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Il New York Times, il giornalismo e la questione intercettazioni Opinion leader

Firenze – Abbiamo pubblicato scene raccapriccianti che possono ferire la sensibilità delle persone? No. Abbiamo pubblicato foto di minori non autorizzate ? No. Abbiamo forse violato il diritto di privacy pubblicando notizie che feriscono la sfera personale intima di qualcuno? No. Dunque cosa volete voi servizi segreti del mondo? Rivolgetevi a chi sarebbe stato tenuto per il suo ufficio a mantenere silenzio e riservatezza

La risposta che il New York Times ha dato a chi criticava la pubblicazione di foto relative all’autore dell’attentato di Manchester e agli strumenti di morte da lui utilizzati è quella che ogni buon giornalismo deve dare a chi promette carcere e sanzioni monetarie draconiane per  chi pubblica i testi delle intercettazioni o notizie che abbiano attinenza con eventi pubblici dei quali il cittadino ha il diritto/dovere di essere informato.

Neanche la telefonata fra l’ex premier Matteo Renzi e suo padre Tiziano, per esempio, corrisponde alle fattispecie elencate dal quotidiano americano che sono le sole alle quali i giornalisti sono obbligati al silenzio soprattutto per deontologia professionale oltre che per legge. La conversazione fra un uomo pubblico che contribuisce in modo determinante alle scelte di questo paese e suo padre in merito a una vicenda per molti versi oscura, è un episodio di indubbio interesse informativo per l’opinione pubblica di una democrazia matura che dovrebbe tendere alla trasparenza del potere.

La pubblicazione di quella telefonata, al contrario, ha dato di nuovo la stura a chi vorrebbe mettere il bavaglio ai giornalisti con minacciose grida manzoniane e pene detentive. Così in un Paese dove ha sempre contato di più il controllo delle procedure che i risultati che producono, in questa materia le procedure non contano. Si colpisce il risultato, chi rende nota la notizia. Perché? Perché – questa la risposta di chi non capisce la portata negativa di quello che dice  –  non si è mai riusciti a scoprire la gola profonda, il soffiatore, l’informatore che dall’interno di una amministrazione pubblica parla con un giornalista. Il quale, guarda caso, è tenuto a pubblicarla perché questo è il suo dovere professionale.

Un’inettitudine o una scarsa professionalità (diciamo pure slealtà), oppure un calcolo interessato  di un pubblico ufficiale o di altro operatore della Giustizia che ha giurato fedeltà alle leggi, dovrebbero essere scongiurati mettendo paura agli operatori dell’informazione. E’ uno dei tanti sintomi della decadenza della macchina pubblica fondata sullo scarico delle responsabilità e non  sulla difesa di un’etica dello Stato repubblicano.

Esiste ovviamente un limite che l’ex presidente della Corte costituzionale Vladimiro Zagrebelski ha così definito in una intervista a Repubblica: “Il giornalista deve pubblicare le notizie che sono di interesse pubblico, non quelle che soddisfano solo la curiosità del pubblico. La distinzione tra penalmente rilevante e penalmente irrilevante per il giornalista non ha nessuna rilevanza”.

Che è poi la differenza fra buon giornalismo che guarda all’interesse e cattivo giornalismo che guarda solo alla curiosità. Ma questa è una questione di deontologia e di controllo responsabile, non di prigione. Perché il confine fra interesse e curiosità è troppo sottile e il potere, in qualunque forma si mostri, ha troppo interesse a spostarlo a suo vantaggio. “Per questo la Corte di Strasburgo definisce cani da guardia della democrazia i giornalisti, e i cani da guardia sono lì per mordere, qualche volta”, ha detto ancora Zagrebelski.

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