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Il posto delle donne: iniziative delle consigliere Pd toscane Politica

Firenze – “Il posto delle donne”,  una iniziativa che il gruppo di consigliere del PD regionale toscano,  ha ideato come processo di sensibilizzazione sociale e politica sul tema dei Diritti alle pari opportunità e contro la violenza di genere. La presentazione del libro “Anahì del mare” ha segnato l’inizio del percorso e del gruppo di lavoro nel Consiglio da parte della consigliera Monia Monni. Anche il presidente Eugenio Giani si è espresso positivamente in merito affermando essere queste  ” importanti iniziative perché dallo sdegno iniziale non si passi al silenzio.” Perché questo si rende sempre più necessario, il  “focalizzare l’attenzione su momenti drammatici di violenza alle donne e non dimenticare”.

Nel nostro Paese il divario da colmare è ancora enorme, la politica deve obbligatoriamente occuparsi di questo ambito importante in ogni aspetto. Questo viene espresso a gran voce durante il convegno che ha avuto luogo Sabato 28 maggio, in Sala Gonfalone presso la sede del Consiglio regionale della Toscana, al quale ha partecipato un nutrito gruppo di Consigliere PD, tra le quali Valentina Vadi, Alessandra Nardelli, Serena Spinelli e Fiammetta Capirossi ed il Consigliere Francesco Gazzetti, a testimonianza che le tematiche dell’evento riguardano tutti, non solo il mondo femminile.

Anzi, è stato proprio Gazzetti a voler fortemente dare spalla alle sue colleghe spiegando che l’iniziativa è nata in seno al Consiglio, proprio perché ” di fatto per la partecipazione alla vita politica, le percentuali sono ancora molto basse e molto ancora occorre fare”.

L’occasione del settantesimo anno del voto alle donne ha offerto lo spunto per organizzare una bellissima mostra fotografica, in sala dedicata ad Alessia Ballini, con importanti documenti dell’epoca che ritraggono le 21 donne elette nella Costituente, in collaborazione con il comune di Pontassieve. La mostra è stata  inaugurata dopo il Convegno al quale hanno partecipato anche esponenti governativi quali la sen. Donella Mattesini che ha riportato dati e riflessioni importanti.

Era presente anche la Presidente delle Pari opportunità Rosanna Pugnalini che ha presentato il lavoro negli anni condotto per arrivare al traguardo dell’alternanza di genere nelle liste elettorali. È intervenuta per il saluto finale l’assessora regionale Cristina Grieco, affermando che le politiche sul lavoro e la formazione sono fondamentali per supportare il percorso di autonomia e consapevolezza femminile.

Alcuni interventi di rappresentati di associazioni che si occupano del tema hanno sottolineato l’urgenza di proseguire quanto fatto fino ad oggi, attraverso un contatto continuo con il Governo ed il ministro Boschi, di recente investito di delega alle P.O., così da fare quel passo avanti necessario nelle politiche di genere.

I fatti di cronaca di questi giorni sottolineano maggiormente il carattere d’urgenza che riveste questo ambito. Occorre uno studio concreto con esperti al fine di comprendere come sia possibile l’inversione di tendenza del fenomeno. E non solo perché la maggiore violenza contro le donne ed i minori si sviluppa soprattutto nell’ambito dei rapporti familiari e coinvolge donne di ogni estrazione sociale e di ogni livello culturale, provocando danni fisici e gravi conseguenze sulla salute mentale, ma anche perché ciò comporta alti costi socio-economici alle comunità. Due aspetti entrambi importanti.

I dati mostrano una situazione preoccupante, l’acuirsi del fenomeno nell’ultimo decennio richiede senza dubbio la costruzione di un sistema di reti territoriali in grado non solo di offrire accoglienza, ma anche opportunità di ricostruzione di un progetto di vita e sopratutto cambiamento culturale intervenendo nell’elenco scuole, seconda agenzia di socializzazione, dopo la famiglia.

Occorrerebbe di fatto la costituzione di un sistema integrato di raccolta ed elaborazione dati sulla violenza provenienti da diverse banche dati sia istituzionali che private; predisporre attività di comunicazione, educazione, formazione e valutazione rischi a diversi livelli finalizzate a promuovere un linguaggio di genere, un’immagine non stereotipata della figura femminile nonché misure a tutela delle vittime, una specifica attività internazionale di cooperazione finalizzata a favorire lo scambio di buone prassi e la definizione di un sistema di indicatori comuni globali di approccio e di contrasto al fenomeno e infine misure di reinserimento socio-lavorativo delle vittime e recupero dei maltrattanti.

Dal punto di vista semantico il termine “genere” è mutuato dall’inglese “gender”, il cui significato non si riferisce alla sola differenza di sesso tra uomo e donna bensì alle diverse condizioni di vita storicamente determinatasi tra i due sessi nelle dinamiche sociali delle divisioni in ruoli differenti. Parlare di politiche di genere, dunque significa parlare di diversi status sociali, economici, culturali dove un genere, quello femminile, appare ancora svantaggiato rispetto all’altro. Ciò detto, occorre ribadire che, a patto che si eliminino discriminazioni e disparità, la differenza di genere non vada negata ma, al contrario, vada intesa come risorsa e ricchezza per la comunità.

L’Unione Europea ha ufficialmente adottato una doppia strategia per le Pari Opportunità e l’uguaglianza di genere: le Azioni Positive e il Gender Mainstreaming. Le prime sono Azioni mirate a situazioni definite e circoscritte, messe in atto per risolvere una particolare situazione di discriminazione. La seconda è costituita da azioni di sistema che mirano a trasformare cultura, politiche e strategie per introdurre cambiamenti a largo raggio e duraturi.

Il mainstreaming è una strategia che richiede tempi lunghi ma che porta a un cambiamento sostanziale all’interno dei sistemi e dei processi mentre le forme tradizionali di interventi mirati a casi specifici, come le Azioni Positive, producono effetti più immediati ma limitati a quelle aree.

Il mainstreaming è una  strategia antidiscriminatoria in cui il  perseguimento del principio di non  discriminazione non viene più visto come un obiettivo da raggiungere di per sé, come fosse una specifica   area di intervento, ma, piuttosto, come un principio che si integra con tutti i  possibili settori di intervento pubblico:  dall’occupazione, all’istruzione, alle relazioni esterne.

La Convenzione di Istanbul è una convenzione contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, è stata approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa il 7 aprile 2011 ed aperta alla firma l’11 maggio 2011 a Istanbul (Turchia). Il trattato nasce per prevenire la violenza, per favorire la protezione delle vittime e per impedire l’impunità dei colpevoli. È stato firmato da 32 paesi e il 12 marzo 2012 la Turchia è diventata il primo paese a ratificare la Convenzione, seguito dai seguenti paesi nel 2015: Albania, Portogallo, Montenegro, Moldavia, Italia, Bosnia-Erzegovina, Austria, Serbia, Andorra, Danimarca, Francia, Finlandia, Spagna, Svezia. Il 19 giugno 2013, anche il nostro Governo,  dopo l’approvazione unanime del testo alla Camera e del Senato che ha votato il documento con 274 voti favorevoli e un solo astenuto, ha aderito.

Occorre proseguire, mettere in atto importanti misure per il cambiamento e prendere posizione politica ferma contro ogni forma di violenza contro le donne. Urge adottate una serie di risoluzioni e raccomandazioni che chiedano sempre più norme giuridicamente vincolanti in materia di prevenzione, protezione contro la repressione delle forme più gravi. La Convenzione di Istanbul è “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza” ed è incentrata sulla prevenzione della violenza domestica, proteggere le vittime e perseguire i trasgressori.

Essa caratterizza la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione (Art. 3 lett. a). Tutti i paesi dovrebbero esercitare la dovuta diligenza nel prevenire la violenza, proteggere le vittime e perseguire i colpevoli. La Convenzione è anche il primo trattato internazionale che contiene una definizione di genere. Gli Stati dovrebbero includere i reati relativi alla violenza di genere nei loro codici penali o in altre forme di legislazione, urgente inserirli qualora non già esistenti nei loro ordinamenti giuridici. Adesso sta a noi, Paese dei Diritti, a continuare la strada intrapresa, dando risposte, sicurezza, protezione e legalità. Lo dobbiamo. E la Toscana è già partita.

Foto: Monia Monni

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