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“Il metodo Grönholm”: nuove linee per la selezione del personale Spettacoli

L’opera, scritta nel 2003 dall’autore catalano Jordi Galcerán, è oggi ancora più interessante alla luce della spasmodica (e spesso disperata) ricerca del lavoro che muove i giovani di tutto il mondo. La maggior parte dei neolaureati è disposta a seguire corsi per imparare a “sostenere un colloquio di lavoro” pur di ottenere quell’unico posto, in lizza tra centinaia di aspiranti. Conoscere le tecniche di selezione a volte può essere un’ennesima carta da giocare. La verità è che sono pronti davvero a tutto. Dello stesso parere sono i quattro protagonisti dello spettacolo “Il metodo Grönholm”, messo in scena al Teatro Puccini di Firenze dalla Compagnia Kimera Teatro per la regia di Paolo Santangelo. L’autore del testo prese spunto proprio da un fatto di cronaca accaduto a Madrid qualche anno prima: in un cassonetto della spazzatura era stata trovata una cartellina che conteneva le domande di assunzione per un supermercato; a lato di ogni curriculum l’addetto alla selezione del personale aveva annotato i suoi commenti, tutt’altro che professionali, sui candidati.

Il metodo utilizzato dall’azienda per trovare il giusto candidato per la posizione aperta di direttore generale si fa via via più diabolico e “curioso”. Piuttosto che un colloquio collettivo diventa una vera e propria sfida, con prove attitudinali che sfociano spesso e volentieri nel personale, per testare le capacità competitive e collaborative dei pretendenti al posto, le loro idee sul mondo del lavoro e sulle relazioni che intercorrono in un’azienda. I quattro stanno al gioco, mettono a nudo le proprie ansie e le proprie debolezze, ma anche i propri punti di forza e quegli aspetti umani che talvolta possono essere utili nel lavoro in team. Tutti tranne uno. Il soggetto in questione non lascia mai trapelare notizie sulla sua vita privata, non ha alcun crollo emozionale ed è sempre pronto a giudicare gli altri con frasi taglienti e spietate, ma sincere. Un candidato perfetto, all’apparenza. Se non fosse un bluff.

Non è assolutamente un bluff, però, il suo interprete: uno sprezzante e sarcastico Marco Contè, attore particolarmente portato per ruoli ambigui e alquanto “viscidi”. Lo abbiamo visto nelle sue ultime interpretazioni, il professore arrogante di “Sottobanco” (in scena a novembre al Teatro Le Laudi) e il chiacchierato prete de “Il Dubbio” (ancora a Le Laudi nel mese di marzo), e in questo testo emerge da vero protagonista. Non solo per il ruolo centrale che copre nella vicenda, ma per la sua energica verve, per la sua verace “antipatia” che spesso lo rende incredibilmente comico. Accanto a lui il cast di Kimera, un bravo gruppo di attori fiorentini dedito alla drammaturgia contemporanea, le cui rappresentazioni variano dalla commedia pseudo-cinematografica amara e divertente (appunto “Sottobanco” riprendeva la falsa riga del film “La Scuola” di Silvio Orlando) al dramma psicologico e al thriller (per esempio “Il Dubbio” e “Gli ultimi saranno gli ultimi”, monologo di Gaia Nanni la cui ottima regia era curata, in quel caso, proprio da Contè).

Cifra stilistica del loro lavoro è quello di indagare nella psiche e nelle relazioni umane, facendo un lavoro minuzioso sulle emozioni, sul linguaggio e sul gioco di sguardi tra personaggi, cuciti con cura sul corpo degli interpreti. In scena con “Il metodo Grönholm”, infatti, oltre al magnetico Contè, Fabio Rubino nei panni di un manager dinamico e socievole, la già citata Gaia Nanni, attrice dalle ottime doti emozionali, e Angelo Zedda, più pacato e  riflessivo, coordinati da Paolo Santangelo che più di una volta ha dimostrato di saper dare il giusto brio e un ritmo ben misurato ai suoi spettacoli, curando ogni minimo particolare.
 

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