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Il nostro mondo: punti di vista non incompatibili Opinion leader

Reggio Emilia – Il nostro mondo  è un posto pieno di ingiustizie e di orrori, un posto instabile e pieno di pericoli anche imprevedibili? Basta guardarsi intorno: si direbbe di sì.

Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica si è allontanato di molto il rischio di un olocausto nucleare e si è avviato, da parte di Stati Uniti e Russia, un parziale disarmo, ma le attuali otto potenze nucleari modernizzano i loro arsenali, in spregio all’articolo del trattato di non proliferazione del 1968 (NPT) in base al quale gli Stati firmatari devono realizzare il disarmo nucleare completo.

Le guerre nel Medio Oriente, gli assassinii del Califfato, l’espansione dello jihadismo radicale, le sofferenze e le migrazioni di intere popolazioni lontano dalle loro case, i barconi strapieni di disperati e le morti nel mare prossimo alle nostre coste, sono ogni giorno sotto gli occhi di tutti noi.

La guerra di Gaza e i continui insediamenti di colonie ebraiche nella Cisgiordania hanno ridotto al lumicino le speranze di un accordo tra Israele e la Palestina e riaperto la strada alla violenza.

A tutto ciò si aggiungono le tensioni e gli scontri armati in Ukraina e il tentativo di portare l’Ukraina in orbita NATO, che mettono in crisi la possibilità di  stabilire relazioni di cooperazione tra la Russia e l’Occidente.

Le tensioni nel Mare Cinese Meridionale mettono in discussione la sicurezza in Asia.

Così tramonta l’illusione che la forza militare non sia più uno strumento per la soluzione dei contrasti internazionali.

Sugli altri fronti

Fame nel mondo: oltre 800 milioni di persone sono sottoalimentate; sussistono una decina di di “hunger hotspots” – come l’Afghanistan, la Somalia, il Sud Sudan e la Repubblica centroafricana – in cui i lunghi conflitti hanno completamente destabilizzato la rete di produzione agricola e di approvvigionamento alimentare. La sottoalimentazione è responsabile della morte di 7-8 milioni di persone all’anno.

Secondo uno studio della FAO, sprechiamo circa un terzo del cibo prodotto a livello mondiale; perdiamo così circa 1,3 miliardi di tonnellate all’anno.

Malattie: i tassi di mortalità sono molto più alti nei paesi poveri..

Secondo i dati raccolti da UNEP, 1,3 miliardi di persone  non hanno l’energia elettrica, e l’accesso all’energia elettrica negli spazi urbani è assicurato solo all’87% della popolazione mondiale, con forti differenze tra paesi sviluppati e non.

Più vicino a noi si pensi al gran numero di disoccupati, alla forbice allargata fra i poveri e i grandi ricchi, alla corruzione e alle crisi economiche provocate dalla globalizzazione dei mercati.

E l’elenco potrebbe essere allungato.

Un altro punto di vista, più ottimistico (Time: The age of miracles, 26 gennaio).

Senza sminuire l’orrore delle guerre in corso, non dimentichiamo che l’Europa Occidentale non ha mai goduto m di un periodo  di pace così lungo: ben settant’anni dalla Seconda guerra mondiale.

La povertà estrema si è più che dimezzata negli ultimi trent’anni, in parte grazie alla crescita economica in Asia, toccando il 14,5% della popolazione mondiale nel 2011: in trent’anni oltre 900 milioni di persone sono uscite dalla povertà estrema.

La crescita economica di diversi Stati africani, come la poverissima Etiopia, raggiunge limiti toccati fino a pochi anni fa solo da alcuni paesi dell’Asia. Non ignoriamo tuttavia l’iniqua distribuzione tra la classi dominanti e i poveracci. Nell’Africa sub-Sahariana nel 2012  57 milioni di bambini in più che nel 2000 frequentavano la scuola primaria. E, mentre nel 2003 solo 50000 persone disponevano dei farmaci per combattere l’AIDS, oggi il numero è salito a 9 milioni. Non dimentichiamo  la  battaglia condotta contro le case farmaceutiche perché rinunciassero alle rappresaglie contro il Sud Africa e gli altri paesi  che importano medicine a prezzi accessibili dall’India.

Nel 1970 nel mondo solo il 5% dei bambini ricevevano i vaccini essenziali, oggi la percentuale è salita all’80%. Anche per questo la mortalità infantile è dimezzata: da 12,7 milioni all’anno nel 1990 a 6,3 milioni nel 2013. E la mortalità per malaria è dimezzata negli ultimi 15 anni. Sempre in Africa, dal 2002 ad oggi la percentuale dei telefoni cellulari è cresciuta dal 3% al 70%, indice della diminuzione dei costi ma anche della diffusione di un certo benessere.

In Italia oggi si vive cinque anni in più rispetto al 1990, in barba all’insistente allarme sul danno alla salute di molti alimenti.

Recentemente si è trovato che perfino il quoziente d’intelligenza (IQ), pur con i limiti del test, è aumentato, indice probabilmente della diffusione dell’educazione fra i giovani. Il continuo progresso non è assicurato, i problemi sono ancora molti, la loro soluzione non è semplice, ma è, almeno in parte, nelle nostre mani.

All’orizzonte esiste anche il rischio del cambiamento del clima, che potrebbe alterare profondamente la vita in molte regioni della Terra. Su questo sarebbe urgente intervenire, ma troppo poco si è fatto finora.

Nelle nostre mani non è invece il controllo della minaccia di una collisione tra la Terra e un grande meteorite, come quello che 60 milioni di anni fa, di un diametro di 10 chilometri, causò l’estinzione dei dinosauri.

Si valuta che un impatto catastrofico del genere avvenga in media ogni 90 milioni di anni.

Ci resta il tempo per occuparci dei tanti altri problemi che ancora affliggono l’umanità.

 

 

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