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Il nonno Guido e Francesco Baracca: vivere accanto al Mito Opinion leader

Firenze – Cento anni fa, il 23 maggio 1915, l’Italia entrò in guerra al fianco dell’Intesa franco- britannica, abbandonando i supponenti imperi centrali e ora io sono qui al mio tavolo che guardo tutto ciò che mi è rimasto delle reliquie familiari del primo conflitto mondiale. E’ una foto del 1917. Rappresenta sette persone fra i 25 e i 35 anni: alcuni sembrano più vecchi sia per la ovvia consunzione delle vecchie foto, sia perché i personaggi ritratti erano in quel momento sottoposti al forte stress del pericolo mortale, anche se ostentano il sorriso e l’atteggiamento rilassato di una scampagnata.

L’unico che non sorride è il personaggio ultimo a destra in piedi. Si chiamava Francesco Baracca ed è uno dei più importanti eroi italiani di tutti i tempi. Per ultimo ha pilotato quell’areo che si vede sullo sfondo, un biplano  SPAD S.XIII  di fabbricazione francese, e ha abbattuto 34 velivoli nemici (qualcuno dice 36) prima di cadere il 19 giugno 1918 non è chiaro se colpito da un proiettile sparato da terra o per un evento di altro tipo. Uno storico sostiene che fu abbattuto da un biposto austroungarico, ma la voce popolare vuole che sia morto imbattuto nei duelli aerei, come si conviene ai cavalieri senza macchia e senza paura. Il gruppo nasconde lo stemma del cavallino rampante, dipinto sulla fusoliera, che piaceva tanto a Enzo Ferrari.

Il primo a sinistra, sempre in piedi, è il mio nonno materno. Ha in mano una sigaretta e l’orgoglio mi suggerisce che doveva essere un leader nel gruppo di avieri e motoristi della 91° squadriglia che assistevano Baracca nelle sue incursioni. Si chiamava Guido Ninci e faceva il furiere, cioè pensava ai pezzi di ricambio per i biplani. Al momento in cui fu fatta la fotografia, sul campo di aviazione di Quinto di Treviso, aveva 33 anni.

Sono venuto in possesso di quella foto poco tempo fa ed è stata una specie di rivelazione. Insomma, il nonno era stato al fianco del Mito e io non lo avevo mai saputo. Del resto lui, Guido, imprenditore nel settore chimico, era la persona più riservata e silenziosa del mondo ed è morto prima che mi venisse in mente di fargli delle domande.

Per noi ragazzi nati negli anni del secondo dopoguerra, contavano soprattutto i valori forti dei padri, uomini della Resistenza antifascista, costruttori della nuova democrazia. Quella  guerra d’inizio secolo appariva come una specie di macelleria umana, dove si collaudavano armi micidiali del cui potenziale distruttivo  neppure gli stessi progettisti avevano idea ed è anche per questo che la gente andava incontro alle mitragliatrici o i lancia gas come i fanti degli eserciti del 700 o i Seicento di Balaklava, con l’unico conforto della speranza  di far parte di coloro che la fortuna miracolosamente protegge,  e del tutto inconsapevoli di sfidare qualunque calcolo statistico.

A ricordare quel conflitto solo i canti degli Alpini scolpivano nelle giovani memorie località come il Ponte di Perati, la Valsugana, il monte Camino e personaggi come il capitan della compagnia che è ferito e sta per morir e chiede di dividere il suo corpo in cinque pezzi i per darli all’Italia, al reggimento, alla mamma, alla morosa e alla montagna. C’erano comunque personaggi, come l’artista Pietro Parigi, che gli amici presentavano anche come “quello che ha combattuto la prima guerra mondiale”  per sottolinearne la grande sofferta esperienza che ispirava le sue incisioni.

Per ultima, è arrivata questa fotografia. Baracca è chiuso nei suoi pensieri, come si conviene a chi si è conquistato con l’impegno, il talento, la volontà, un carisma che lo pone al di sopra degli altri.  Ma questi hanno un grande vantaggio su noi posteri: gli sono stati vicini, lo hanno conosciuto, ne hanno subito il fascino. Se avessi  potuto vedere quella foto quando era in vita,  avrei domandato al nonno: “Che sensazione si ha quando il destino ti ha fatto vivere una leggenda?”.

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