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Il Museo di Figline di Prato luogo simbolico della Memoria Cultura, Società

Prato – L’importanza della Giornata della memoria vuol anche dire che oggi, a distanza di 76 anni, abbiamo il dovere di ricordare non solo a noi stessi ma anche alle generazioni future cosa  avvenne nel cuore del nostro continente quando durante l’ultima guerra mondiale si consumò una delle più grandi tragedie dell’umanità nei campi di sterminio nazista.

Ne parliamo con Aurora Castellani, presidente della Fondazione Museo e Centro di Documentazione della Deportazione e Resistenza la cui sede è Figline di Prato. Un Museo che fu inaugurato il 10 aprile 2002, alla presenza del presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, grazie ad ANED (Associazione nazionale ex deportati sezione di Prato) e al Comune di Prato. Attualmente è una delle poche strutture in Italia a essere interamente dedicata alla conservazione della memoria della deportazione e di quanti persero la vita nei campi di concentramento e di sterminio nazisti e nelle lotte di Resistenza e Liberazione dal nazifascismo.

Nel 2008 è diventato Fondazione Museo e Centro di documentazione della Deportazione e Resistenza – Luoghi della Memoria Toscana e nel 2012 ha avuto il riconoscimento di Museo di rilevanza regionale. Socio di maggioranza è il Comune di Prato, ma nel CDA siedono tutti gli altri Comuni della provincia di Prato, ANED e ANPI di Prato e la Comunità Ebraica di Firenze.

Presidente perché il Museo è nato proprio a Figline? 

Perché Figline è il luogo storico che ricorda le stragi della seconda guerra mondiale. Qui vennero impiccati 29 partigiani, (in realtà erano 30 ma uno di loro riuscì a liberarsi dal cappio e a scappare). È un luogo simbolico dalla doppia valenza: per il ricordo della liberazione della città di Prato e per la strage dei 29 martiri che essa dovette subire per mano dei tedeschi. Il Museo della Deportazione e Resistenza è la testimonianza della memoria collettiva che è molto viva a Prato tanto che,a parte l’ultimo anno a causa del Covid, la camminata che porta a Figline il 6 settembre è la ricorrenza civile più sentita e partecipata. E non solo riguarda i figlianesi ma anche quelli che vivono in Vallata, perché molti partigiani erano di Vaiano, di Vernio e della Provincia. Un luogo riconosciuto da tutti come simbolico.

Chi erano Roberto Castellani e Dorval Vannini? 

Furono due sopravvissuti agli arresti del 7 marzo del 1944. Perché ai primi di marzo moltissimi operai che lavoravano nelle fabbriche decisero di scioperare per la fame e gli stenti della guerra.Uno sciopero per far cessare il trasferimento di mano d’opera per il lavoro coatto in Germania, opporsi allo sfruttamento degli impianti produttivi a favore dell’industria bellica del Terzo Reich e impedire lo smontaggio dei macchinari da parte dei tedeschi, iniziato in alcuni centri industriali. Si fermarono così la Galileo di Firenze,le vetrerie di Empoli  e a Prato le fabbriche tessili.Per ritorsione le milizie fasciste decisero di prendere 100 operai per deportarli in Germania. Prima andarono nelle fabbriche e poi rastrellarono le persone per strada. La cattura di Castellani avvenne per caso. Lui ed altri vennero raggruppati presso il Castello dell’Imperatore, poi portati alla Stazione di Firenze al binario 10 e  messi sul convoglio destinazione Mauthausen. Dei 133 pratesi catturati ne ritornarono a casa, dopo la guerra, solo 22. Tra questi Castellani e Vannini che decisero poi di lasciare memoria alla città di quanto accaduto e così oggi abbiamo il Museo di Figline.

Che valore lei dà oggi alla Giornata della Memoria? 

È un innanzitutto un dovere civile ricordare la Giornata della Memoria, perché è una drammatica pagina della nostra storia che non possiamo, né dobbiamo dimenticare. Ed è anche l’unico modo per rendere giustizia alle persone che sono morte nei campi di concentramento. È importantissimo ciò che hanno fatto i sopravvissuti allo sterminio attraverso le loro testimonianze ma è una memoria che per cause anagrafiche si va sempre più assottigliando. Dunque ora tocca a noi prenderne il testimone perché non si ritorni a quei meccanismi che sono ancora in essere e che avvengano purtroppo anche oggi, e sistematicamente, quando qualcuno si arroga il diritto di dire ad un’altra persona che essa è diversa per delle determinate caratteristiche.

Le difficoltà dovute alla pandemia hanno creato dei problemi quest’anno alla programmazione del Museo per la Giornata della Memoria? 

Per il Museo come per tutti gli Enti ed Istituzioni il 2020 non è stato semplice. Da marzo scorso abbiamo chiuso i cancelli e per questo mancano all’appello 7mila studenti che ogni anno visitavano i nostro  spazi. Mancano i percorsi formativi ed  il Treno della Memoria che erano il coronamento di un lavoro quotidiano sul territorio. Abbiamo dovuto reinventare e così abbiamo potenziato tantissimo il materiale informativo sulla Memoria che si può consultare sul sito; abbiamo elaborato un programma di didattica a distanza con tutti gli insegnanti delle scuole superiori della Toscana che hanno coinvolto gli studenti così come avvenuto per quelli che frequentano le scuole medie. Il 26 gennaio verrà presentato un video che racconta le stanze del Museo in modalità virtuale. Mentre il 27 gennaio il Museo riaprirà i battenti in concomitanza con la Giornata della Memoria che per noi è un giorno simbolico.

C’è anche nella programmazione del Museo il racconto di una giovane donna ebrea toscana deportata in Germania.

Si tratta di Lia Sara Millul, la cui storia è venuta alla luce grazie a Camilla Brunelli, direttrice della Fondazione. È il racconto di una giovane ebrea pisana, arrestata a Firenze durante la tragica razzia del Convento del Carmine da parte dei reparti tedeschi insieme alla famigerata “banda Carità” e deportata ad Auschwitz nel 1943. La giovane  aveva cercato a Prato con la sua famiglia un luogo dove poter sfuggire alla persecuzione razziale senza riuscirvi. Questa vicenda è una delle tante vissute dalle donne ebree che hanno pagato più degli uomini un prezzo altissimo nei campi di concentramento di Ravensbruck, Bergen Belsen e Auschwitz, a causa delle atroci violenze subite. E ce lo ricordano gli  straordinari esempi di testimonianze della barbarie nazista come quelle di Vera Michelin Salomon,recentemente scomparsa, e Liliana Segre che è senatrice a vita.

Non pensa che sia giunto il momento per gli italiani di ricordare non soltanto la Shoah il 27 gennaio, giorno in cui si aprirono i cancelli di Auschwitz, ma anche la data del 16 ottobre quando avvenne il rastrellamento degli ebrei da parte dei tedeschi nel Ghetto a Roma? 

Il rastrellamento nel ghetto ebraico di Roma fu l’emblema della deportazione razziale. Ma cè stata anche la deportazione politica che coinvolse maggiormente la Toscana con le sue città: Prato,Firenze ed Empoli. Non a caso lo stadio di Empoli è dedicato a Carlo Castellani deportato politico. È vero anche che l’Italia non ha subito passivamente le leggi razziali che furono promulgate proprio nel nostro Paese nel 1943 e poi esportate in Germania, per cui l’Italia  ha avuto un ruolo attivo nella Shoah e non può affatto dimenticarsene. Pensi che Primo Levi quando pubblicò nel ’46 i “Se questo è un uomo” rifiutato dalla casa editrice Einaudi,  il suo libro passò quasi inosservato e lo stesso autore trovò non poche difficoltà a farsi ascoltare. Questo perché fino agli anni ’80 in Italia si sentiva più il bisogno di ricostruire un Paese piuttosto che ricordare il suo recente passato, dopo di che negli italiani divenne sempre più impellente il bisogno,direi, fisiologico di non dimenticare e di guardare indietro a ciò che era accaduto. E da allora ogni anno il 27 gennaio è divenuta giornata di memoria e del ricordo.

Cosa pensa di quanto ha affermato Netanyahu lo scorso anno sull’antisemitismo che è un fatto che  riguarda solo Israele?

Penso che invece ci riguarda tutti,ma la categoria è relativa. Non esiste odiare qualcuno per le sue caratteristiche perché è un meccanismo discriminatorio che può essere applicato a qualunque razza umana e va combattuto. E che spiega  purtroppo i grandi genocidi della storia, quello curdo, armeno, bengalese, nigeriano, cambogiano, e potrei continuare. Mi vengono in mente le parole della poesia di  Brecht “prima vennero a prendere gli zingari……poi gli ebrei…..poi gli omosessuali ……ed infine me!.

 

In foto Aurora Castellani

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