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Davvero la bellezza salverà il mondo? Cultura

“Chi se io gridassi mi udirebbe mai / dalle schiere degli angeli ed anche / se uno di loro al cuore / mi prendesse, io verrei meno per la sua più forte / presenza. Perché il bello è solo / l’inizio del tremendo, che sopportiamo appena, / e il bello lo ammiriamo così perché incurante / disdegna di distruggerci”: così scriveva il poeta Rainer Maria Rilke nella prima elegia duinese, definendo la bellezza come il principio di un processo di scuotimento, che inquieta e turba la nostra esperienza. Con queste parole il cardinale Ravasi ha introdotto l’incontro "Umanesimo e bellezza, ieri e oggi", organizzato dal “Cortile dei gentili”, la struttura di dialogo tra credenti e non, avviata dal Pontificio Consiglio della Cultura, che si è tenuto lunedì 17 ottobre nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, e che ha visto protagonisti di alcune riflessioni sulla bellezza, intesa come linguaggio universale per costruire un nuovo umanesimo, quattro ‘diversamente credenti’: il drammaturgo Moni Ovadia, il filosofo Sergio Givone, il poeta e scrittore Erri De Luca e lo storico dell'arte Antonio Paolucci, secondo cui la bellezza è stata considerata ‘ombra di Dio’ per molti secoli, mentre può e deve essere anche il territorio di incontro fra credenti e non-credenti.

Ma perché parlare di bellezza? “In una società in cui bellezza è sinonimo di apparenza, è necessario riproporla in tutta la sua forza – ha sostenuto Ravasi – perché è attraverso di essa che si può giungere ad orizzonti più alti”, senza dimenticare che sono due i volti della bellezza: come ricordato da Givone, qualche anno prima di Rilke, Fëdor Dostoevskij aveva descritto la bellezza come il campo di battaglia in cui Dio e Satana si giocano il cuore dell’uomo, impastato al tempo stesso di luce e di oscurità. Se Platone, nel Simposio, come ricordato da Ovadia, aveva definito la bellezza il ‘mistero del mondo’, grazie al quale si riconosce ciò che prima non sapevamo potesse esistere e si arriva ad una conoscenza totale, al contrario, nella società odierna la bellezza sembra corrispondere piuttosto ad una falsa conoscenza, ad un occultamento della verità. Ecco perché, secondo i relatori del convegno, dovremmo riscoprire la bellezza come tensione all’eterno, di cui si può fare esperienza anche attraverso l’arte. Lucio Fontana, ai giornalisti che chiedevano spiegazioni sui tagli sulle tele, rispondeva che essi rappresentavano degli spiragli verso l’assoluto, delle ferite che diventavano feritoie verso un infinito a cui tendere. Bellezza dunque come proiezione verso l’assoluto, come energia, che secondo le parole di De Luca, “sostiene e fa girare il mondo”, ma anche come salvezza, come scrive Dostoevskij ne “L’idiòta”: “È vero, principe, che lei una volta ha detto che la 'bellezza' salverà il mondo? State a sentire, signori, – esclamò con voce stentorea (Ippolìt), rivolgendosi a tutti, – il principe sostiene che il mondo sarà salvato dalla bellezza! E io sostengo che questi pensieri gioiosi gli vengono in testa perché è innamorato. Signori, il principe è innamorato […] Ma quale bellezza salverà il mondo? ”. 

 

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