, alcuni dei quali arrivati prima del 1948, l’anno in cui fu proclamato lo stato di Israele) non hanno mai abbandonato l’impegno per giungere a una pacifica convivenza con i palestinesi.
Oggi alcuni kibbutzin sono rimasti fedeli a se stessi, altri hanno avviato attività quali l’agriturismo, la ricettività alberghiera, la ristorazione; altri hanno aperto all’industria militare, altri infine hanno fatto della battaglia ecologica la loro missione principale. Ma il movimento cerca di salvaguardare la propria tradizione: “il kibbutz – è scritto nel suo più aggiornato manifesto – è un insediamento (comunità) autonomo e separato, che si considera parte integrante del movimento dei lavoratori di Israele e pioniere del rinascimento nazionale. Esso mira a instaurare in Israele una società socialista, fondata sull’uguaglianza economica e sociale”. Sono messaggi che possono aiutare anche chi in Europa si sente smarrito nella ricerca di una società più accogliente, più sobria e più uguale.

 

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